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Follia e rovina del Grande attore

di Gianni Poli
  Minetti
Data di pubblicazione su web 19/10/2015  

Un delirio, alimentato da frustrazione e indignazione, anima il personaggio di Minetti nell’omonima commedia dedicata da Thomas Bernhard al suo interprete prediletto, il longevo attore tedesco Bernhard Minetti (1905-1998). Un discorso sui personali risentimenti durato tutta la vita dell’autore austriaco, un atto di accusa alla società del proprio tempo, testimonianza (ossessiva, patologica) d’amore per il Teatro. Amore contrastato per un’Arte Drammatica che ha perseguito in alternativa contraria a quella della tradizione dei Classici. Dunque, una drammaturgia del secondo Novecento che diventa verbosa per troppa passione, in rifiuto e negazione dei valori vigenti. 

Agli interpreti Bernhard impone una scrittura versificata e senza punteggiatura, da cui estrarre ritmo e senso originali. Il modello di riferimento del regista resta Re Lear di Shakespeare, nel quale trova un’estrema identificazione con una figura che supera le contingenze dei gusti e delle mode; soprattutto, però, quell’opera rappresenta la follia come risoluzione creativa delle contraddizioni esistenziali. Il testo, del 1976, è principalmente monologante, ma prevede l’intervento di numerose comparse in ascolto del protagonista il quale, immerso nel proprio alter ego, si aspetta almeno una risposta funzionale ai suoi slanci, alle sue elucubrazioni e rievocazioni dolorose, fra rabbia e disprezzo. Si susseguono, così, tristi riflessioni su un’Arte destinata a scomparire, soffocata dall’incomprensione degli uomini. 

Un momento dello spettacolo  xxx
Un momento dello spettacolo
Bepi Caroli

Il Minetti di Bernhard si fa esempio vivente di questa scomparsa e annientamento, in opposizione al fortunato artista reale ricco di doti e riconoscimenti. Il protagonista, infatti, è la quintessenza delle sciagure applicate alla sua dolente suscettibilità da un’umanità gretta e corrotta. Il suo pregiudizio sul mondo e sui suoi abitanti è inappellabile, proclamato con un linguaggio aspro, apodittico, ripetitivo: segno di una nevrosi che l’attore nell’attesa di un’ultima possibilità di riabilitazione artistica quasi coltiva e che finisce per subire tragicamente, suicidandosi.

Marco Sciaccaluga
è partito fiducioso nella straordinaria disponibilità di Eros Pagni e ne ha orientato la capacità compositiva, mimetica e organica, nel creare un ruolo tanto complesso. Pagni s’impegna in un’introspezione intelligente della passionalità turbata del suo modello. Ne ricostruisce i passaggi mentali (angosce, rammarichi, bilanci), le ferite sentimentali e i traumi psichici. Egli offre così un fenomeno paradossale, duplice come quello ideato dall’autore, nel mostrare un grande attore italiano, ammirato in cinquant’anni di carriera, che interpreta la versione “rovesciata” (quindi “in negativo”) del Minetti, grande e acclamato attore tedesco.

Pagni rende tutto ciò con dovizie di mezzi interpretativi e semplicità di effetti, senza indulgere a dispiegare le rilevanti risorse imitative sviluppate negli innumerevoli ruoli profondi e ardui già affrontati. Quasi mai si cita, né dà dell’artista da vecchio (qui una persona invecchiata dal trucco) un’immagine vigorosa negli impulsi e nei toni espressivi. Quando lo sdegno prevale, anche il volume fonico sale. Le occasioni di scambio sono diverse: la confessione alla Signora in rosso diventa a volte suadente e complice. Con la giovane che aspetta l’innamorato, trova un’affettuosa vicinanza, una familiarità che lo accosta davvero a un Lear che si rivolga paterno a Cordelia. 

Un momento dello spettacolo  XXX
Un momento dello spettacolo
 Bepi Caroli

Lo spettacolo, fortunatamente e responsabilmente, non è soltanto affidato al protagonista e misurato sul suo alto talento. La resa della figura centrale evita il calco naturalistico, quale era stato adottato nella prima versione italiana del 1984 (Teatro Stabile di Bolzano, regia di Marco Bernardi); messinscena per certi versi memorabile, sebbene la recitazione di Gianni Galavotti, nel ruolo del titolo, seguisse la via rischiosa della parodia del mattatore all’italiana. Ora Pagni rattiene l’enfasi e prosegue la sua polemica demolitrice con malizia sottile, fino al sarcasmo e all’autoironia.

L’insieme della rappresentazione è inserito nel progetto scenografico di Cartherine Rankl, che utilizza l’impianto girevole per dislocare il punto di vista dello spettatore. L’atrio dell’Hotel Ostend è il luogo in cui Minetti attende il Direttore che gli ha promesso un ritorno alle scene e in cui, nella notte di San Silvestro, transitano persone anonime eccitate dalla Festa. L’attesa diventa occasione di incontri fuggevoli, ma rivelatori dello stato al limite del protagonista. Egli arriva riparandosi da una tormenta, una tempesta che riecheggia quella del Re Lear e che apparirà metafora delle vicissitudini del Minetti direttore teatrale, condannato per non avere onorato la cultura classica.

L’enorme valigia che lo accompagna contiene i suoi beni significativi: ritagli di giornali e la maschera foggiata da James Ensor del Lear interpretato in gioventù. Sono appunto le casuali (ma nell’insieme funzionali) entrate delle comparse mascherate a distinguere gli episodi del ricordo narrato, a sottolinearne i culmini di sofferenza e passione. Sono proprio il Portiere (Marco Avogadro), il Facchino (Nicolò Giacalone), la Signora in rosso (Federica Granata) e la Ragazza che aspetta (Daniela Duchi) a fornire appoggio silente e intenso ai pensieri in libertà nello sproloquio dell’attore disperato. Una rappresentazione tesa e tormentata, chiusa dalla morte quando si posa sul volto gelato dell’attore, solo sotto la neve, la maschera grottesca di Lear.



Minetti
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