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Intervista a Silvia Colasanti

di Elena Abbado
  Silvia Colasanti
Data di pubblicazione su web 07/03/2014  

Silvia Colasanti, classe 1975, è attualmente considerata tra i compositori di maggior successo sulla scena musicale italiana ed europea. Formatasi al Conservatorio Santa Cecilia di Roma con Luciano Pelosi e Gian Paolo Chiti, e in seguito perfezionatasi con i maestri Fabio Vacchi, Wolfgang Rihm, Pascal Dusapin e Azio Corghi, è di recente stata insignita da Giorgio Napolitano del titolo di Cavaliere. È membro del Comitato d’Onore Internazionale Viva Toscanini e della Società del Kalevala. Ha inoltre vinto il European Composer Award a seguito della prima esecuzione del brano per orchestra Responsorium al Konzerthaus di Berlino. La Colasanti è nuovamente presente a Firenze per la ripresa della sua prima opera, la Metamorfosi, commissionata dal Maggio Musicale Fiorentino in occasione del 75 Festival, per la regia di Pier'Alli.

Silvia Colasanti, torna a Firenze con La metamorfosi, commissione del 2012 per il Maggio Musicale Fiorentino. Una ripresa dopo due anni è un buon segno. Lei cosa ne pensa?

Il segno è ottimo visto che la musica contemporanea vive di prime ed uniche esecuzioni, in particolar modo poi dal punto di vista operistico, considerando i costi di un'opera oggi, è un segnale davvero eccellente!

Precedentemente aveva affrontato il teatro musicale con altri tre lavori scritti tra il 2006 e il 2008 e due opere per bambini, l'ultima del 2013, ma La metamorfosi è stata la sua prima opera destinata ad un pubblico adulto. Aver affrontato il genere operistico gradualmente è stata una scelta personale o un caso?

È stato un caso, nel senso che queste commissioni mi sono arrivate nell'ordine da lei riportato. Ma, come per il resto del mio lavoro, arrivare ai risultati gradualmente mi ha sempre aiutata a crescere e non affrontare generi e impegni senza un percorso precedente che mi ci conducesse progressivamente.

Da più di un secolo si sente ripetere che l'opera italiana è un genere morto, ma, dati alla mano ci dimostrano che è ben vivo e prolifico. Negli ultimi 15 anni infatti, ossia dall'inizio del nuovo millennio, almeno 50 diversi compositori italiani hanno scelto di scrivere opera. Cosa significa per lei fare opera in Italia oggi?

L'opera, per quello che mi riguarda, non è assolutamente un genere morto, come la musica non è morta. Naturalmente molte cose sono state scritte. Viviamo in un'epoca che ci ha consegnato un passato ricco e questa è una cosa stimolante, ma è anche un grande peso che ci portiamo dietro. Ciò non è assolutamente un freno alla creatività e alla scrittura di lavori nuovi. Se poi mi chiede nello specifico, l'Italia, tranne casi sporadici, non dedica una grandissima attenzione alla produzione d'opera, in particolare di opere nuove. Abbiamo molto spesso teatri che vivono più che altro di repertorio e questo è sicuramente un brutto segno per la cultura italiana. Fortunatamente ci sono ancora alcuni enti che hanno ancora voglia di affiancare al genere tradizionale la produzione di nuove opere, che poi, se resteranno nelle programmazioni, andranno a formare il repertorio del duemila

Qual'è il suo rapporto con la tradizione operistica passata italiana e straniera?

Naturalmente amo da sempre moltissimo l'opera. Il teatro musicale è l'aspetto che m'interessa di più nel mio lavoro. Sia nell'opera, sia nel mio linguaggio in genere, la tradizione coesiste poi con le avanguardie più recenti. Tutto il teatro si va a combinare nella memoria per andare a creare nuove opere. La tradizione non si cancella, ha molto da insegnarci. Va conosciuta, elaborata. Va anche dimenticata però. Nel mio lavoro l'eredità della tradizione ritorna unita alle conquiste della più recente avanguardia.

A quali compositori contemporanei d'opera, in particolare italiani, si trova vicina come pensiero musicale ed estetico? Può fare riferimento a qualche opera in particolare?

Mi piace tenermi aggiornata sulla musica di oggi e sicuramente sulla produzione di quelli che sono stati i miei maestri Azio Corghi, Fabio Vacchi. Da loro naturalmente ho imparato molto, ma non tanto nei termini di vicinanza con la loro estetica e la loro sintassi musicale, quanto in riferimento un approccio generale al genere opera, che è innanzitutto un approccio vivo, che non vede l'opera come la negazione di un racconto, come la negazione di una teatralità della musica. A loro questo lo riconosco per un rapporto maestro-allievo, ma lo stesso discorso vale anche per tanti altri compositori, sia italiani, sia stranieri.

In quale sua composizione si riconosce maggiormente?

Proprio ne' La metamorfosi. Da tempo avevo il desiderio di cimentarmi nella scrittura di un'opera e questa volta ho avuto tutti i mezzi per poterlo fare ed esprimermi al meglio.

La metamorfosi prende ispirazione da un grande classico della letteratura moderna europea. Crede che l'opera d'oggi abbia bisogno necessariamente di ispirarsi a modelli alti o possa anche, a dispetto del suo prestigio formale, farsi ispirare da testi più recenti e per questo più legati alla contemporaneità?

L'opera può nascere da tutto. Personalmente mi sono trovata a lavorare con testi che oggi possiamo definire classici, come Kafka. Però ciò non vuol dire che non ci possano essere anche nel mio percorso delle aperture verso dei testi pensati apposta per essere messi in scena oggi. Ad esempio in questo momento sto lavorando ad un nuovo progetto di teatro musicale con un testo appositamente commissionato a Patrizia Cavalli con la regia di Mario Martone. Lavoro che andrà in scena non prima di un paio d'anni.

Torniamo alla Metamorfosi. Come ha deciso di organizzare il suo lavoro compositivo per per quest'opera?

La genesi della Metamorfosi si lega appunto a questo libretto che Pierluigi Pier’alli ha tratto dal romanzo di Kafka. Un libretto su cui abbiamo lavorato molto, anche confrontandoci continuamente. Abbiamo lasciato intatta la tripartizione formale kafkiana e naturalmente il lavoro compositivo nell'opera è fortemente legato al dramma, perché la musica nell'opera è il luogo in cui si esprime il dramma, deve quindi essere al suo servizio. In questo senso ho lavorato naturalmente legandomi appunto alle diverse situazioni interiori che il testo proponeva. La sfida musicale più importante era quella di mettere in scena il personaggio di Gregorio, un personaggio ibrido tra il mondo umano e quello animale. Un personaggio che ha una voce che gli altri fanno fatica a comprendere, ma che invece il pubblico doveva capire. Non volevo dare una rappresentazione musicale didascalica di questa sua mostruosità e di conseguenza la scelta è caduta su di un personaggio polifonico, un personaggio multiplo, cioè fatto da un attore e da un coro, il risultato è una voce animata da voci-ombra che colorano quella di Gregorio, in qualche modo prolungano il suo pensiero, le sue emozioni.

A differenza di altri generi musicali in cui lei si è molto cimentata in passato, come il repertorio cameristico e quello sinfonico, l'opera presuppone anche una forte sinergia con le altri componenti, soprattutto la regia. Come coniuga l'idea compositiva con esigenze prettamente registiche e tecniche in fase di allestimento, in questo caso con Pier'Alli?

Pier'Alli è un regista eccezionale. È stata per me una grandissima fortuna quella di poter lavorare insieme a lui. Ho imparato molto dal nostro confronto, abbiamo lavorato continuamente fianco a fianco, scambiandoci le nostre idee registiche e musicali e, là dove queste sono state fonte di riflessione per l'uno o per l'altro, abbiamo sempre cercato di venirci incontro. La musica si può coniugare benissimo con le esigenze registiche là dove c'è un grande regista.

Com'è nata la vostra collaborazione?

È stata una scelta del Maggio Musicale Fiorentino quella di coinvolgerci entrambi nello stesso progetto.

Ci parli dei suoi impegni futuri.

Oltre alla nuova opera c'è all'orizzonte un lavoro per Yuri Bashmet e i Solisti di Mosca.












 



 
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