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Che ore sono?

di Chiara Schepis
  Zio Vanja
Data di pubblicazione su web 28/01/2014  

 

«Che ore sono?» si domandano insistentemente i personaggi del dramma di Cechov in lotta contro un tempo che scorre troppo lentamente o che irrimediabilmente fugge.

 

Zio Vanja messo in scena da Marco Bellocchio stimola subito la curiosità dello spettatore giocando sul contrasto tra il cliché cechoviano a cui siamo abituati, fatto di rumori, di silenzi, di tempi sospesi e di scene lente che parlano di noia, e quella vena di grottesca ironia su cui, nei fatti, l'autore costruiva le trame di una Russia zavorrata eppur tendente al futuro. Un luogo instabile popolato da uomini ancor meno stabili, da ‘originali' - direbbe il dottor Astrov (Pier Giorgio Bellocchio) - così come lo propone Giovanni Carluccio con le sue scene e le sue luci. Pochi elementi d'arredo (tavoli, sedie, panche, oggetti) si alternano per caratterizzare un proscenio che ora sarà una veranda sul giardino, ora uno degli interni della tenuta di campagna dove, annoiati ma sereni, conducono la loro laboriosa vita Vanja, sorprendente Sergio Rubini, sua nipote Sonia (Anna Della Rosa), e il loro piccolo entourage. L'arrivo dalla città del padre di Sonia, il Professor Serebrijakov (Michele Placido), e della bellissima giovane moglie Elena (Lidiya Liberman) insinuano in questo microcosmo il tarlo dell'ozio e della voluttà. Un tarlo che corrode financo il legno delle scene, storcendo e sfocando sfondi e percezioni. E allora luci e proiezioni intervengono a definire questo contrasto, ribaltando e distorcendo sul fondale fluttuante il riflesso della scena concreta. L'immagine di questo mondo distorto, contro cui Vanja continuerà a sbattere come pesce in un acquario troppo piccolo, lascia talvolta il posto a riproduzioni ambientali che scandiscono - senza logica però (e qui sta il loro fascino) - lo scorrere sconnesso del tempo: notte, imbrunire, alba e ancora notti di tempesta. Due rami sospesi  davanti al fondale fanno da metonimico richiamo ad un bosco, metafora a sua volta dell'inaridimento umano.

 

Dentro questa scena i personaggi sopportano le loro esistenze, coccolati da una balia-mamma- chioccia Maria Lovetti; hanno sprecato, ognuno a suo modo, il loro tempo e l'arrivo degli estranei, il professore e la moglie, denuncia questo terribile errore, illudendoli di poter scegliere quando ormai la vita ha scelto per loro. Fulcro e focolaio di questo slancio sono la giovinezza e la bellezza di Elena, personaggio a cui Lidiya Liberman, elegantissima attrice ucraina, regala sin dalla dizione un tocco esotico ed estremamente seducente. È lei a catturare con celata malizia le passioni degli uomini di casa, è lei a forzare le confessioni di Sonia e a spingere alla catastrofe finale, ancor più delle diatribe economiche tra i cognati.

 

Vanja-Rubini perso nella sua crisi di mezz'età – «Ho quarantasette anni!» continua a ripetere – è travolto dall'amore per questa donna; si tratta di una passione sulla quale l'attore gioca per sottolineare  il carattere grottesco e tragicomico del suo personaggio, che strappa risate e applausi a scena aperta. Il Vanja di Rubini è iperattivo, disarticolato, affetto da una nevrosi che l'attore rende fisica attraverso tic e movimenti ripetuti che denunciano l'apprendistato teatrale di un professionista che siamo abituati a gustare sul grande schermo.

 

Decisamente più fisica è l'attrazione nutrita da Astrov- Bellocchio nei confronti della donna. Il fascino di lei scatena in questo istinti che lo rendono meno idealista e più primitivo. Poco ci importa dei suoi ideali,  e ben lo confessa la luce sul volto della Liberman, mentre il dottore è intento a spiegare i propri disegni: magistrale esempio di come sia ancora possibile recitare la controscena.

 

Anna Della Rosa è dolcissima ed efficace nel suo modo di proporre una Sonia giovane-già-invecchiata ma innamorata, dotata di una triste saggezza che consente al personaggio di svelarsi per poi tornare stoicamente al proprio posto di «ragazza brutta».

Le tensioni esplodono con la richiesta del Professor Serebrijakov di vendere la tenuta. Michele Placido interpreta appunto la parte dell'elegante e composto parassita del lavoro altrui e con la sua esperienza istrionica dona un carattere esuberante e vitale alla lotta dell'uomo di successo contro la vecchiaia incombente; strizzando altresì l'occhio all'incubo dei grandi attori alle prese con lo spettro di una vecchiaia reale. La proposta suscita la brutale reazione di Vanja. Bellocchio sventa qui con un dinamicissimo carosello il coup de théâtre ottocentesco, spina nel fianco di molte regie: tutto si concentra in una scena velocissima, pochi giri dei personaggi che si inseguono intorno un grande tavolo, qualche colpo di pistola qua e là; la tensione si scioglie e prepara, in un'alternanza di ritmi, il dolce e lento finale.

 

Tutti sono partiti, nella casa rimangono gli inquilini di sempre, disillusi alcuni, inebetiti altri. Ognuno torna alle mansioni di sempre, alla noia di sempre. Mentre seduto al tavolo di lavoro Vanja accetta il suo destino senza più alzare la testa dai suoi conti, è Sonia- Della Rosa, vicino a lui, «saggia ragazza brutta», affascinante al fioco lume delle candele, a trascinare e concludere lo spettacolo nella promessa di una lunga laboriosa notte di lavoro che porterà alla vecchiaia e alla morte, così, naturalmente, con dolcezza…

Che ore sono?- si domanda lo spettatore del Teatro del Giglio di Lucca quando viene scosso dal fragoroso applauso che saluta e ringrazia gli attori di Bellocchio. Più di due ore sono trascorse senza sentirne il peso, segno di un'operazione intelligente che ‘riattiva' un grande classico non sacrificandone la natura popolare.

 

 

Zio Vanja
cast cast & credits
 



Foto di Tommaso Le Pera
 
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