Fantasmi del sisma

di Paolo Patrizi

Data di pubblicazione su web 29/08/2012

Nûr

Dopo l'instant book e l'instant movie arrivò l'instant opera. Ma la realtà ha tempi più veloci del melodramma, e al terrificante sisma del 2009 a L'Aquila nel frattempo è seguito – in un'altra Italia neppure troppo lontana in linea d'aria – un secondo terremoto, non meno tragico. Nûr (la prima opera commissionata ad hoc, dopo quasi quarant'anni di vita, dal Festival della Valle d'Itria) assume così un sapore metastorico, più che di lavoro legato a una drammaticissima attualità: e, in fondo, è questa la sorte più giusta per un'opera che proprio sul diacronismo gioca le carte più ambiziose della sua drammaturgia, con i fantasmi di Celestino V e Jacques de Molay che vagano nell'ospedale da campo tra i terremotati abruzzesi.

 


 


Foto Laera


 

 

In un'ora e venti di musica che scompaginano le unità di luogo, tempo e azione pur rispettandole all'apparenza (dalla tendopoli ospedaliera ci si trasferisce nell'ultimo quadro al limitrofo campo di Collemaggio; medici, infermieri e feriti del 2009 convivono, come si è detto, col papa «che fece per viltade il gran rifiuto» e con l'ultimo Maestro dell'ordine dei templari; si trascolora dalla notte alla luce, forse solo simbolica, del giorno dopo) Marco Taralli e il suo librettista Vincenzo De Vivo giocano la carta di un “verismo visionario”, occhieggiante forse al “realismo magico” di Bontempelli, che approda a esiti discontinui: da un lato perché i due piani stentano comunque a fondersi, dall'altro perché il compositore sembra più interessato al versante paraverista, mentre l'autore del libretto inclina verso la visionarietà metastorica. Gli affondi realistici – le geremiadi dei feriti senzatetto, il brusco pragmatismo d'un dottore che spersonalizza i ricoverati considerandoli solo dei numeri di letto – attengono anzi a un bozzettismo un po' vieto che, certo senza averne l'intenzione, potrebbe perfino suonare leggermente offensivo per la dignità con cui gli aquilani hanno affrontato la loro tragedia.

 

Il piano “privato” dell'opera (il rapporto tra il giovane volontario magrebino e la donna che ha perso la vista nel terremoto) offre spunti di commozione epidermica, ma, almeno a tratti, genuina, che la scrittura tradizionale di Taralli asseconda con efficacia: ci muoviamo su una direttrice puccinista (mentre l'uso del pianoforte in orchestra porta una spruzzata gershwiniana) che alterna diatonismi a cromatismi, ma in cui traspare comunque l'esigenza di convogliarsi verso una polarità tonale definita. L'impressione è soprattutto quella d'un pronipotino della Giovane Scuola: il gusto per una prosodia dove il periodare musicale non termina dove finisce quello librettistico, e viceversa, discende dal Cilea dell'Adriana Lecouvreur, e tra i tanti omaggi che la partitura fa alla temperie musicale di quegli anni il più palese (nell'aria di Jacques de Molay e nel finale) è al Franco Alfano di Risurrezione. La direzione di Jordi Bernácer evidenzia con chiarezza queste caratteristiche.

 


 


Foto Laera


 

 

I temi di fondo dell'opera di Alfano – speranza, perdono, rigenerazione – sono d'altronde gli stessi di Nûr (“luce”, in arabo): ma qui entra in gioco l'altro snodo della trama, quello tra i fantasmi della Storia. Scatta così una vera e propria “altra opera”, che la partitura stenta a fondere e la regia di Roberto Recchia, molto efficace nella descrizione dell'ospedale da campo, non riesce a impaginare con naturalezza. Se Celestino V – che compare sotto forma di frate, come Carlo V nel Don Carlo – è per L'Aquila è una presenza storicamente familiare, il fantasma di de Molay sembra una scelta drammaturgica più forzata. Dalla presenza dell'ultimo dei templari inteso come personaggio-chiave (è lui, in primo luogo, il portatore del messaggio di perdono) scaturisce una sorta di percorso iniziatico, con evidente retrogusto massonico: ma Taralli non è Mozart, De Vivo non è Schikaneder, Nûr non è Die Zauberflöte; e l'impressione – magari infondata – è quella di un private joke tra liberi muratori, anziché di un'articolazione necessaria della vicenda.

 

Se l'opera ripropone luoghi canonici del melodramma aggiornati all'oggi (la classica agnizione avviene in virtù d'un tatuaggio, anziché d'un medaglione o un ritratto) anche il cast dà l'idea di bei tempi andati sotto forma di riciclo: ventidue anni dopo la loro Traviata scaligera, Tiziana Fabbricini e Paolo Coni – che nel frattempo hanno conosciuto naufragi e riscatti, tramonti di fortuna e autorevoli rentrée – tornano insieme lasciandosi alle spalle il belcanto, ma pur sempre sotto il segno d'una vocalità tradizionale (una scrittura veristeggiante in bilico tra soprano e mezzosoprano per lei, un declamato fondamentalmente lirico per lui). La Fabbricini si conferma teatrante di razza, dove la voce è solo uno dei tasselli del quadro; Coni mostra, anche lontano da Verdi, quella nobiltà di linea e quell'opacità nel registro acuto che sancirono la sua fortuna iniziale, ma pure il suo troppo rapido declino.

 

Per quanto riguarda i tenori, alla morbidezza lirica del giovane volontario nordafricano si oppone il canto più spinto – ma senza tentazioni autenticamente eroiche – del cavaliere templare. I due personaggi non s'incontrano mai, sancendo la sostanziale incomunicabilità tra le due parti, e le due anime, dell'opera: e anche i rispettivi interpreti sono antitetici, ad ascoltare la vocalità delicata ma non fragile di David Ferri Durà e l'emissione assai più dura e scompaginata di David Sotgiu.



Nûr

Cast & Credits



Foto Laera



Cast & credits

Titolo 
Nûr
Data rappresentazione 
28 luglio 2012
Luogo rappresentazione 
Martina Franca, Teatro Verdi
Evento 
XXXVIII Festival della Valle d’Itria
Libretto 
Libretto di Vincenzo De Vivo da un’idea di Marco Buticchi
Regia 
Roberto Recchia
Interpreti 
Tiziana Fabbricini (Luce )
David Ferri Durà (Samih )
Paolo Coni (Il frate )
David Sotgiu (Il cavaliere )
Marta Calcaterra (L'infermiera )
Emanuele Cordaro (Il primario )
Graziana Palazzo (Una giovane ammalata )
Laura Maddaluno (Una delle Tre ammalate)
Kristel Kurik (Una delle Tre ammalate)
Sara Di Giampietro (Una delle Tre ammalate)
Michela Antenucci (Una monaca )
Aule Urb (Un'ammalata anziana )
Margherita Rotondi (Una dottoressa )
Candida Guida (Una donna ferita )
Giuseppe Cacciapaglia (Un infermiere )
Markus Nykänen (Un ammalato)
Matteo Falcier (Un ferito non grave )
Giampiero Cicino (Un ferito insonne)
Valeri Turmanov (Un ferito grave)
Scenografia 
Benito Leonori
Costumi 
Benito Leonori
Musiche 
Marco Taralli
Orchestra 
Ensemble dell’Orchestra Internazionale d’Italia
Direzione d'orchestra 
Jordi Bernacer
Note 
Opera da camera in un atto. Foto Laera.