In casa di Altan

(Foto di Bepi Caroli)
Personaggi e vicende si affollano repentinamente, vivono pochi istanti e svaniscono, per riproporsi in ennesime varianti. È la reazione a scoppio ritardato a produrre il contatto più efficace con l'intelligenza dello spettatore. Il risultato è trascinante quando Gallione gioca con un concertato di duetti che coinvolgono man mano il collettivo. L'avvio d'ogni situazione, tema o episodio, è affidato alle due figure più distaccate dei Cronisti (o Narratori) in completo nero: Massimo Mesciulam, che poi diventa Silvio-il-giovane e il Parlamentare e Rosanna Naddeo, che oltre a scandire comunicati immancabilmente allarmanti, li volge in canto con potente partecipazione; per poi assumere qualche personaggio riconoscibile, come una delle vedove degli operai vittime del lavoro. Lo spazio scenico rettangolare è piuttosto neutro e gli oggetti che lo arredano indicano, oltre al «tinello» destinato ad aprirsi simbolicamente sulla «piazza», anche la camera da letto e la cucina. Le tre pareti sono tappezzate uniformemente da pagine di giornale. La luce definisce via via il luogo di un'azione che dal nucleo di coppia si allarga a partecipazione corale. Nella drammaturgia di Gallione, le scenette sono ritagliate e rifuse in una tessitura variegata, ma unitaria e fedele all'originale; fra allusioni pungenti e dialoghi dal linguaggio volgarmente scatologico. La cifra linguistica tipica dell'artista e polemista, acquista una levità surreale, con conseguenze più profonde dell'ilarità suscitata al primo impatto dell'immagine. Lo spettacolo è decisamente «politico», sia nelle sequenze direttamente critiche verso i responsabili del governo, sia nell'evidenziare situazioni diffuse di disagio o degradazione socio-culturale. Eppure l'amarezza e il pessimismo intrinseci alle creature di Altan sono equilibrati (come elevati, se non certo sublimati) attraverso il gioco dell'iperbole e dell'ironia, del contrasto che l'abulia o la disperazione dei personaggi suscita rispetto alla vivacità delle battute e degli scatti mimici contrapposti alla realtà rappresentata. Tant'è che quando l'esperienza personale diventa collettiva, la funzione del Coro è di riflettere acremente sul grado di sostenibilità del tragico, sul limite del suo sprofondamento nel comico. La sarabanda di aforismi e freddure su stati d'animo e comportamenti comuni e quotidiani, svolge e condensa un resoconto a bilancio di un'epoca recente della nostra storia, una riflessione globale sui cambiamenti iniziati a partire dagli anni Sessanta e che ora si aprono su un futuro sempre più drammaticamente vuoto. Qui le forme si scatenano in inversioni paradossali di luoghi comuni o di frasi «storiche», sicché la coscienza e l'orgoglio della partecipazione a eventi epocali preferiscono poter dire «io non c'ero».

(Foto di Bepi Caroli)
I momenti più aggressivi della satira sono nella parabola ascendente di Silvio-il-giovane, rievocata da un Massimo Mesciulam nei toni particolarmente severi e distaccati da documentario; e nel Parlamentare assediato dal popolo questuante, interpretata con insofferenza e disprezzo. Sono anche quelli che illustrano la delusione seguita al tramonto delle ideologie, specialmente quella marxista e la trasformazione con occultamento della classe operaia. Questa si rappresenta nella coppia già celebrata di Cipputi e Bundazzi (Scaramuzzino e Pirovano, in tuta e armati di falce e martello) offesi e stupefatti, travolti dalla Storia. Una variante al loro destino infausto li mostra vittime dell'amianto delle lavorazioni navali, secondo la dolorose testimonianze delle vedove (Simona Guarino e Rosanna Naddeo) in brevi monologhi dalla disarmante commozione. Innumerevoli aneddoti, esilaranti e raggelanti, coinvolgono ancora i rapporti della coppia-tipo di Gino e Gina (Scaramuzzino e una Simona Guarino dall'ostentata sciatteria e protervia, a costituire esemplari «maschere» contemporanee), alle prese con tragicomiche disavventure sessuali ed educative (con figli simpaticamente maliziosi o sbandati, interpretati da Vito Saccinto, Melania Genna e Sarah Pesca), segnate da cupe allusioni a equivoci e violenze familiari.
Qualche inciampo comunicativo può forse rilevarsi nel cambiare e sovrapporsi di temi e prospettive sì disparati, per cui gli attori non possono mai calarsi in un carattere definito. Così anche è difficile adeguare le diverse maturità espressive ai ruoli cangianti e diseguali. I più giovani comunque interagiscono tempestivamente con i protagonisti maggiori, dimostrando un entusiasmo non inferiore alla precisione della performance recitativa. «C'è molto da ridere - dichiara Gallione - ma poco da stare allegri». Del resto, il gradimento del pubblico è sottolineato da frequenti applausi a scena aperta e dall'ovazione finale indirizzata all'autore chiamato in palcoscenico.
Tinello italiano

Cast & credits
| Titolo
Tinello italiano |
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| Origine
Italia |
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| Data rappresentazione
26 ottobre 2011 |
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| Città rappresentazione
Genova |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Modena |
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| Autori
Francesco Tullio Altan |
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| Adattamento
Giorgio Gallione |
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| Regia
Giorgio Gallione |
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| Interpreti
Melania Genna Simona Guarino Massimo Mesciulam Rosanna Naddeo Sarah Pesca Mauro Pirovano Vito Saccinto Giorgio Scaramozzino Beatrice Schiros |
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| Produzione
Teatro dell’Archivolto - Teatro Stabile di Genova |
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| Scenografia
Guido Fiorato |
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| Costumi
Guido Fiorato |
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| Luci
Aldo Mantovani |
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| Musiche
Paolo Silvestri |