Dell’Oratorio e dell’Azione Sacra
Alla fine è una disputa teologica il banco di prova per un confronto tra

Più che del soggetto, forse, Metastasio era soddisfatto del modo con cui l'aveva svolto. La vicenda del Vecchio Testamento narrata nel Libro di Giuditta è allo stesso tempo così carnale e spirituale, allegorica e cruenta, che con la sua icasticità aveva dato vita a una lunga serie di capolavori della pittura, ed era già stata messa in musica da Vivaldi quale sacrum militare oratorium in lingua latina: ma, davanti a tali precedenti, il poeta preferì aggirare l'ostacolo. Al contrario di Tiziano, Veronese o Caravaggio la sua Betulia non ci mostra l'uccisione di Oloferne: il barbaro condottiero non compare mai – sebbene i racconti che fanno di lui il luogotenente Achior e la protagonista siano più che sufficienti a descriverlo – e, in un'ideale mappa dell'iconografia delle Giuditte, Metastasio preferisce porsi sulla scia di Botticelli, che raffigura la donna in fuga dopo l'omicidio anziché concentrarsi sulla sua esecuzione materiale.
L'angoscia dell'assassina armata da Dio, così come quella dei soldati al cospetto del cadavere decapitato, ci viene trasmessa retrospettivamente, grazie a quell'arte del racconto che i recitativi di Jommelli e Mozart sanno poi rendere così mobile e drammatico; e in questa tragedia “narrata”, più che vissuta sul momento, non manca spazio per pensose digressioni, come quella che apre la seconda parte: l'ebreo Ozìa e il babilonese Achior si affrontano in una disputa sulla natura di Dio, in cui monoteismo e politeismo, panteismo e idolatria si rimpallano senza vincitori né vinti (Achior si convertirà, ma in un secondo momento) e dove semmai il barbaro appare più tollerante e relativista dell'“illuminato”. Metastasio affronta la pagina con il virtuosismo poetico-dialettico di chi ha ben assimilato il pensiero di Leibniz dell'«Essere più perfetto» e della sua possibile coesistenza accanto al male: ma come la traducono in musica i due autori?

Per il resto l'articolazione in sole quattro voci, statutaria nel genere oratoriale, induce Jommelli ad accorpare in un unico ruolo i due capopopolo Cabri e Carmi – una sintesi proficua, tutto sommato – e a sopprimere il personaggio della mater dolorosa Amital, rinunciando alla contrapposizione tra questa figura muliebre ripiegata e la femminilità pugnace della protagonista, che sarà invece uno degli spunti più interessanti della Betulia mozartiana. Per contro, la lunga militanza di Jommelli nell'opera buffa garantisce ai personaggi un realismo psicologico che nel lavoro di Mozart è meno vivido: i trapassi caratteriali di Achior sono resi con una linea canora estremamente frastagliata, laddove l'omologo personaggio mozartiano appare più monolitico. Ma è differente soprattutto la scontornatura vocale della protagonista. Mozart non si lascia sfuggire quanto di erotico c'è nella vicenda di questa vedova irreprensibile, ma capace di accendere la sensualità altrui e, forse, di non rinunciare alla propria: al contrario del Vecchio Testamento, dove Giuditta esce dalla tenda di Oloferne «senza che abbia commesso peccato», nel libretto non c'è alcun riferimento in tal senso, anzi il racconto dell'eroina è di un'elusività tanto più ambigua quanto più stuzzicante. Il futuro autore del Don Giovanni non poteva restare insensibile a tali sollecitazioni, e concepì Giuditta per una carnalissima scrittura contraltile; la severità dell'oratorio impose a Jommelli di glissare, ripiegando su una più liliale vocalità da soprano.

Betulia liberata di W. A. Mozart - Una scena
Tutto questo, e molte altre cose ancora, emerge nella lettura di Muti con una tale chiarezza da rendere inutile qualunque ricognizione esegetica. Anche della messinscena per Mozart si sarebbe potuto fare a meno, sebbene Marco Gandini realizzi una regia sobria ma senza grigiori e il tandem Italo Grassi – Gabriella Pescucci (scenografo e costumista) ci regali un momento emozionante: il racconto della protagonista, tornata a casa dopo la sua cruenta missione, davanti al popolo di Betulia, visivamente impaginato come in una sorta di presepe vivente. La chiarezza del concertatore trova il più diretto corollario nel ferreo lavoro sulla dizione dei cantanti: solo per Laura Polverelli,
Se Giuditta è la protagonista, il “ruolo monstre” – nell'una come nell'altra Betulia – è quello di Ozìa, scritto per castrato da Jommelli, per tenore da Mozart. Antonio Giovannini ha una voce fenomenale: per estensione (siamo a un dipresso dalle tre ottave), omogeneità di registri (ora sopranista ora contraltista senza cesure né scollamenti di emissione), resistenza di fiati. Qualche problema di tenuta, sotto quest'ultimo profilo, lo mostra invece Michael Spyres; resta da vedere, però, quanti altri sarebbero oggi in grado d'affrontare questa massacrante scrittura baritenorile, scura ed eroica al centro, flautata e suadente nel registro di testa. La locandina mozartiana prosegue con un terzetto di voci femminili non sempre a fuoco (emerge, anche perché ha più spazio, l'Amital di Marta Vandoni Iorio) ma soddisfacente: cosa che purtroppo non si può dire per l'Achior, un po' vacuo e stimbrato, di Nahuel di Pierro. In Jommelli si apprezzano invece il Carmi di Dmitri Korchak, ragguardevole per smalto e squillo, e l'Achior di Vito Priante, di notevole precisione ritmica nella sua grande aria contrappuntistica ma, soprattutto, sapiente cesellatore di recitativi. Tutto perfettamente amalgamato da Muti, che sa come riportare Mozart a un'idea di suono tutt'altro che rarefatto, in cui l'ideale di classica levigatezza convive con un'inesausta pulsazione drammatica, ed esalta tutti i contrasti dinamici che scandiscono la densissima partitura di Jommelli. Che un simile risultato si ottenga con un'orchestra “moderna” (la giovanile Luigi Cherubini) anziché di strumenti antichi – salvo il “continuo”, affidato, con esiti molto interessanti, a viola da gamba, arpa barocca e clavicembalo – è la prova che il vero “antico” risiede, semplicemente, in ciò che sa trasmettere il pensiero e la bacchetta.
Betulia liberata

Betulia liberata di W. A. Mozart - Alisa Kolosova e Michael Spyres
Cast & credits - Oratorio per quattro voci, coro e strumenti
| Titolo
Betulia liberata |
|
| Sotto titolo
Oratorio per quattro voci, coro e strumenti |
|
| Anno
1743 |
|
| Data rappresentazione
5 luglio 2010 |
|
| Città rappresentazione
Ravenna |
|
| Luogo rappresentazione
Basilica di Sant’Apollinare in Classe |
|
| Prima rappresentazione
5 luglio 2010 |
|
| Libretto
Pietro Metastasio |
|
| Interpreti
Laura Polverelli (Giuditta) Dimitri Korchak (Cami) Vito Priante (Achior) Antonio Giovannini (Ozia) |
|
| Musiche
Niccolò Jommelli |
|
| Orchestra
Orchestra Giovanile Luigi Cherubini |
|
| Direzione d'orchestra
Riccardo Muti |
|
| Coro
Vienna Philarmonia Choir |
|
| Maestro del coro
Walter Zeh |
Cast & credits - Azione sacra in due parti KV 118
| Titolo
Betulia liberata |
|
| Sotto titolo
Azione sacra in due parti KV 118 |
|
| Anno
1771 |
|
| Data rappresentazione
4 luglio 2010 |
|
| Città rappresentazione
Ravenna |
|
| Luogo rappresentazione
Teatro Alighieri |
|
| Prima rappresentazione
2 luglio 2010 |
|
| Evento
Ravenna Festival 2010 |
|
| Regia
Marco Gandini |
|
| Interpreti
Michael Spyres (Ozia) Alisa Kolosova (Giuditta) Marta Vandoni Iorio (Amital) Nahuel di Pierro (Achior) Barbara Bargnesi (Cabri) Arianna Vendittelli (Carmi) |
|
| Produzione
Nuovo allestimento - Coproduzione Salzburger Festspiele, Ravenna Festival |
|
| Scenografia
Italo Grassi |
|
| Costumi
Gabriella Pescucci |
|
| Luci
Marco Filibeck |
|
| Musiche
Wolfgang Amadeus Mozart |
|
| Orchestra
Orchestra Giovanile Luigi Cherubini |
|
| Direzione d'orchestra
Riccardo Muti |
|
| Coro
Vienna Philharmonia Choir |
|
| Maestro del coro
Walter Zeh |