Guerra, crimine e terrore

di Roberta Balduzzi

Data di pubblicazione su web 17/06/2010

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Si è svolto al Teatro Stabile di Genova il tradizionale appuntamento di fine stagione con la Rassegna di drammaturgia contemporanea, che prevede ogni anno la rappresentazione di testi di nuovi autori della scena internazionale. Si tratta di un'occasione importante che, a partire dal 1996, ha permesso la sperimentazione di oltre quaranta nuovi spettacoli, poi entrati nella produzione delle stagioni a venire. Quest'anno la rassegna ha accolto tre messe in scena che, dopo l'esordio a Genova al Teatro della Corte, saranno replicate a Bordighera e a La Spezia. Lo scenario genovese è ancora quello della Piccola Corte, un insolito spazio che prevede la presenza sul palco degli spettatori, disposti in gradinate che rimandano alla struttura del teatro antico e che favoriscono la vicinanza tra interpreti e pubblico. Si tratta di una soluzione non certo comoda per i presenti in sala che però risulta ideale per favorire l'intimità necessaria a messe in scena connotate da forte coinvolgimento emotivo, come sono, di norma, quelle rappresentate.

  

A conferma della peculiarità delle mises en espace, il primo spettacolo di questa edizione, Le diable en partage del drammaturgo francese Fabrice Melquiot è un testo di forte pathos, che ripercorre, attraverso la storia di una famiglia, la tragedia della guerra in Jugoslavia negli anni '90 del secolo scorso. Il sanguinoso evento, che ha visto coinvolte in una cruenta guerra civile le popolazioni slave, è rappresentato da Melquiot in tutta la sua atrocità.

Il dramma parla di un uomo serbo, Larko (Davide Pedrini), che si vede costretto a prendere parte a una guerra che non condivide, tanto più che la donna che ha sposato è bosniaca. Il tragico presente s'intreccia sulla scena con flashback in cui viene descritto un passato nel quale Lorko trascorreva una spensierata esistenza da ventenne con il fratello Jovan (Manuel Zicarelli) e l'amico Alexandre (Maximilian Dirr) e nulla avrebbe lasciato presagire tanta sofferenza. La storia di Larko, rappresentata nel proscenio, s'intreccia quindi con quella di Jovan, di Alexandre e di tutta la famiglia, compresa la moglie Elma (Antonietta Bello). Le vicende del gruppo familiare, con Jovan e Alexandre che vanno e vengono dal fronte di giorno in giorno più provati, sono rappresentate su un palco in cui è riprodotta l'abitazione, ormai fatiscente, della famiglia di Lorko. Lo spettacolo prosegue con questo doppio punto di vista, anche quando Lorko diserta e fugge in Francia, nella speranza di costruirsi una nuova vita, mentre in patria l'opera di distruzione coinvolge tutti: Alexandre subisce terribili ferite fisiche, Jovan è influenzato dalla dilagante corruzione morale, i genitori non tollerano più una situazione di cui sono osservatori inermi, Elma è vittima del crescente odio razziale e ideologico. La rappresentazione è cadenzata da rumori e suoni: le granate che esplodono e i latrati dei cani immaginari che disturbano il sonno di Jovan si alternano alla voce di Elma, che canta per sconfiggere la paura. Questo crescendo acustico culmina nel canto liberatorio di tutta la famiglia sulle note di Bridge Over Troubled Water (celebre brano di Simon and Garfunkel), interrotto bruscamente dal sopraggiungere improvviso di un nuovo bombardamento.

 


 


Un momento di Le diable en partage


 

 

La regia di Filippo Dini è denotata da scelte felici nella realizzazione del contesto bellico e della sua influenza sull'interiorità dei protagonisti, ma risente di un andamento piuttosto lento, che tende a inficiarne il ritmo. Bravi gli interpreti, per lo più attuali allievi della Scuola del Teatro Stabile di Genova, tra cui si è distinto, in particolare, Manuel Zicarelli.

 

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Il secondo spettacolo rappresentato si è differenziato dal precedente per tematica e ispirazione. Dal crudo realismo della prima mise, con Corto Circuito dell'italiano Piero Olivieri si è passati, infatti, a un surrealismo inquietante, in un intreccio giallistico intriso di pulp alla Tarantino.

Due malviventi (Vincenzo Zampa e Gian Maria Martini) fuggiti a una tragica rapina ricevono un'inaspettata telefonata che precede l'ingresso di un terzo personaggio (Antonio Zavatteri) dal nome Lived (che può essere interpretato da un'altra prospettiva se letto al contrario: Devil= Diavolo): l'impacciato e ambiguo nuovo arrivato è un appassionato lettore di “Paperino” (Walt Disney) e ha difficoltà deambulatorie, ma, a dispetto dell'innocua apparenza, promette ai protagonisti una lauta ricompensa e la sua incondizionata protezione in cambio di un favore. La richiesta di sparare a due uomini dentro a una stanza attigua e in tutto identica a quella in cui si trovano i due balordi viene soddisfatta, ma presto sulla scena inizia a prendere forma una situazione paradossale di cui i protagonisti sono vittime. Come se una pellicola venisse riavvolta e riavviata, le battute vengono ripetute ossessivamente. Lo spettatore avverte e interiorizza la preoccupazione dei due malviventi, percependo qualcosa d'inconsueto e indefinibile. Lived entra ed esce dalla scena, provocando i suoi interlocutori sui temi del dolore, della morte e della relatività del tempo, e lasciando intendere di sapere tutto sulle loro rispettive vite e di poterli, pertanto, controllare. 

 


 


Corto circuito

 

Per comprendere appieno la messinscena non basta soffermarsi sulla trama, ma si rende necessario andare oltre alla dialettica dei protagonisti e degli eventi. Quella che sembra una semplice storia di gangster assume così i connotati di un dramma esistenziale, con tanti piccoli colpi di scena che fanno da preludio alla rivelazione finale: i due balordi si trovano imprigionati in un loop in cui lo stesso istante si ripete all'infinito.

 

La messinscena si svolge interamente dentro a una gabbia che rappresenta la condizione dei protagonisti. I due giovani attori Vincenzo Zampa e Gian Maria Martini interpretano con consapevolezza uno spettacolo complesso; con loro sul palco, lo scafato Antonio Zavatteri, che rende inquietante quanto basta la figura di Lived, arricchendola di sfumature che si articolano dal registro comico a quello sadico. L'efferatezza della rappresentazione risulta, quindi, più psicologica che fisica, lasciando lo spettatore sbigottito di fronte all'indeterminatezza degli eventi.

 

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L'ultimo appuntamento della rassegna alla Piccola Corte ha previsto la messinscena dello spettacolo Nordost del drammaturgo tedesco Torsten Buchsteiner, diretto per l'occasione da Andrea Battistini. Lo spettacolo è una rilettura in monologo di una delle più inquietanti tragedie contemporanee legate al terrorismo: il testo di Buchsteiner ripercorre infatti quello che accadde dentro e intorno al Teatro Dubrovka di Mosca, quando fu occupato da un gruppo di terroristi ceceni nell'ottobre del 2002.

 

Il dramma è strutturato in tre monologhi di altrettante donne coinvolte, in un modo o nell'altro, nella vicenda. Le tre attrici (Irene Villa, Barbara Alesse e Federica Granata) sono sedute sulla scena già prima dello spettacolo, mentre gli spettatori entrano nella piccola sala allestita sul palcoscenico della Corte in occasione della rassegna. In sottofondo c'è la colonna sonora di Nord-ost, il musical che stava andando in scena al Teatro Dubrovka la sera dell'attentato, prima dell'irruzione armata. Si abbassano le luci sul pubblico e, attraverso un telo posto alle spalle delle interpreti, s'intravede la platea del teatro deserta. Le protagoniste iniziano a raccontare i momenti cruciali delle rispettive vicende personali, che hanno preceduto la sera del 23 ottobre 2002 e che danno una spiegazione alla loro presenza all'interno o all'esterno del Teatro Dubrovka: c'è la vedova cecena che prende parte alla spedizione terroristica per vendicare la morte del marito, il medico interno che rinuncia ad assistere allo spettacolo per sostituire un collega in ospedale, la donna che mette da parte i risparmi per portare tutta la famiglia a teatro, soddisfacendo così il desiderio della figlia. I monologhi si susseguono e s'intrecciano fino a diventare quasi un tutt'uno, dando vita a un racconto ricco di tensione, ma pur sempre estremamente delicato nella sua umanità. Persino la donna soldato cecena, interpretata con intensità dalla brava Irene Villa, mette in mostra molte sfumature caratteriali che lasciano trasparire la fragilità che si cela dietro a una scelta difficile ma necessaria per sopravvivere al lutto e per ribellarsi a una violenza insensata.

 

La storia lentamente si compone, tra eventi realmente avvenuti dentro al teatro, la finzione della drammaturgia e la denuncia della mancanza delle trattative, della inopportunità del blitz e della carenza di un piano di soccorsi di cui è stato accusato il governo russo. Tutto questo si realizza davanti agli spettatori, attraverso le testimonianze delle tre donne: la terrorista che riesce a darsi alla fuga; il medico che presta soccorso; la donna ferita all'interno del teatro, rimasta poi vedova del marito. Dopo la lettura delle agghiaccianti statistiche legate alla tragedia, lo spettacolo si chiude e l'attenzione dello spettatore si sposta di nuovo alle spalle delle interpreti, sulla platea, dove sono ora illuminate solo alcune poltrone, forse quelle rimaste occupate dai cadaveri delle donne cecene dopo lo sgombero dal teatro dagli ostaggi russi.

 


 


Federica Granata, Irene Villa e Barbara Alesse in Nordost


Come i due precedenti spettacoli della rassegna di questa stagione, Nordost ha un forte impatto emotivo, affrontando con discrezione la vicenda umana di tre donne attraverso una tragedia storica che ha segnato profondamente l'inizio del millennio. Brave tutte e tre le attrici, tanto l'esperta Federica Granata, quanto le (quasi) esordienti Irene Villa e Barbara Alesse.