Mazzini, il prigioniero della rivoluzione
MAZZINI, IL PRIGIONIERO DELLA RIVOLUZIONE
Lungo monologo in otto quadri
IMPIANTO SCENOGRAFICO
Stanza semplice ma essenziale: un tavolo in centro, con sedia e lampada; accanto, a destra, una poltrona. Sulla parete di destra un camino, accanto al quale un tavolino basso su cui si trovano bottiglie di liquore, vino, teiera, un paio di bicchieri e di tazze, una grande forma di pane con un coltello infilato in cima. Sulla parete di sinistra una cassettiera, una specchiera a muro con pettine e spazzole, un appendiabiti, colmo di diversi abiti e cappelli. Sul muro di fondo una finestra chiusa da un'anta, e una grossa carta geografica dell'Italia, con la divisione degli stati alla data del 1853. Sulla parte anteriore del tavolo la bandiera inglese, come fosse una tovaglia. Sulla sinistra, nell'angolo in fondo, porta, e, accanto alla porta, una valigia posata per terra.
Destra e sinistra si intendono sempre rispetto allo spettatore.
L'indicazione Buio, in didascalia, evidenzia un lasso di tempo che separa una scena dall'altra. S'intende che, dopo il buio, ritorna ogni volta la luce.
Prima di ogni quadro il sipario è chiuso. Sul sipario chiuso la proiezione di una sorta di cartello brechtiano, a indicare luogo e tempo del quadro, nonché un brevissimo riassunto della scena (testo qui riprodotto in maiuscolo).
I Quadro
1853. MAZZINI IN ESILIO A LONDRA, “IL PRIGIONIERO DELLA RIVOLUZUIONE”: PASSA
(Mazzini è seduto dietro il tavolo, rivolto verso gli spettatori. Lampada accesa. Notte).

MAZZINI C'è una straordinaria quantità di lavoro, che non si può trascurare, senza pericolo per le persone coinvolte nella nostra lotta. Sono costretto a rimanere seduto allo scrittoio nella mia piccola stanza, dalle 9 della mattina alle 10 di sera, quando vado a far visita a qualche intimo amico dalla parte di King's Road più vicina a me. La mia vita è quella del prigioniero. (Pausa). E dico, di quando – come adesso – sono qui, libero nella libera Inghilterra. Peggio, molto peggio, quando sono in azione, sul campo. Allora, sto chiuso in una stanza – scrivendo biglietti, lettere, istruzioni – dalle 9 della mattina sino alle 2 dopo la mezzanotte, con l'interruzione di tre quarti d'ora per mangiare; ricevo venti lettere al giorno, per metà sconfortanti, per metà vibranti d'entusiasmo. Solo di notte – per ragioni di sicurezza – esco di casa, a prendere un po' d'aria, a fumare il mio sigaro buono. (Dal taschino della giacca tira fuori un sigaro che odora da una estremità e poi rimette al suo posto. Si alza e si dirige al camino, per scaldarsi l'acqua e preparasi un the che berrà camminando e parlando). Una volta sono stato sei mesi filati in una stessa stanza, senza poter né vedere né parlare con nessuno. Per non impazzire ho cominciato a parlare da solo. Da allora, parlo spesso da solo. (Pausa). Peraltro, dopo tanto di questa vita, taccio sovente, perché ho l'anima amara, annoiata, e anche nel contatto personale starei giornate senz'aprir bocca. (Pausa). A Milano io non ho spronato, né sprono. Faranno? Non faranno? Non lo so. Ma si è mossa la parte popolana, gli operai. Per vent'anni siamo andati dicendo che una nazione deve emanciparsi con le proprie forze e siffatte bellissime cose; la parte che nel ‘47 i migliori dicevano incapace di fare, e che invece diede una solenne smentita ai ragionatori; quella parte, ora, vuol fare. (Pausa). Quando mi fui convinto che non erano semplici ebollizioni di taverna, ma concetti che avevano del serio, stimai debito mio l'accostarmi, e nel caso in cui persistessero, dare aiuto quanto potevo. D'altro lato, non sarò io di certo disposto a smentir la mia fede, e – dopo il ‘48 e il '49 – a poter dire a quel popolo: l'iniziativa non può venire che dalla Francia.
(Ha finito di bere il the; posa la tazza sul tavolino accanto al camino. Va all'appendiabiti e comincia ad abbigliarsi variamente, guardandosi compiaciuto nella specchiera via via che completa il suo travestimento).
Ho diversi abiti a mia disposizione, alla bisogna… Il mio amico Gustavo Modena, attore celebre e repubblicano convinto, li chiama costumi di scena. Lui dice che sono piuttosto bravo, un vero commediante. (Si getta addosso una cappa da donna lunga fino ai piedi e si pone in testa cappello da donna). Il meglio è quando mi travesto da donna, da zitellona inglese… tagliando la barba, ovviamente. Ma questa volta devo passare il Gottardo, e siamo di gennaio. (Toglie l'acconciatura da donna e si traveste rapidamente da pastore protestante). Andrà meglio così. Per fortuna parlo bene l'inglese. Sarò un pastore protestante, e fingerò di non capire che poche parole di francese. La cosa migliore, con la polizia francese, che è quella più accanita a darmi la caccia. (Da un cassetto del tavolo tira fuori tre passaporti che si passa fra le mani). Al momento ho tre passaporti, uno americano e due inglesi. Reverend Claude Morris, andrà benissimo.
(Buio. Quando la luce ritorna Mazzini è di nuovo seduto al tavolo, come prima, stesso spazio, ma siamo ovviamente in Svizzera e non più a Londra, benché lo spazio scenico sia lo stesso. Manca solo la bandiera inglese sul davanti del tavolo. Mazzini è vestito normalmente, ha abbandonato cioè il travestimento da pastore protestante, ma ha intorno al collo un enorme scialle di lana spessa. Sta scrivendo e legge lentamente, a mano a mano che scrive).
“Dear Caroline, I am here still safe, but of course a prisoner in my room”. (Ripete traducendo in italiano, e proseguendo). “Cara Caroline, sono qui, ancora sano e salvo, ma, naturalmente, prigioniero nella mia stanza”. (Si alza, si avvicina all'appendiabiti e vi depone l'ampio scialle. Continua parlando da solo, a voce alta). Ditelo pure, a Bessie, che sul San Gottardo, in slitta aperta, sarei morto assiderato, in questo gennaio così nevoso e freddo, se non mi fossi imbacuccato nel suo scialle meraviglioso, wonderful wrapper. La slitta sbalza da destra a sinistra, da sinistra a destra, senza che uno se l'aspetti, continuamente, con-ti-nua-men-te. E poi, venitemi a parlare della vettura londinese, quando svolta a Park Lane! Da una parte non vi sono che precipizi, e la strada da percorrere è davvero ben stretta. (Scalda l'acqua sul camino e si fa il the, che comincia a sorseggiare, come per riscaldarsi, al ricordo di tanto freddo, camminando su e giù per la stanza). La stagione si addice alle Alpi, che ancora una volta mi sono apparse, malgrado il freddo e il vento, il più sublime poema dell'Eternità che sia stato scritto. È poesia che guida all'azione; severa e rude come il dovere; forte come la fede; pura e serena come
(Pausa, si avvicina alla carta geografica dell'Italia, che contempla compiaciuto, ora guardando il pubblico, ora dando le spalle per piantare sulla carta delle bandierine rosse che estrae dalle tasche della sua giacca. Molto eccitato in tutta questa sequenza politica, salvo pause di ripensamento e di segreto scoramento, da cui però si riprende ogni volta con enfasi accresciuta).
Milano sarà il punto di avvio (pianta bandierina su Milano), ma è indispensabile – perché la vittoria sia decisiva, splendida – che la fiamma insurrezionale guizzi da un estremo all'altro sino in Sicilia. Quindi assolutamente necessaria la quasi simultaneità della mossa. (Pianta rapidamente, in successione quasi frenetica, altre bandierine: a Bologna, in Umbria, a Roma, in Sicilia). E questa mossa deve essere mossa di popolo. Dev'essere Vespro Italiano: quindi ha bisogno più d'arma bianca che d'altra. L'armi da guerra devono togliersi al nemico. (Riflessivo, guardando le bandierine che ha piantato). Ho scritto ai Fratelli dell'Umbria. Una commissione d'Insurrezione Centrale per il territorio romano si costituirà: date adesione: unificate il moto, quanto più potete. (Pausa). Ho scritto anche ai Fratelli di Sicilia. (Si ripete mentalmente quello che ha scritto ai Fratelli di Sicilia): “Se udite l'insurrezione trionfante afferrate il momento, ed agite dovunque potete. (Pausa). A Garibaldi scrissi, chiamandolo a voi, da forse tre mesi; e la mia lettera doveva raggiungerlo in Lima. È probabile che egli giunga sollecito da voi”. (Pausa. Poi, in un estremo sussulto, eccitatissimo).
(Buio. Quando torna la luce Mazzini è in proscenio, faccia al pubblico, in piedi, con cappotto e cappello, a un grado massimo di eccitazione, ma meno cerebrale, più viscerale, fisica).
5 febbraio. Sono a Chiasso, sul confine. Entriamo probabilmente in azione domani. Il popolo vuol fare, ed io – il Cielo benedicendo, perché il popolo sia migliore di noi – aiuto e aiuterò come meglio posso. (Buio). Gli operai che dovevano condurmi a Milano si sono opposti al mio proposito. A loro è parsa non necessaria la mia presenza al primo sorgere, ma indispensabile il mio consiglio dopo.
(Buio. Pausa più lunga. Quando torna la luce, Mazzini sempre in proscenio, senza cappello, con il cappotto aperto, stazzonato, appare esagitato, sull'orlo di una crisi di nervi).
Il piano è fallito! Non so ancora nulla delle cause, nulla delle perdite o delle probabilità rimaste; ma un primo tentativo ha avuto esito infelice. Io sono in salvo: non ho avuto tempo di giungere (Pausa). Di una massa organizzata, una ventesima parte soltanto si è mossa. Che cosa ha trattenuto tutto il resto? Che Dio trattenga Bologna dall'agire! (Buio). Il 9 febbraio hanno impiccati otto milanesi, e uno fucilato per mancanza di forca. Due giorni dopo ne hanno impiccati altri quattro. Dei 400 popolani che avevano preso impegno di assaltare il Castello con i pugnali si raccolsero al luogo stabilito solo una trentina, e rinunciarono all'assalto, quando si resero conto di essere così in pochi. (Riprendendosi, di nuovo eccitato). Ma io non ero né un pazzo né un visionario. Poteva esserci una regolare guerra di barricate, come nel '48, a Milano. Sono mancati i migliori, i valorosi e i forti, gli uomini che hanno visto Venezia resistere per 17 mesi, e una città aperta come Roma tener testa per due mesi a 30.000 soldati francesi. I miei compagni più validi, i militari, Medici, Cosenz, e tutti gli altri: politicamente parlando, sono stati loro la causa principale del disastro. Non hanno avuto fiducia che il popolo si muovesse. Sono tutti schiavi del sogno – per me immorale – della iniziativa francese. Vogliono che prima si muova
(Buio)
Una delle prime foto dal fronte scattate
dall'inglese Roger Fenton durante
la Guerra di Crimea (1853-1856)
II Quadro
1856.
(Sempre la bandiera inglese sul davanti del tavolo. Giorno. Seduto in poltrona, Mazzini sta finendo di leggere un giornale inglese, che tiene spalancato davanti a sé. Poi si alza e va a prepararsi il the, al solito modo, mentre comincia a parlare, un po' soddisfatto e un po' amaro, ma sempre sul filo dell'ironia).
E così, il piccolo Lord, se ne è tornato dal Congresso di Parigi senza il becco di un quattrino in tasca. Con i sabaudi finiremo per rompere apertamente, ma per un poco ancora andiamo avanti così. (Pausa). D'altra parte, come può una Monarchia, stretta in lega con tutti i Governi esistenti, esistente essa stessa in virtù di certi trattati pubblici, rompere improvvisamente ogni patto, violare tutti i trattati, e strappare l'attuale carta d'Europa? Siamo noi che dobbiamo sorgere.(Buio. Stessa stanza, ma senza la bandiera inglese. Siamo a Genova. Mazzini è davanti al camino e si scalda le mani al fuoco).
Sono giunto ieri notte, e ho trovato sei o sette dei miei uomini che mi aspettavano, sparsi qua e là alla stazione, pronti per ogni evenienza. Erano già parecchie notti
che venivano. Il viaggio è stato buono. Tutta la traversata delle Alpi è stata fatta in diligenza: la notte era fredda; soffiava forte il vento e nevicava. Siamo a maggio, ma nevicava. Sono arrivato proprio nel giorno in cui si celebrava l'anniversario dello Statuto piemontese. I treni erano affollatissimi, e gli hotels di Torino così pieni che non mi riuscii di trovare una camera. Non sapendo che fare, mi rifugiai – fino a una certa ora, in cui mi sarebbe stato possibile incontrare un amico – in una chiesa. Per le strade ho incontrato ogni sorta di gente, deputati, ufficiali inglesi reduci dalla Crimea, ecc., ma nessuno mi riconobbe. (Lunga pausa. Comincia a passeggiare nervosamente per la stanza). Io vi amo con grande tenerezza, Emilie, e ve lo mostrerei di più, se non provassi accoramento e rimorso, per aver grandemente contribuito ad allontanare in certa misura due esseri che avrei dato la vita per mantenere uniti. (Pausa). Ho già visto Pisacane e sette dei miei popolani. (Si china a raccogliere per terra mozziconi di sigari e pezzi di carta e va a buttare il tutto nel camino). Oh, se fossero un po' più raffinati! È un vero tormento – per me – vedere il Dottore, Quadrio e tutti gli altri sputare in terra e buttare sistematicamente i mozziconi dei sigari sul pavimento, quando possono depositarli altrove. E lo stesso fanno con la carta bruciata o stracciata, e così cento altre piccole cose assai poco eleganti. Ma dev'essere in gran parte colpa delle loro donne. (Va al tavolo e, rimanendo in piedi controlla carte e documenti). Tutto è pronto per il 10 giugno.
(Buio. Durante il buio rumore di tempesta sul mare, fortissima. Al tornare della luce Mazzini in proscenio, rivolto verso il pubblico, teso, disperato).
Pisacane doveva imbarcarsi a Genova, sul piroscafo “Cagliari”; la nave che portava i moschetti e gli uomini – e che doveva incontrarsi con lui – fu sorpresa da una tempesta, e poté salvarsi solo gettando a mare i moschetti. Tuttavia persistemmo, e il 25 giugno tutto era di nuovo pronto ed eseguito. Il piroscafo fu catturato, i prigionieri dell'isola di Ponza liberati e tutti i componenti la piccola spedizione sbarcati. Ma le province napoletane non si mossero; e la nobile banda fu lasciata sola a combattere per andare avanti. Maledetti i vili! (Pausa). Quanto alle insurrezioni di Livorno e di Genova, le cause dell'insuccesso sono differenti, ma l'esito è egualmente tragico: 52 gli arrestati a Genova, e parecchi dei nostri sono ancora in pericolo. Degli arrestati, 42 sono operai di vario mestiere (facchini falegnami fabbri calzolai sarti), due sono domestici, due studenti, uno scritturale, un segretario, un commesso di negozio, un giornalista, due possidenti. Il mio è stato il fiasco più completo che sia mai successo. (Pausa). Mi è venuto un malore cutaneo universale: ho avuto testa, fronte e tutto il corpo coperto di croste, di ascessi e che so io. La bile si è aperta una strada, credo, e tuttavia mi ha evitato una malattia seria.

Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini
III Quadro
1858-1859. MAZZINI È SEMPRE A LONDRA. SEGUE CON ATTENZIONE LO SVOLGIMENTO DELLA SECONDA GUERRA DI INDIPENDENZA, MA L'IMPROVVISO ARMISTIZIO DI VILLAFRANCA LO FA TORNARE PRECIPITOSAMENTE IN ITALIA.
(Mazzini è seduto dietro il tavolo, rivolto verso gli spettatori. Siamo a Londra, e il tavolo presenta la bandiera inglese. Giorno. Mazzini sta scrivendo e legge lentamente, a mano a mano che scrive). “Londra 4 gennaio 1858. Caro Pianciani, ringrazio con vero affetto la signora Pianciani e voi, per gli eccellenti sigari che avete voluto darmi, e che vado fumando, uno per giorno, con vera delizia. (Pausa. Come nel I quadro estrae un sigaro, che odora e poi ripone nella giacca). So anche come vostra moglie s'adopera e perora per la causa nostra, e ciò accresce la mia stima per lei. Son persuaso che avremo la guerra l'anno venturo, in Oriente e in Italia. La guerra, come intendono farla, sarà una cosa veramente terribile, e se avrà successo (dal loro punto di vista) rovinerà noi almeno per vent'anni. Il concetto della guerra – e lo so positivamente, ho i miei informatori… – non è se non l'aggiunzione di una zona lombarda al Piemonte, e la concessione della Savoia e di Nizza alla Francia: la pace – sulla offerta della quale contano – abbandonerebbe tutto il Veneto all'Austria. Credenti, come noi siamo, nella stessa fede, è bene che ci conosciamo un po' di più. Volete venire lunedì alle cinque a mangiare due maccheroni e un pezzo di carne con me alla Trattoria Angeloni, Warwich Street, Regent Street?”
(Buio. Al ritorno della luce Mazzini è sempre seduto dietro al tavolo. Poi si alza e viene in proscenio, parlando da solo, come sempre).
Sono veramente rattristato dello stato delle cose. Vedere che il '48 è stato perfettamente inutile, che i nostri uomini migliori (Medici, Garibaldi e altri) rinunciano alla loro vecchia bandiera e tradiscono la causa per portarla a distruzione e rovina, è un vero dolore. Mi sento nauseato all'estremo dallo spettacolo offerto dalla borghesia italiana. In quanto alle masse… (Correggendosi). No, non devo esagerare il sentimento delle masse degli Italiani. Esse sono ingannate più che corrotte. Nessuno fa sapere loro quel che noi sappiamo. Si dice alle masse che il Piemonte si prepara a combattere per l'indipendenza e per l'unità d'Italia. Vedono fra i partigiani del Piemonte gli uomini che una volta sono stati i loro uomini migliori, Garibaldi, Medici e altri. E credono che questi uomini vigileranno a impedire qualsiasi tradimento. E non pensano neppure alla possibilità di dovere un giorno abbandonare i Veneti. Essi cedono al prestigio dell'aiuto promesso; ma i loro istinti sono buoni. La colpa, o piuttosto il delitto, va ricercato più in alto: in quegli amici che, dominati incessantemente dal terrore di dover sottomettere la loro indipendenza personale al mio comando, la gettano da parte – la loro indipendenza personale – per cedere al volere di un re. La situazione è complessa, veramente brutta. Cerco di fare quanto posso per trarne qualcosa di nobile; ma con ben poca speranza di successo. Soltanto, vorrei essere giovane. (Pausa). Ieri ho ricevuto una lunga lettera scritta da Bertani a nome di Medici, Bixio ed altri, dove dichiaravano che essi avrebbero seguito e sostenuto il Governo Piemontese, che si sarebbero messi apertamente contro di me, se avessi continuato nell'attuale mia linea di condotta, e mi chiedevano con la massima disinvoltura di porre quanto avessi disponibile – in uomini e denaro – in mano loro, per quel fine. Ho risposto oggi con una breve lettera, dicendo che non ero disposto a discutere con essi, che agli Italiani del 1848 diedi compianto; agli Italiani del 1859 darò disprezzo! Ma tutto questo è ben triste. (Buio). Il Re e Luigi Napoleone sono entrati in Milano. (Pausa). Nondimeno, dobbiamo fare quel che possiamo. (Pausa. Uno scatto di energia volitiva). Sto navigando contro corrente. Potrebbe darsi che la vincessi; ma la corrente è forte, e io comincio ad essere debole.
(Buio. Durante il quale si sentiranno le voci di strilloni di giornali).
- La guerra è finita in Italia!
- Napoleone III pronto all'armistizio! Troppi morti nell'esercito francese!
- Cavour si dimette per protesta!
- Il Veneto non sarà liberato!
(Mazzini va al tavolino accanto al camino e si versa un bicchiere di vino che beve lentamente, mentre continua a parlare). Ora si apre una fase nuova. Ora è tempo che io vada in Italia. La valigia è sempre pronta. Io sono repubblicano e morrò tale. Ma quanti sanno delle opere mie, e dei miei scritti, sanno che da quando Vittorio Emanuele accennò di voler scendere nell'arena, né io né alcuno degli amici miei fiatammo più di repubblica. (Ha finito di bere; posa il bicchiere e comincia a fare i preparativi: prende la valigia, la pone sul tavolo, la apre: è già colma di abiti; vi aggiunge qualche libro,la chiude). Mi limitai a chiedere che invece di allearsi a Luigi Napoleone – traditore per natura e necessità di tirannide – il Re si alleasse con la nazione italiana, che lui poteva, volendo, sommuovere tutta. E a chiedere che invece di accennare ai diritti della fusione lombarda e al regno del Nord, si accennasse a Unità, e alla Corona d'Italia, che tutti avrebbero posto in capo a Vittorio Emanuele. (Dal cassetto del tavolo trae alcuni passaporti e ne sceglie uno, che mette in tasca). Riservandoci, noi repubblicani, a norma di coscienza, di vivere sotto di lui o ritirarci a morire in esilio. E non solamente dichiarai tutto questo dieci volte nel mio giornale, ma lo scrissi a tutti. (Toglie la bandiera inglese, la piega e la ripone nel cassetto del tavolo). Quanto è successo mi ha convinto sempre più che l'Unità non s'avrà mai se non per la via popolare repubblicana. Un re non vuole né può operare come un popolo. (Afferra la valigia e arriva sulla porta di uscita). Ma è necessario che le molte delusioni convincano di questo le moltitudini. (Buio).

L'entrata di Garibaldi in Napoli
F.Wenzel, Napoli 7 settembre 1860, Litografia,
(Museo di S. Martino Napoli)
IV Quadro
AGOSTO 1859. MAZZINI, A FIRENZE, TENTA INVANO DI COINVOLGERE GARIBALDI NEL PROPRIO PROGETTO DI INVASIONE DELLO STATO PONTIFICIO, COLLEGATA ALLA EVENTUALE INSURREZIONE NEL REGNO DI NAPOLI.
(Giorno. Mazzini è seduto dietro il tavolo, rivolto verso gli spettatori, sta scrivendo e legge lentamente, a mano a mano che scrive). “Cara Emilie, sono a Firenze. Ero sceso alla Locanda della Luna, bene accolto come Charles Smith, ma ho dovuto andarmene presto, perché ho saputo delle ricerche governative per trovarmi. Che è tristissimo indizio. Nel '48, libera Milano, io mi vi recai. C'era Carlo Alberto, contro il quale io avevo cospirato e scritto, mentre non ho fatto né l'una cosa né l'altra contro Vittorio Emanuele. A Milano, c'era un Governo Provvisorio composto di uomini ultra-moderati. Vissi nondimeno pubblicamente e rispettato all'Hotel della Bella Venezia sino al finir della guerra. Tutti sentivano che sopra un pezzo di terreno d'Italia libero dagli stranieri, e non retto dispoticamente, io avevo il diritto di vivere”. (Smette dei scrivere, si alza, viene alla ribalta). È questo dunque il progresso che si è compiuto dal '48 a oggi? (Pausa. Passeggia nervosamente. Si mette a piantare bandierine rosse – che estrae al solito dalle tasche della sua giacca – sulla carta d'Italia, a mano a mano che espone il suo piano, evocando i vari luoghi geografici: Genova, Lombardia, Marche, Umbria, Abruzzi, Sicilia, Napoli). I nostri hanno l'intesa. In Genova, in Lombardia, dappertutto. E poi tutti anelano. Una massa di elementi si precipita sulle nostre orme. Avremo un esercito. Se con otto o nove o diecimila uomini – passando per le Marche e l'Umbria – entriamo negli Abruzzi, avremo simultaneamente l'insurrezione della Sicilia; è preparata, pronta. Ne ho tutti i dati più positivi:
(Buio. Mazzini è di nuovo dietro il tavolo, sta scrivendo e legge lentamente, a mano a mano che scrive).
“My dear Caroline, una ventina di giorni fa, mi trovavo in uno stato di esaurimento e di disperazione tali, che fantasticavo di tornarmene da voi, in Inghilterra. (Pausa). Mi sento infelice e agitato come un leone in gabbia, e talvolta mi abbandono a un profondo scoraggiamento. Sì, non sono soddisfatto dei miei Italiani. Moralmente, sono abbastanza buoni, aspirano all'Unità, ma intellettualmente sono pervertiti. Credono in tutto, in tutti, in ogni sogno, fuorché in sé stessi. (Pausa). Vi è una completa solitudine nelle mie giornate. L'unica persona che veniva ogni giorno a trovarmi se ne è andata – beata lei – in campagna. Speravo provare l'emozione di una tempesta che sembrava imminente; ma dopo un debole brontolio di tuono, le nubi sono scomparse: anche il cielo è diventato moderato in questa mia terra… (Mazzini si alza, e va a prepararsi il the, alla solita maniera, che poi sorseggia, muovendosi per la stanza). Mi cercano accanitamente, e hanno distribuito il mio ritratto ai gendarmi. In realtà il mio arresto li imbroglierebbe, e il mio partire è tutto ciò che in effetti vogliono. Il Governo toscano è arrivato ad offrirmi un passaporto in bianco, ma l'ho rifiutato. Devo essere libero di assalirli, e non posso quindi accettare un debito di gratitudine. Generalmente parlando, io comincio a riguadagnare terreno, ma sarà un lavoro lento. Io sento più vergogna che irritazione. C'è malvagità nella minoranza che governa, codardia morale nei nostri uomini, ignoranza cieca nella massa del popolo. Il popolo crede che noi cerchiamo di proclamare la repubblica, e che allora l'Europa intera sorgerà in armi contro di noi. E se lo sente ripetere ogni giorno. È orribile il modo con cui vanno ingannando sistematicamente le masse! Da un anno noi non parliamo di repubblica. Abbiamo protestato – per dignità, moralità e antiveggenza – contro l'alleanza con il dispotismo francese, ma abbiamo dichiarato sempre che accettavamo
(Buio)

Giuseppe Garibaldi dopo la battaglia di Milazzo, 20 luglio 1860
V Quadro
GENNAIO-MAGGIO 1860. MAZZINI È DI NUOVO A LONDRA. MA QUANDO GARIBALDI SALPA PER
(Mazzini è sulla porta d'ingresso, in piedi, con cappotto, cappello, la valigia in mano. È tornato a Londra. Mattino).
Eccomi qui, dopo sette ore di mare orribile, che mi ha fatto soffrire al massimo grado, tanto che mi lascerà rotto del tutto per almeno un paio di giorni. (Posa la valigia, si toglie cappello e cappotto che appende, estrae dal cassetto la bandiera inglese e la rimette sul davanti del tavolo, svuota la valigia, ecc., con un procedimento opposto a quello registrato alla fine del quadro III). Ho trovato il paese cieco, guasto, travolto, in modo da non descriversi. Una propaganda di calunnie sistematiche da parte dei moderati ci aveva cacciato così in basso, anche rispetto a una grande parte di popolo… (Pausa). Carolina mia, no, non v'è stata nessuna possibilità di vedere il Re. Come avete potuto pensare a questo? Come sarebbe stato possibile? E quali speranze potete ancora nutrire al suo riguardo? Non vedete che riconosce come suoi governanti le potenze straniere? La mia lettera al Re fu l'ultimo passo che bisognava fare sul terreno delle proposte e delle concessioni. Prima, non volevano neppure leggere le cose firmate da me. Noi accettiamo Monarchia, annessione, Corona d'Italia in capo di un Re che, secondo me, non la merita; tutto ciò che volete, fuorché una cosa: lo smembramento dell'Italia(Pausa). Garibaldi è travolto, affascinato non solo dal Re, ma da
(Buio)

L'imbarco notturno dei Mille a Quarto
VI Quadro
MAGGIO-GIUGNO
(Pieno giorno. Mazzini è in piedi, si muove nella stanza, eccitato).
Garibaldi ha lasciato le linee generali del suo piano: assalire il Regno di Napoli in tutte le direzioni. Ha nominato suo rappresentante a raccogliere fondi il dottor Bertani. Sono perfettamente inteso con Garibaldi, che ha accettato ciò che gli chiedevo di fare: di osare, di agire Unità senza il consenso del Governo. Chi dunque vuole seguire le istruzioni di Garibaldi, e ha fede nella sua azione, mandi al dottor Agostino Bertani, in Genova. Noi non gridiamo Viva Vittorio Emanuele!; ma chiniamo la testa a questo grido, quando esce dal popolo che combatte. Noi gridiamo Unità e Libertà! (Pausa, si muove). Garibaldi è sbarcato! Bixio è andato con Garibaldi. Una seconda spedizione per

Garibaldi entra a Napoli, il 7 settembre 1860
VII Quadro
LUGLIO-AGOSTO 1860. MAZZINI È SEMPRE A GENOVA, MA VEDE SVANIRE IL SUO PROGETTO DI INVADERE PER VIA DI TERRA, DALLA ROMAGNA, LO STATO PONTIFICIO, PER PIOMBARE QUINDI SUL REGNO DI NAPOLI.
(Pieno giorno. Sul tavolo una ventina di fucili. Per terra, accanto al tavolo, due casse, vuote. Mazzini è in piedi, intorno al tavolo, prende in mano i fucili, li controlla, ne punta uno contro la platea, come volesse sparare. Si sente lo scatto del grilletto. Ha l'aria felice, è molto eccitato).
Le cartucce mandate da Bertani non vanno bene per questi fucili. Così ho dovuto comprare altre cartucce. Cerco di far fronte a tutto. (Pausa). Il giorno in cui cominciamo a sparare, bevo una intera bottiglia di champagne, caro Bertani. (Pausa. Ripensando, sorride, ironico). Caro Bertani, tu sei un medico, Garibaldi ti ha nominato maggiore medico dei Cacciatori delle Alpi, ma tu rappresenti la parte dell'energia, di fronte ai Medici e compagnia bella, che all'inizio biasimavano la spedizione di Garibaldi in Sicilia perché mancavano i cannoni rigati. Sii fedele alla tua parte, caro Bertani. Vattene a letto presto, non come ieri, che hai fatto di nuovo le tre di notte. (Pausa). Ho scritto a Aurelio Saffi, a Oxford, perché venga in Italia, nelle sue terre, in Romagna. Senza fare storie, con o senza passaporto, anche clandestinamente. (Pausa. Di qui in avanti sistema via via i fucili dentro le casse, verificando però fucile per fucile, che tutto sia in ordine). Attaccare con decisione: non v'è che una sola cosa, un solo punto da evitare – in oggi – ed è Roma città. Non bisogna assalire o provocare direttamente i francesi. (Pausa). Questi due mesi meriterebbero ch'io riuscissi. Ho fatto tanto la parte del subalterno, ho ingoiato tanti bocconi amari come fossero ciambelle, ho rinnegato me stesso con tanta pazienza – per un fine da raggiungersi –, che credo di dover avere per ricompensa il risultato. E, nondimeno, ne sono incerto assai. (Pausa). Garibaldi legge le mie lettere tre volte, e non mi risponde mai; accoglie bene le persone che io gli mando, ma si mantiene indipendente, e propende a monopolizzare per sé iniziative e ogni altra cosa. Mi ha sottratto uomini. Aveva bisogno di soldati; e così assorbe tutti gli elementi sui quali noi contavamo per le nostre operazioni. Con la parola d'ordine Sicilia e Garibaldi attirano laggiù molto facilmente tutta la nostra gente. Lo stesso Governo aiuta: Cavour – purché si salvino le apparenze – lascia che armi e munizioni vadano al Generale, ma non ai mazziniani. E fra questi, secondo lui, il più pericoloso è Bertani, che però – a ogni successiva spedizione siciliana – dà il denaro e il materiale che era stato depositato per il nostro disegno. E io, come il ragno, torno ogni volta a tessere daccapo la tela. (Lunga pausa). Ma poi, forse, inconsciamente, Garibaldi disapprova qualsiasi tentativo che non derivi da lui. (Come in una parentesi improvvisa, interrogativo). E se andasse avanti? Credo che lo farà. Sbarcherà nel continente, non so dove. (Ritornando al suo tormentone consueto). V'è nel suo cuore, malgrado le dichiarazioni di amicizia che negli ultimi tempi mi ha rinnovato, un sentimento di gelosia nei miei confronti che mi riesce addirittura incomprensibile. Un giorno, nell'ascoltare il nostro piano d'azione, che un mio amico – mandato appositamente di qua a Palermo – gli andava spiegando, uscì a dire con un senso di mestizia: “Ah sì, è quello di cui mi parlarono dodici anni fa – noi faremo meglio di voi”. Io proprio non ricordo, di aver usato tali parole, dodici anni fa…. Non è nella mia natura esprimermi in quel modo. Ma dodici anni fa – era il '48 –, dopo che egli lasciò
(Buio)
VIII Quadro
SETTEMBRE-OTTOBRE 1860. DALLA SICILIA GARIBALDI È SBARCATO IN CONTINENTE ED È GIUNTO A NAPOLI. MAZZINI ARRIVA A NAPOLI MA PRENDE ATTO CON DOLORE CHE GARIBALDI SI MUOVE IN MODO AUTONOMO DA LUI. IN NAPOLI LIBERATA ANCHE MAZZINI È LIBERATO DALLA PRIGIONE DELLA RIVOLUZIONE. NON È PIÙ CHIUSO IN UNA STANZA MA STA IN HOTEL, E FINALMENTE SI RILASSA.
(Poco prima del ritorno della luce un'immagine enorme del Vesuvio. Scompare la proiezione; ancora buio, riempito da colonna sonora di musiche napoletane dell'Ottocento, che decrescono lentamente, mentre cresce progressivamente il vociare del popolo napoletano, con forte accento dialettale. Arrivato al culmine, quasi insopportabile, di rumore, silenzio improvviso. Luce di pieno giorno).
(Mazzini esce da una quinta laterale, in proscenio, dove si muoverà, per tutto il quadro. Ha uno spolverino elegante, bianco, e una canna in mano. Ha l'aria distesa di un turista un po' anziano ma soddisfatto di sé). Sono a Napoli. Garibaldi, appena saputo del mio sbarco, mi ha mandato a dire che posso stare qui quanto e come più mi piace; e che mi devo considerare libero e sicuro come a Londra. Ma i cavouriani strillano alle stelle contro di me… e contro di lui. (Pausa). Napoli è una città piena di gente: anzi, piena zeppa. Ho dovuto fare il giro di sei alberghi, prima di poter trovare una stanza. Via Toledo – una via lunga lunga, e la più elegante – era affollata quando vi passai. Ogni finestra ha la sua bandiera, e si vedono dappertutto le camicie rosse dei Garibaldini. I calabresi – con il loro cappelli a punta e i loro singolari fucili, ora cortissimi, ora lunghissimi– sono molto pittoreschi. Abiti fantasia di velluto, monaci con il crocifisso sul petto e, accanto, pistole, guardie nazionali, bandiere, coccarde danno alla città un aspetto dei più coloriti. È la vita che scaturisce di nuovo. (Pausa). Garibaldi non è qui, ma in qualche modo, in qualche luogo, lo vedrò. (Autoironico). Appunto per questo sono venuto. Pare che adesso sia a Capua, per intercettare le comunicazioni fra le province romane e il Re Borbone che è ancora chiuso a Gaeta: in modo da impedire che le truppe francesi di Lamorcière si uniscano a quelle borboniche. Ho chiesto un colloquio a Garibaldi, e immagino che l'otterrò. (Pausa). Qui la natura è straordinariamente bella. Il mare è d'un azzurro cupo, veramente singolare; il cielo anche; l'aria è primaverile, benché sia settembre. Il golfo è incantevole: le isole tutt'intorno gli danno l'apparenza di un lago. Da ogni cosa spira la vita, una o-nni-po-ten-te vita. Ah, come desidererei fare di nuovo questo viaggio con Caroline, e poi morire! (Mette mano sotto lo spolverino, e da una tasca della giacca trae un giornale che comincia a sfogliare). Stamattina tutti i giornali napoletani danno notizia del mio arrivo. Ecco cosa scrive il Nazionale: “La liberazione del Regno è stata fatta dal nome di Vittorio Emanuele e dal genio di Garibaldi: non ci vogliono mestatori!”. I moderati sono furenti per la mia presenza qui. Corrono voci che sono qui per agitare, per diventare Ministro, che mi preparo a proclamare
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