L’inafferrabile coscienza collettiva

di Diego Passera

Data di pubblicazione su web 06/03/2010

Le Nuvole

È ancora possibile che il teatro rappresenti lo specchio riflettente i cancri che affliggono la nostra società, da troppo tempo volutamente emarginati in un esasperante oblio generale di menti anestetizzate dallo show business; il luogo in cui è possibile assistere alla cerimonia che permetterà ai celebranti la riappropriazione, tramite l'esempio scenico, di una coscienza critica, che muove alla consapevolezza, bene da troppo tempo perduto. Non colpisce affatto, quindi, che non importi ricorrere alla nuova drammaturgia, anche se quella italiana offre esempi eccellenti in questo senso, ma ci si possa rivolgere (e a pieno diritto!) a un poeta che di tutto quello appena detto aveva piena, matura e raffinata sapienza. E, in più, a metterne in scena un testo complesso, come Le Nuvole, mantenendone intatta tutta l'intrinseca potenza, senza doverne per forza approntare una deludente e insensata trasposizione.

 

Antonio Latella individua lo specifico de Le Nuvole nella moltiplicazione del «giuoco del teatro», e la sua sostanza nell'essere una commedia umana che «non mette in scena un personaggio ma l'Icona di un Personaggio, che ha nome Socrate e il luogo che lo ospita, il Pensatoio». Questi ultimi due sono i veri protagonisti dell'opera di Aristofane e i cardini su cui ruota lo spettacolo di Latella, alla luce di una meta-teatralità sempre sapientemente esibita. Interessante che la casa di Socrate acquisisca le fattezze di un piccolo teatrino di marionette e sia posto al centro del palco, per il resto completamente vuoto. Il luogo si confà perfettamente a colui che vi è ospitato: un buffone che non si abbassa al livello dei suoi simili e che, interrogato, risponde sdegnoso «Muovo attraverso il cielo, e guardo il sole»; un affabulatore razionalmente capace di influenzare con i suoi “discorsi ingiusti” le giovani menti dei discepoli; un ipocrita continuamente devoto alla manipolazione della verità e che riesce a rendere gli altri marionette al suo comando. Rifrazione del concetto: per buona parte del tempo Fidippide è un burattino di cartapesta mosso da Massimiliano Speziani-Socrate.

 

Annibale Pavone e Massimiliano Speziani

 

Non si può parlare propriamente di interpreti per questa messinscena, che vede all'opera tre eccezionali  performer, impegnati in arzigogolati giochi ginnici e di parola. I costumi di scena sono ridotti a un neutro nero, dalle declinazioni semantiche potenzialmente infinite, certo, ma il tutto è irrimediabilmente tradito dalle buffe, surreali e ingombranti calzature indossate dai tre. In un allestimento che rinuncia consapevolmente ad ogni intento mimetico e alla quarta parete, Marco Cacciola (Discepolo, Servo di Strepsiade e Discorso Giusto), Annibale Pavone (Strepsiade) e Massimiliano Speziani (Fidippide, Socrate e il Discorso Ingiusto) danno mirabile prova di molteplici e spericolate abilità clownesche e ginniche, arrivando in un paio di occasioni a strizzare l'occhio alla commedia dell'arte (la gestualità del salto della pulce e del canto della zanzara sono richiami al lazzo della mosca); ma sanno offrire anche intensi momenti di serietà, riservata ai passaggi di particolare suggestione comunicativa. La parabasi vede, ad esempio, tutti i performer sul proscenio immobili, con Cacciola che, copione alla mano, legge il testo, dopo averne proclamato l'intenzione al pubblico, con una declamazione austera e stentorea: intelligente soluzione per un modulo scenico problematico, il più ostico per la nostra cultura teatrale, perché ad essa estraneo.
 

Annibale Pavone, Marco Cacciola e Massimiliano Speziani

 

Maurizio Rippa, che rappresenta le nuvole (le divinità che presiedono alla vita intellettuale!), è uno stupendo performer en travesti, con body nero a gamba lunga e un tutu di tulle anch'esso nero con lustrini argentati, e presta alle divinità la sua eccezionale voce da sopranista. Egli dà così vita sia a momenti di intenso pathos che a picchi di comicità improvvisa, come, rispettivamente, nel canto a cappella che conclude la pièce (Povera patria di Franco Battiato) e nel siparietto che precede, introducendola, la disputa tra il Discorso Giusto e il Discorso Ingiusto, in cui canta Se stasera sono qui, con tanto di inchino, scroscio di applausi e successiva chiusura del sipario. La disputa filosofica tra i due Discorsi si trasforma in un intermezzo comico interpretato da due clown, con tanto di naso rosso posticcio, di potente presa e fascinazione sul pubblico: il comico inibisce la catarsi e fa sedimentare il messaggio nella coscienza collettiva!

 
Marco Cacciola

 

Innumerevoli i momenti di perfetta e intelligente resa scenica dei significati intrinseci all'opera. La buffonesca sconsideratezza e l'imprudenza di Socrate, inconscio della enorme responsabilità che comporta la scelta di un discepolo, sono metaforizzate dalla continua ripetizione della frase «follow me», intonata a cappella, su un modulo melodico ossessivo, che ne annulla la pregnanza; la superficialità e l'inutilità del suo pensiero si evidenziano mediante le situazioni che vive sulla scena: egli parla di aere, di contemplazione delle cose celesti, ma l'unica aria è quella che, uscendo dai palloncini che scappano dalla mano del filosofo, per reazione, li spinge a volare attraverso la scena. L'inglobamento del pubblico e la sua elevazione a comunità compartecipe avviene con un escamotage semplice ma efficace e per niente banale: Strepsiade-Pavone nel buio prima dell'inizio si siede in una poltrona del fondo platea e qui, nella restaurata orchestra, si muove durante tutto il dialogo con il figlio Fidippide-burattino-Speziani, arrivando perfino all'interazione fisica diretta con gli astanti: abbraccia una signora.

 

Una soluzione di notevole imprinting visivo-emozionale è la discesa di moltissimi scheletri, singoli o in formazione di gruppo, che si adagiano sul palco o si fermano a mezz'aria, calati per mezzo di carrucole dagli stessi performer dopo la parabasi. Potente sineddoche dell'essenza precipua del teatro come luogo dell'effimero, sicuramente; ma anche, e soprattutto, emblema della stratificazione culturale interposta tra l'allora e l'adesso, sempre possibile fonte di interpretazioni viziate e di troppe facilonerie: monito rivolto alla comunità concelebrante che, nonostante l'attualità del messaggio profondo del testo aristofaneo, non deve dimenticare che i problemi e i fantasmi da affrontare sono quelli della sua propria contemporaneità, qualunque essa sia.

 

Massimiliano Speziani e Marco Cacciola

 

Lo spazio in cui si muove il Socrate aristofaneo è, nelle parole di Latella, «un luogo dove l'inafferrabile diventa forma ma resta incomprensibile per il suo continuo mutare essenza». L'uditorio che assiste alla messinscena, che si avvale della bella e “concreta” traduzione di Letizia Russo, si rende conto di assistere a un evento in fieri non catalogabile in una forma definita né tantomeno afferrabile, a causa del suo continuo tramutarsi in qualcosa che nega sempre l'essenza precedente. Il teatro è il luogo dell'effimero, è vero, e questa regia fa della fugacità sostanziale e metaforica la sua forza centripeta. Quello che si sedimenta nella coscienza dello spettatore è, però, tutt'altro che effimero, benché impalpabile. Il riso non esorcizza, non permette la diluizione della rabbia e chi ha avuto la fortuna di assistere alla performance acquisisce la consapevolezza della necessità di azione, della irrinunciabilità a limitare e bloccare il proliferare di tanti sofismi che quotidianamente cercano di anestetizzargli la mente: le continue e reiterate manipolazioni della verità di chi tale presunta “verità” la gestisce; le infinite arzigogolature linguistiche di chi vuole confondere e spingere al dogma e non al pensiero critico; le argomentazioni pretestuose di chi è costretto a mascherare la verità; la negazione del buon senso di chi ad esso si oppone. Insomma, grazie al raffinato lavoro di Antonio Latella, ancora una volta il teatro torna a svolgere egregiamente il suo ruolo atavico di democratico confronto e diviene nuovamente il luogo in cui è possibile la libera circolazione di idee.

 

Le Nuvole

Cast & Credits



Maurizio Rippa


 

 


 


Marco Cacciola

Cast & credits

Titolo 
Le Nuvole
Origine 
Atene
Anno 
423 a. C.
Data rappresentazione 
21 febbraio 2010
Città rappresentazione 
Prato
Luogo rappresentazione 
Teatro Metastasio
Prima rappresentazione 
17 febbraio 2010
Titolo originale 
Nephélai (Le Nuvole)
Autori 
Aristofane
Traduzione 
Letizia Russo
Regia 
Antonio Latella
Interpreti 
Marco Cacciola
Annibale Pavone
Maurizio Rippa
Massimiliano Speziani
Produzione 
Teatro Stabile dell'Umbria
Scenografia 
Annelisa Zaccheria
Costumi 
Annelisa Zaccheria
Luci 
Giorgio Cervesi Ripa
Musiche 
Franco Visioli