Folle, buffone, sognatore

di Assunta Petrosillo e Giacomo Villa

Data di pubblicazione su web 02/02/2010

Ugo Pagliai

Il personaggio di Enrico IV è una prova d'attore; come succede per molti personaggi shakespeariani, cimentarsi col protagonista della commedia di Pirandello - scritta appositamente nel 1921 per Ruggero Ruggeri, uno degli attori della compagnia del Teatro d'Arte fondato dal drammaturgo a Roma - significa offrire un'interpretazione personale di una delle figure teatrali che incarnano la follia, la simulazione, l'essenza stessa della finzione, che sta alla base del gioco scenico. È quello che ha fatto Ugo Pagliai nell'Enrico IV andato in scena al Teatro della Pergola di Firenze. Affiancato dalla consorte Paola Gassman e da un seguito di attori - alcuni giovani - Pagliai ha saputo rendere “leggero” e contemporaneamente tragico, quasi surreale nella pazzia che l'avvolge, il personaggio pirandelliano.

Una scena dello spettacolo
 

Il regista Paolo Valerio in questo allestimento restituisce fedelmente il testo pirandelliano (l'epilogo doloroso della follia di un uomo che dopo una caduta da cavallo, continua a credersi e poi fingersi il personaggio che interpretava) e porta in primo piano la follia del protagonista, immerso nel suo vaneggiamento, cosciente di continuare a recitare per anni la parte di Enrico IV perché altrimenti male sopporterebbe lo scontro con la realtà, ovvero l'unione di Matilda e di Belcredi. All'apertura del sipario un velino trasparente ci permette di intravedere il luogo dell'azione sulla quale dall'alto cadono leggeri ed evanescenti fiocchi di neve e un uomo solo col saio e incappucciato (Enrico IV) attraversa la scena. Interessante l'apertura di una quinta sul lato destro che si apre a vista degli spettatori e dove un uomo spinge a mano un argano che arrotola il velino quasi come se dal tempo presente ci riconducesse nel passato. All'apertura una marmorea e geometrica scenografia, con due ritratti – quelli di Enrico IV e di Matilda di Canossa – posti specularmente in fondo alla scena; nel mezzo il seggio, il trono, anch'esso geometrico e scarno che avanza all'apparizione del re; quinte laterali che celano finestre che di colpo si aprono permettendo alla luce di entrare, la luce della ragione, della consapevolezza.

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Una scena dello spettacolo
 

Il re, dopo l'incontro con i “fantasmi” della sua finzione (gli attori che si muovono alle sue spalle, quasi si trattasse di una seduta psichiatrica), apostrofati per ben tre volte “buffoni”, si allontana come una marionetta (nei gesti e nelle movenze) dirigendosi - sul fondo - verso un finto cavallo sul quale si arrampica e si muove come durante un atto sessuale, quasi a richiamare lo sgomento e il vuoto di una vita materiale non vissuta pienamente o per dirla con le parole di Roberto Alonge ‹‹Enrico è “impazzito” non per aver perduto la donna, ma per non dover affrontare il rischio di conquistarla e di averla››. (Mondadori, 1993). In chiusura irrompe sulla scena dall'alto un sipario rosso e dorato che intrappola Enrico IV, nonostante i suoi tentativi di liberarsene, di passarci in mezzo: metafora scenica dell'ineluttabilità, dell'inevitabile destino del personaggio, schiacciato e per sempre vittima della finzione che ha contribuito ad alimentare.

La pazzia di Enrico IV è sapientemente resa da Pagliai, grazie al misurato passaggio tra tono tragico, giocato su una recitazione grave, enfatica, caricata ma mai forzata, e tono “leggero”, appunto, il tono della pazzia, che si arricchisce di risolini striduli, di sospiri, di voci e frasi pronunciate più sommessamente. Il tono della recitazione cambia proprio nel momento in cui Enrico IV si toglie la parrucca in scena (evidentemente eccessiva, come il lungo pastrano sulle spalle ed il trucco del protagonista, quei due infantili pomelli rossi – che enfatizzano il senso della maschera), mostrando a tutti, ai servitori sbigottiti ed al pubblico, che si tratta di follia cosciente, esclamando: ‹‹Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia [...] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest'altra mascherata, continua, d'ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontari quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d'essere [...] Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! - Il guajo è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia. [...] La mia vita è questa! Non è la vostra! – La vostra, in cui siete invecchiati, io non l'ho vissuta!››. (Atto III, scena prima, versi 72-133).

Paola Gassman
 

Uno stile, un registro che gioca tra questi due poli, che fa di Enrico IV un personaggio talvolta “leggero”, infantile, bambinesco, in una regressione verso l'infanzia, simboleggiata dal quel rettangolo di sabbia (da cui il protagonista estrae, non a caso, la corona), luogo dell'illusorio gioco del protagonista, così come da tutta la sala del trono (emblematica la scena in cui Matilda, il Dottore e Belcredi, vestiti in abiti novecenteschi, nel centro della scena, guardano dentro la sala che si immagina parata e allestita secondo usi e costumi medievali, che sta al di la della quinta di fondo). Uno spazio di gioco, quindi, che detta anche gli spazi agli attori, costretti ad un movimento continuo lungo il perimetro della vasca di sabbia; un luogo concluso, sicuro, specchio delle fantasie del protagonista, che si vestono di corpi e oggetti reali, proprio come nei giochi dei bambini.

Anche gli altri personaggi vivono le proprie ossessioni: la maschera della virilità (Belcredi), la coppia di giovani indifesi e fragili e lei, Matilda, interpretata da una voce forte e classicamente precisa come quella di Paola Gassman; un personaggio che insegue il proprio sogno di gioventù (la figlia identica alla madre, specchio della perduta gioventù e bellezza); tra gli altri, spicca per verve comica il Dottore, quasi una macchietta, una caricatura con quella pipa bianca in mano, agitata ogni volta per sentenziare sul quadro clinico dell'illustre e regale paziente.

Una messinscena tutto sommato classica sia nella scenografia che nella lettura che il regista ha fatto del testo di Pirandello, e che rimanda a Des Esseintes di Joris Karl Huysmans o a Rosario Chiarchiaro, personaggio di un suo lavoro precedente, La patente; una scena occupata interamente da un bravo attore come Pagliai che dà voce ai temi pirandelliani per eccellenza, come l'amore, la follia, l'ossessione e la coscienza di vivere, con più o meno entusiasmo o fastidio, con una maschera, che cela agli altri i fantasmi della mente, quelle “immagini scompigliate che ridono” che turbano le ore e i giochi di Enrico IV.


Cast & credits

Titolo 
Enrico IV
Anno 
2009
Data rappresentazione 
22 gennaio 2010
Città rappresentazione 
Firenze
Luogo rappresentazione 
Teatro della Pergola
Autori 
Luigi Pirandello
Regia 
Paolo Valerio
Interpreti 
Ugo Pagliai (Enrico IV)
Paola Gassman (Matilda Spina)
Alessandro Vantini (Tito Belcredi)
Teodoro Giuliani (Giovanni, il maggiordomo)
Roberto Vandelli (Landolfo)
Giuseppe Lanino (Marchese di Nolli)
Giulia Cailotto (Frida)
Andrea De Manincor (Bertoldo)
Francesco Godina (Ordulfo)
Luca Marchioro (Arialdo)
Produzione 
Teatro Stabile di Verona/Teatro Stabile del Veneto
Scenografia 
Graziano Gregori
Costumi 
Carla Teti
Musiche 
Antonio di Pofi