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Storie di donne

di Sara Mamone
  Donne senza uomini
Data di pubblicazione su web 14/09/2009  

Tra i film più attesi della mostra, l’opera prima (filmica, perché l’autrice è una nota artista figurativa) di Shirin Neshat è un lavoro che sembra fatto apposta per un festival eclettico ma molto attento all’aria del tempo come è quello di Venezia. Anche se di non immediata attualità, la storia parla assolutamente al presente, alla ferita appena riaperta nella società iraniana dall’esito controverso delle ultime elezioni, ma in realtà mai sanata dal tempo in cui il governo democratico del primo ministro Mossadeq fu fatto fuori da un colpo di stato di ispirazione anglo-americana. Lo scià prese il potere e - ridotto ad una sovranità sotto tutela - l’accelerazione dell’occidentalizzazione fu portata ad un livello inaccettabile per la componente tradizionale della società. L’esilio dell’ayatollah Komeini e poi il suo ritorno e la violenta virata verso una repubblica teocratica hanno portato a guai più recenti e noti, di cui l’ultima frangia sono le recentissime repressioni sanguinose. Ma non basta reprimere per sradicare soprattutto quando la cultura è profonda e riesce a restare comunque sottotraccia. Di tutte le forme espressive quella cinematografica è riuscita in questi anni a manifestarsi con la maggior forza. E quindi il passaggio di una delle più influenti artiste figurative (invero assai occidentalizzata vivendo negli States da vari decenni) dietro la macchina da presa rappresenta un passo naturale, la cui riuscita non è però così evidente in questa storia di Donne senza uomini, riportata intelligentemente in un passato che le toglie ogni polemica contingente, facendone invece il canto dolente di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Non è certo una società perfetta quella che si presenta in scena, con la sua occidentalizzazione un po’ artificiosa, con le frivolezze di un ceto ricco e sostanzialmente irresponsabile, con i suoi riti mondani che non comprendono la sofferenza individuale e, soprattutto quella femminile, presente ad ogni livello sociale e ben rappresentata dalla protagonista, ricca, emancipata, mal amata. La violenza e l’incomprensione maschile sono ancora ben presenti sia pur sotto le vesti di un galateo che pare addirittura codice morale.  

 

Al ritorno di un antico spasimante la protagonista si accorge di amarlo ancora, divorzia quindi dal marito, importante generale dell’esercito imperiale e si rifugia in una villa in campagna, alle prese con la propria coscienza, con i propri rimpianti ma anche con una vita più semplice in cui l’incontro con una fanciulla infelice le dà l’illusione della maternità. Un’altra donna, giovane e vibrante, si unisce alla protesta degli studenti che tentano di sostenere il governo Mossadeq per evitare il colpo di stato. Insomma storie di donne che si incrociano e a volte si incontrano, mentre gli uomini sembrano contenitori vuoti, sia il frivolo spasimante europeizzato, sia il fratello della studentessa, coranicamente oppressore degli slanci della sorella. L’autrice ha scelto uno stile narrativo molto piano, classico nella cura dei dettagli ma a volte troppo lento e un po’ noioso, seguito da interpreti fin troppo pacati. La sua esperienza di artista figurativa non è troppo invadente, tranne nel prologo estetizzante e in una sorta di clin d’oeil che di tanto in tanto fa capolino rimandando ad una sorta di realismo magico che appartiene certamente alla tradizione persiana ma sa pure   per noi di un più domestico Bontempelli. L’opera appare insieme un po’ opaca e la bella fotografia resta quasi fine a se stessa. Non si vuole assolutamente mettere in dubbio l’onestà delle intenzioni che però non diventano quasi mai passione.

Donne senza uomini
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