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Senza pensiero

di Luigi Nepi
  Soul Kitchen
Data di pubblicazione su web 11/09/2009  

Fatih Akin arriva a Venezia con un curriculum di tutto rispetto: vincitore del Pardo di Bronzo a Locarno nel 1998 con il suo secondo lungometraggio Kurz und Schmerzlos, vincitore dell'Orso d’oro di Berlino nel 2004 con il terzo La sposa turca, vincitore del premio della miglior sceneggiatura a Cannes 2007 con il quarto Ai confini del paradiso. Era lecito aspettarsi un sussulto in queste sonnolente giornate di fine Mostra ed il sussulto − in un certo senso c’è stato visto che si tratta del primo film comico (si badi bene, non una commedia proprio comico) passato in concorso.

Zinos è un giovane ristoratore in un locale un po’ cheap nella periferia di Amburgo, la sua fidanzata, Nadine, è una giornalista che accetta di fare l’inviata a Shangai. Zinos decide di mollare il ristorante  per raggiungerla e per questo assumerà un cuoco pazzoide di origine spagnola (un esilarante ed irriconoscibile Birol Unel, già “marito” nella Sposa turca), che, con la sua stravaganza - prima svuoterà e poi riempirà - il locale fino a farne un ritrovo alla moda. Intanto a Illias − fratello di Zinos in carcere con il vizio del gioco è  concessa la libertà vigilata e Zinos decide di affidargli il locale per raggiungere Nadine in Cina. Queste scelte si riveleranno un disastro perché Illias perderà il ristorante al gioco mentre in Cina Nadine è impegnata con un altro uomo. Tutte queste storie si intrecceranno come in una matassa ma si risolveranno con un happy end.

Questa Mostra passerà alla storia come il festival delle discopatie perché dopo il bad liutenant di Nicolas Cage, anche in Soul Kitchen il protagonista è costretto a recitare con il colpo della strega per tutto il film, scherzi a parte, si fatica non poco a vedere dietro a questa pochade la mano di uno dei più affermati registi di quella neue welle tedesca, composta, in gran parte, da figli di immigrati. 

Fatih Akin non rinuncia certo a quel melting pot, che contraddistingue le sue opere, ma il fatto che qui si tratti di una comunità greca piuttosto che turca o italiana non fa alcuna differenza. Il regista si mette totalmente al servizio di una sceneggiatura che incastra − a volte anche faticosamente − situazioni farsesche, fino a quello che dovrebbe essere il colpo di scena risolutivo, ma che risulta un gag un po’ forzato anche per un film comico (siamo dalle parti di Mamma ho perso l’aereo), tanto che viene da chiedersi se questo film sarebbe mai arrivato a Venezia se a dirigerlo fosse stato un regista meno noto. Certo dopo pellicole dure che parlano di integrazioni difficili o impossibili, di disagi mentali, di terrorismo come La sposa turca e Ai confini del paradiso chi non avrebbe voglia di leggerezza? Ed ecco che il giovane Akin si butta con evidente entusiasmo in questa nuova esperienza dimostrando di sapersela cavare anche con questo genere molto pericoloso basato  su ritmi e tempi ben precisi. Un po’ avventatamente lo stesso regista ha dichiarato di essere tornato nella sua Amburgo per realizzare quello che lui chiama un Heimat Film, ma in Germania non si può usare impunemente la parola heimat senza che il riferimento non porti alla straordinaria saga di Edgard Reitz, con la quale il pur simpatico film di Akin non ha nulla a che fare; non basta girare nel luogo dove siamo nati per fare un Heimat Film, sarebbe troppo facile (in questo senso quasi tutti i film di Leonardo Pieraccioni dovrebbero essere considerati Heimat).

Un merito di questa pellicola è quello di portare sullo schermo le nuove tecnologie tentando di ironizzare su notebook, videofonini, mixer digitali e pure sul sesso ai tempi di skype. La colonna sonora è decisamente divertente e spazia dal soul al rock hard core di ottima qualità (cosa che piacerà sicuramente al giurato Ligabue, verrebbe quasi da pensare che il film l’abbiano selezionato apposta per metterlo a suo agio, vista anche la somiglianza con il protagonista). Soul Kitchen è leggero come una brezza estiva che procura un po’ di sollievo, ma che rimane rigorosamente senza conseguenze, senza una riflessione, senza un pensiero, senza nemmeno farci porre la fatidica domanda: “cosa avrà voluto dire?”.


 

Soul Kitchen
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