Il senso della lira, parte seconda
Ci dispiace, e ci fa anche un po' schifo, tornare su Sanremo. Ma capita che Paolo Bonolis, di fronte alle discussioni che su tutti i giornali, e anche su questa rivista web, e anche in Parlamento, si sono alzate sul suo compenso (un milione tondo), abbia risposto. Almeno Benigni – uomo di sinistrissima, ci mancherebbe altro, e attento come pochi agli insegnamenti della Divinità e del Poverello di Assisi –, beneficiario di un compenso anch'esso stratosferico per qualche minuto sanremese, è stato zitto, si presume per un residuo (improbabile) di vergogna. E che ha detto l'uomo del senso della vita?
Ha detto, citiamo testualmente (fonte: «
Insomma: è un complotto dei Tristi. Questa poi non s'era mai sentita, davvero. E potrebbe dare la stura a chiose anche divertenti, del tipo che se i soldi non portano la felicità, figuriamoci la miseria. Non si capisce poi che cosa c'entri la “delegittimazione” di Sanremo, neanche si trattasse di una carica dello Stato. E anzi, veramente, non si capisce un'acca nel pistolotto del Nostro (ahimè: magari fosse di qualcun altro). Insomma, par di capire, se uno lo critica vuol dire che è infelice. Magari, vediamo un po': perché non arriva in fondo al mese, o è un cassintegrato, o è disoccupato. Ma queste, si sa, sono quisquilie. E siate felici, via, piagnoni che non siete altro!
Ora, noi siamo – lo confessiamo – passabilmente felici e neanche cassintegrati né disoccupati. Però lo critichiamo lo stesso, anzi siamo incavolati neri. E allora, come la mettiamo?
Mettiamola così. Chi ritiene che due miliardi siano un compenso adeguato, guardi pure Sanremo e sia felice. Ma con un'avvertenza: se costui guadagna meno di due miliardi alla settimana, beh, vuol dire che è, magari felicissimo, ma proprio e indefettibilmente un gran bischero.
Ritornando su Sanremo