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Senza Heimat

di Marco Luceri
  Un fotogramma del film
Data di pubblicazione su web 30/08/2008  

Il postino suona sempre due volte questa volta emigra nella Germania contemporanea. Ma dimenticatevi i film di Chenal, Visconti ecc. perché stavolta moglie e amante non ammazzano il marito, visto che  il pover'uomo lo fa da sé, gettandosi con l'automobile da una scogliera a picco sul mare. È questa la variante principale che il regista tedesco costruisce su un plot narrativo che tanto ricorda il romanzo più famoso di James Cain, ma se il film ha dei pregi (e qualcuno ce l'ha) vanno cercati altrove. È davvero impietoso il quadro che imbastisce Petzold sulla Germania contemporanea: la locomotiva d'Europa guidata da frau Merkel sembra scontare al pari di molti paesi europei un regresso civile, uno smarrimento del senso della comunanza collettiva e un ripiegamento sulla dimensione individuale che tanto sa di solitudine, da far stare davvero poco allegri.

Al di fuori dei soliti percorsi di vita, tre persone fanno un incontro decisivo. Thomas (Benno Fürman), giovane e forte, è congedato dall'esercito con disonore, Alì (Hilmi Sözer), un affabile uomo d'affari turco, ha attraversato periodi difficili, ma ora la sua unica preoccupazione è che i dipendenti dei suoi bar non lo imbroglino. Laura (Nina Hoss), un'affascinante donna dal passato oscuro, sembra trovare rifugio tra le ombre del suo matrimonio con Alì. I tre si tengono d'occhio a vicenda nascondendo ciascuno i propri segreti.

Il film ruota intorno alla vicenda di questi tre personaggi fortemente caratterizzati, che costuiscono altrettanti volti di questo paese che sembra aver perso qualsiasi spinta sociale propulsiva: quella di Alì potrebbe essere la vicenda di tanti cittadini appartenenti all'imponente minoranza turca presente in Germania (più di otto milioni di emigrati), quella cioè di tanti lavoratori (alcuni anche molto facoltosi) che si sentono eternamente stranieri in un paese che continua a sopportare con scarso entusiasmo la loro presenza e la loro integrazione politica ed economica; Thomas sconta invece la pesante solitudine e la strisciante alienazione a cui spesso sono relegati i giovani reduci dai fronti caldi del mondo come l'Afghanistan; e infine la storia di Laura, forse la più drammatica e straziante, quella di una donna sfortunata che ha subito le violenze del mondo, e che per poter continuare a vivere è stata costretta a “vendere” la sua libertà ad un marito geloso e violento.

Tre storie, tre racconti, tre solitudini che si intrecciano quasi per caso e che condividono in un triangolo di passioni, gelosie, denaro e violenza che pian piano si trasforma in una lenta discesa verso l'inferno, sotto la forma di un pauroso svuotamento morale di tutti e tre i personaggi, pronti alla menzogna, al sotterfugio e agli incoffessabili tradimenti pur di obbedire a un inspiegabile e distruttivo istinto di conservazione. Petzold non fa concessioni, adottando un linguaggio semplice e diretto: preferisce su tutte le scene forti di scontro, di contatto animale, muovendo la macchina da presa in maniera quasi ossessiva, come in un kammerspiel che ci porta sulla pelle degli attori senza sconti e commiserazioni.

Jerichow è quindi un film sull'impossibilità di programmare e vedere il futuro, ma anche sull'incapacità di vivere le proprie passioni senza dover scontare una condanna a cui la società sembra costringere sempre di più. Un'opera  crepuscolare e drammatica che getta un'ombra davvero oscura sull'Europa di oggi.



Jerichow
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