L'Ibsen sottotono di Castri  

di Laura Bevione

Data di pubblicazione su web 20/04/2002

una scena dello spettacolo
Castri mise in scena questo dramma cupo e opprimente, dominato dalle note della Danza macabra, già nel 1988, per il Centro Teatrale Bresciano. Il regista lo ripropone ora appoggiandosi alle imponenti e suggestive scenografie ideate da Maurizio Balò al fine di raddoppiare la raggelante atmosfera di morte che domina il testo.

 

una scena dello spettacolo
una scena dello spettacolo


Borkman è un uomo che si è fatto da solo, condannato dall'ambizione e dalla bramosia di denaro a trascorrere otto anni in carcere. Ora, tornato infine libero ma incapace di soffocare l'inquietudine e l'ansia di grandi imprese - essenzialmente di natura finanziaria - che lo animano, non può che camminare compulsivamente nella propria stanza, in attesa che si ripresenti una "grande occasione". Così, durante il primo atto, ne udiamo solamente i passi nervosi e pesanti mentre la moglie Gunhild e la cognata Ella - sorelle gemelle come sottolineano gli abiti identici disegnati ancora da Balò - si contendono il possesso dell'amore di Erhart, il figlio di Borkman. Le due donne, entrambe creditrici nei confronti di Borkman, in un'implicita nemesi identificano nel ragazzo l'unico tesoro in grado di azzerare i debiti del padre. Se Gunhild rinfaccia al marito la perdita di un preciso status sociale e un sostanziale isolamento, Ella non sa perdonare al cognato di averne rifiutato l'amore raggrinzendone dolorosamente il cuore e frustrando il suo desiderio di maternità. Il rancore delle due sorelle si rivela nei successivi dialoghi con Borkman stesso e in particolare nel duetto del secondo atto con Ella. La distanza non potrebbe essere più grande: la ferrea logica degli affari di un uomo sicuro oltre misura della propria potenza opposta da una parte alla nuda offerta d'amore di Ella e, dall'altra, all'aspirazione a una vera vita matrimoniale di Gunhild. Lo scontro fra femminile e maschile, tuttavia, non è solo quello fra sentimento e calcolo, amore e affari, bensì coinvolge la stessa capacità di generare ed è allora chiaro che ciò che divide i due universi è il desiderio, frutto della "volontà di potenza" che tormenta il protagonista, di essere allo stesso tempo padre e madre, vale a dire di produrre non solo ricchezza ma altresì vita.

Questo è il dramma scritto da Ibsen, che pensò Borkamn quale una sorta di incarnazione del Superuomo nieztschiano, benché la vecchiaia e la prigione ne abbiano indebolito il corpo. Si tratta, però, di stanchezza fisica, ché la volontà appare anzi rinsaldata dall'ansia di riscatto. Castri sceglie invece di decantare il testo da qualsivoglia implicazione superomistica, aumenta l'età dei protagonisti e pare prediligere il ritratto patetico e la malinconica presa d'atto di una morte che si avvicina inevitabilmente e, anch'essa, quasi stancamente. I tre personaggi, incurvate figurine, scompaiono sopraffatte dalle scene - il soggiorno e la stanza di Borkman nei primi tre atti e nell'ultimo il giardino che circonda il palazzo - e dai costumi, pesanti e scuri. I movimenti sono rallentati e accompagnati da un bastone, la voce è resa stridula dall'astio ovvero lamentosa fino al capriccio nel rivendicare diritti e bisogni calpestati nel passato. Il protagonista - interpretato da un Vittorio Franceschi dotato davvero del phisique du rôle - si muove faticosamente sul palcoscenico e confida i propri progetti di riscatto allo scrivano Foldal, l'unica persona con cui riesce ad avere una conversazione amichevole. Negli scambi con le due donne della sua vita il Borkman di Castri ribadisce convinzioni in cui sembra credere unicamente per innata conformazione e abitudine e che dunque non può che riaffermare alternativamente con assenza di energia ovvero in scatti carichi di nervosismo. Ugualmente affaticate sono Gunhild ed Ella, quest'ultima spesso patetica nelle proprie richieste d'amore che sfociano nel ricatto.

Il regista sembra interessato a dipingere un quadro della vecchiaia, allorché una regressione al modo di sentire e comportarsi proprio dell'infanzia cancella la tragicità e la desolazione presenti di esistenze segnate dalla sofferenza. Una sorta di difesa contro un destino meschino la cui rappresentazione resta affidata alle scene, incombenti e cupe. Le nere sagome di alberi che abitano l'ultimo atto sono testimoni freddi e impassibili - come il destino appunto - della misera morte di Borkamn, che avviene in sordina, semplicemente e senza alcuna tragicità.

Lucilla Morlacchi e Ilaria Occhini, oltre al già citato Franceschi, aderiscono perfettamente alla lettura "sottotono" di Castri, appesantendo gesti e movimenti e attribuendo alla propria voce toni seccamente acidi ovvero queruli e capricciosi. Una medesima impostazione ha la recitazione di Alarico Salaroli, anch'egli interprete di un personaggio "anziano", mentre i tre giovani appaiono poco convincenti, forse proprio per la maggiore attenzione riservata alla pittura della vecchiaia. La scelta registica di Castri, benché legittima e seguita coerentemente lungo tutta la messa in scena, ci è parsa tuttavia anch'essa "sottotono", quasi una rinuncia a esplorare più a fondo e a tentare di rappresentare quelle profondità dell'animo umano che proprio Ibsen, fra gli altri, ci ha insegnato a non ignorare.



Cast & Credits



locandina
locandina


una scena dello spettacolo
una scena
dello spettacolo



Cast & credits

Titolo 
John Gabriel Borkman
Prima rappresentazione 
Torino, Teatro Nuovo, 9 aprile 2002
Autori 
Henrik Ibsen
Traduzione 
Anita Rho
Regia 
Massimo Castri
Interpreti 
Vittorio Franceschi (John Gabriel Borkman)
Lucilla Morlacchi (Ella Rentheim)
Ilaria Occhini (Gunhild Borkman)
Pierluigi Corallo (Erhart Borkman)
Sara Alzetta (Fanny Wilton)
Alarico Salaroli (Vilhelm Foldal)
Silvia Ajelli (Frida Foldal)
Produzione 
Teatro Stabile di Torino
Scenografia 
Maurizio Balò
Costumi 
Maurizio Balò
Suono 
Franco Visioli
Luci 
Gigi Saccomandi
Musiche 
Arturo Annecchino