Modena culla i sogni dell'infanzia
La mostra dedicata alle Meraviglie del mare (Dipartimento del Museo di Paleobiologia e dell'Orto Botanico-Università degli studi di Modena e Reggio Emilia), presente in questi giorni al Foro Boario di Modena, appare in efficace sintonia con la prima assoluta del ''sogno lirico da camera'' Il Principe Granchio (la nuova opera commissionata dal Teatro Comunale di Modena) che ha avuto luogo domenica 12 novembre nel Teatro musicale della città.
Gli esperti autori (molteplici e pluriennali le esperienze messe in pratica con l'Arte dedicata ai ragazzi dal Maestro Paolo Furlani e da Marcello Chiarenza, per l'occasione anche librettista, ma soprattutto celebre regista-scenografo), infatti, prendendo spunto dalla fiaba veneziana El Granzio (più nota al pubblico nella versione di Italo Calvino) si sono divertiti a giocare con un soggetto marino più o meno reale, più o meno fantasioso.

Il Principe Granchio (gli interpreti)
Il prodotto si è offerto come la rappresentazione sono-visiva di una quotidianità improbabile, possibile solo nelle fiabe e percepibile come sogno, appunto, ma essenziale per assimilare a livello inconscio ipotesi e soluzioni che aiutino i bambini (e gli adulti) ad affrontare più o meno serenamente i momenti di 'crescita' e la vita di tutti i giorni. L'immaginario simbolico popolare è stato proposto attraverso rivisitazioni contemporanee basate su un uso sperimentale del linguaggio musicale ed effetti speciali non macchinosi, ma raffinati (molto suggestive, ad esempio, le apparizioni e i movimenti della scala, della luna e della medusa).
Due sono state le caratteristiche più incisive e più direttamente decodificabili.
La prima, la più originale, è stata la ricerca di un'unità simbiotica, di scambio, di fusione tra gli elementi naturali del cielo e quelli del mare (simboleggiati dall'immagine di un'«onda in cui galleggia una piuma»). Al 'blu', in pratica, è stata attribuita la funzione di 'luogo nuovo' dove i pesci volano e gli uccelli nuotano; il colore, assimilato al mondo degli opposti, dei contrari, della molteplicità, è servito per suggerire una realtà dove il paradosso può diventare sinonimo di alterità verificabile, di verità relativa.
La seconda è stata una scelta più 'classicamente' novecentesca, condotta sull'uso dei concetti di Benjamin Britten, che voleva il pubblico (soprattutto quello giovanile) direttamente implicato nelle sue rappresentazioni come protagonista attivo. Per il compositore inglese l'Opera doveva essere intesa, musicalmente e civilmente, come uno dei momenti didattici, pedagogici ed educativi più intensi e doveva perciò avere spazi attivi per tutti (interpreti, musicisti e spettatori).
Il pensiero è stato anche sottolineato ed espresso pubblicamente in una chiara e generosa esposizione concessa dai due creatori al pubblico dell'Invito all'opera, svoltosi al Ridotto del Teatro nel pomeriggio antecedente la prima.
La 'chiave' di ricerca principale per la creazione musicale è stata la conoscenza del mare (già oggetto di studio per Paolo Furlani con il lavoro sinfonico Mare monstrum del 2004, prodotto per la Biennale di Venezia), anzi, una indagine puntigliosa svolta sulla nascita e la formazione delle onde, sul loro ampliarsi e restringersi (basata su formule applicate dalla matematica e dalla geometria). Questa ha trovato una soluzione felice nella riproduzione di schemi sonori e ritmici (in gergo definiti serie) posti dal basso all'alto in progressione discendente o retrograda inversa e in modo direttamente proporzionale, per cui maggiore era la distanza delle altezze, maggiore era anche il valore dei suoni e viceversa. Per quanto riguarda il contesto letterario, invece, la meditazione più rilevante è stata destinata all'elemento salvifico della ''piuma'' (che Calvino nella sua traduzione ha modificato in ''fiore''), alla quale è più conducibile un concetto di 'volo'.

Il Principe Granchio
Questi sono stati, in pratica, il centro propulsivo dal quale ha preso avvio la creazione dell'intera opera. E, difatti, il ''cielomare'' o ''acqualuce'', concordemente suggerito da partitura, libretto e soluzioni scenografiche, si è presentato come il soggetto principale, ha assunto le vesti di vero protagonista. Esso ha avuto la capacità di condurre il pubblico ad una sorta di stato fetale, nel quale movimenti, immagini, oggetti e suoni della fiaba giungono a livello cosciente e incosciente come flashes nel fluttuare del liquido amniotico. Implicitamente si sono trovate a coincidere, così, sia la teoria che vede l'uomo come un essere evoluto dai pesci (questi furono i primi vertebrati apparsi sulla terra 350 milioni di anni fa circa), sia le varie enunciazioni colte e popolari sull'origine della musica e sulla sua percezione come flatus e come agua, come aria, come mare che genera e avvolge (limitandoci a due esempi: nella tradizione ebraica l'alito/il soffio divino fu un suono, e per i teorici trecenteschi, tra i quali Philippe de Vitry, era assodata l'opinione che il termine musica derivasse da ''Moys' e da ''Ycos'', da loro tradotti come acqua e come scienza).
La presenza del granchio appare, in questo modo, un mero pretesto (e poco appare di 'granchiesco' in effetti in scena), manifestandosi più come opzione di un archetipo, di un modello, come una semplice scelta 'fiabica' (ben congeniata, in questo senso, l'idea di non attribuire un unico interprete ad ogni personaggio, che intreccia e sviluppa, invece, uno scambio continuo tra evento narrato e momento vissuto).
Veneziana la fiaba, veneziani gli autori (anche se non oriundi), veneziana la ricreazione d'ambiente. Tempo, spazio, personaggi, suoni… tutto è stato percepito come sospeso in un velo, anzi in una luccicante e iridescente rete da pesca, in un modus che solo a Venezia è più direttamente avvertibile.
Un 'sogno' veneziano, dunque. Un sogno ricorrente per Modena. Già nel 2004, infatti, con Lavinia Fuggita di Sandro Cappelletto e di Matteo D'Amico, Venezia è stata protagonista dello stesso palcoscenico, ma se quella veniva proposta ricca di suggestioni e pulsioni tardoadolescenziali, questa si manifesta più fiabesca e delicatamente dedicata all'infanzia.
È mancato a Il Principe Granchio un po' di fuoco…A parte qualche accorgimento tecnico (in particolare per ciò che riguarda il coinvolgimento del pubblico che, evidentemente troppo abituato al torpore televisivo, non si aspetta di dover partecipare ad un'invasione di suoni), facilmente risolvibile per la prossima esecuzione primaverile a Lucca, non è risultata all'altezza del prodotto musico-scenico, purtroppo, la qualità degli interpreti (meritano di essere citate solo la simpatica attrice Tamara Balducci, e la piacevole, anche se migliorabile, soprano Cristina Baggio). In generale, la presenza scenica si è dimostrata un po' deludente e le voci sono apparse poco espressive, sottratte anche della loro virtuale potenza dall'orchestra, che in più occasioni ne ha sovrastato il canto a scapito della comprensione del testo (impetuosi e non sempre amalgamati i giovanissimi interpreti dell'Orchestra da Camera del Teatro diretti da il giovane direttore Federico Longo); di buon livello l'intervento del Coro di Voci Bianche preparato da Melitta Lintner.

Le onde della sinfonia
Il problema della qualità del cast, però, è una questione non nuova nell'ambito dell'Opera per ragazzi. Non esiste, infatti, una sorta di specializzazione nel settore (Modena, forse, vuole provarci con i Corsi di Alta Formazione all'Istituto di musica ''Orazio Vecchi''): i grandi nomi si rifiutano di prendevi parte (per gli scarsi guadagni e per la non facile 'repertorializzazione' delle produzioni), i giovani interpreti spesso si trovano, loro malgrado, incapaci di gestire l'emozione.
Un dato, questo, che dovrebbe far riflettere, assieme al fatto che ad occuparsi di produzioni e commissioni di questo tipo sia un Teatro di tradizione e non un Ente Lirico… Certi, dunque, che gli sforzi profusi dal Teatro Comunale di Modena per la gioventù porteranno a dei benefici sempre più concreti nell'ambiente culturale italiano, unendoci all'applauso finale di Rajna Kabaiwanska, ci appropriamo della frase conclusiva della Storia della Foresta che si vendica, dello stesso Calvino, per parafrasare il ritornello finale del Principe Granchio, nell'attesa fiduciosa del «giorno in cui un volo di piuma butterà giù la torre di Nembrotte, per nuotare nel cielo quaggiù» invasi dalla consapevolezza musicale!
Cast & credits
| Titolo
Il Principe Granchio |
|
| Sotto titolo
Un sogno lirico da camera |
|
| Data rappresentazione
12 novembre 2006 |
|
| Città rappresentazione
Modena |
|
| Luogo rappresentazione
Teatro Comunale |
|
| Evento
Prima esecuzione assoluta |
|
| Autori
di Paolo Furlani e Marcello Chiarenza |
|
| Libretto
Marcello Chiarenza, con la partecipazione drammaturgia di Paolo Furlani |
|
| Autori testo d'origine
Liberamente tratto da El Granzio, fiaba tradizionale veneta |
|
| Regia
Marcello Chiarenza |
|
| Interpreti
Matteo Ferrara (Il Pescatore/Il Vagabondo, basso) Gloria Montanari (La Moglie del Pescatore/La Fata, contralto) Andrea Macaluso (La Guardia/Il Pescatore, attore) Nicola Pascoli (Il Principe Granchio/Il Re, tenore) Cristina Baggio (La Principessa, soprano) Tamara Balducci (La Moglie del Pescatore, attrice) |
|
| Produzione
Opera Commissionata dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena in coproduzione con Azienda Teatro del Giglio di Lucca |
|
| Scenografia
A cura di Marcello Chiarenza |
|
| Costumi
A cura di Marcello Chiarenza |
|
| Luci
A cura di Marcello Chiarenza |
|
| Musiche
Paolo Furlani |
|
| Orchestra
Enseble da Camera e Coro di voci bianche del Teatro Comunale di Modena |
|
| Direzione d'orchestra
Federico Longo |
|
| Note
Dalla nota informativa diffusa dall'Ufficio Stampa Teatro Comunale di Modena: Il libretto e l'allestimento sono curati da Marcello Chiarenza, fra i maggiori autori del teatro per ragazzi in Italia e all'estero. Fra le sue tante produzioni, lo spettacolo Pollicino, creato oltre quindici anni fa e tradotto in inglese, spagnolo, tedesco, francese e fiammingo, è stato rappresentato in numerosi teatri europei ed è in programma al Piccolo Teatro di Milano il prossimo dicembre. Chiarenza ha firmato inoltre cinque diverse produzioni per il Lyngo Theatre di Londra, ospitate fra gli altri dal Lyric Opera e dal festival di Edimburgo. Il suo spettacolo di circo teatro di maggior successo, Creature, è in scena da tre anni con duecento rappresentazioni e duecentomila spettatori in tutta Europa. Paolo Furlani è autore di otto opere liriche, fra le quali El roverso mondo, edita da Sonzogno, e Le parole al buio, premiata da Luciano Berio nel concorso internazionale del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto. L'opera per ragazzi La casa dei mostri, edita da Ricordi, è stata prodotta dal Teatro La Fenice di Venezia e ripresa in un nuovo allestimento nel maggio 2005 dal Teatro Carlo Felice di Genova. Nel 2004, su commissione dalla Biennale Musica di Venezia, ha scritto il brano sinfonico Mare monstrum. |
Trama
Una volta c'era un pescatore che non riusciva mai a pescare abbastanza da comprare la polenta per la sua famigliola.
Un giorno, tirando le reti, sentì un peso da non poterlo sollevare, tira e tira ed era un granchio così grosso che non bastavano due occhi per vederlo tutto.
- Oh, che pesca ho fatto, stavolta! Potessi comprarmici la polenta per i miei bambini!
Tornò a casa col granchio in spalla, e disse alla moglie di mettere la pentola al fuoco che sarebbe tornato con la polenta. E andò a portare il granchio al palazzo del Re.
- Sacra Maestà, - disse al Re, - sono venuto a vedere se mi fa la grazia di comprarmi questo granchio. Mia moglie ha messo la pentola al fuoco ma non ho i soldi per comprare la polenta.
Rispose il Re: - Ma cosa vuoi che me ne faccia di un granchio? Non puoi andarlo a vendere a qualcun altro?
In quel momento entrò la figlia del Re : - Oh che bel granchio, che bel granchio! Papà mio, compramelo, compramelo, ti prego. Lo metteremo nella peschiera insieme con i cefali e le orate.
Questa figlia del Re aveva la passione dei pesci e se ne stava delle ore seduta sull' orlo della peschiera in giardino, a guardare i cefali e le orate che nuotavano. Il padre non vedeva che per i suoi occhi e la contentò.
Il pescatore mise il granchio nella peschiera e ricevette una borsa di monete d' oro che bastava a dar polenta per un mese ai suoi figlioli.
La Principessa non si stancava mai di guardare quel granchio e non s'allontanava mai dalla peschiera. Aveva imparato tutto di lui, delle abitudini che aveva, e sapeva anche che da mezzogiorno alle tre spariva e non si sapeva dove andasse.
Un giorno la figlia del Re era lì a contemplare il suo granchio, quando sentì suonare la campanella.
S'affacciò al balcone e c'era un povero vagabondo che chiedeva la carità.
Gli buttò una borsa di monete d' oro, ma il vagabondo non fu lesto a prenderla al volo e gli cadde in un fosso. Il vagabondo scese nel fosso per cercarla, si cacciò sott' acqua e si mise a nuotare. Il fosso comunicava con la peschiera del Re attraverso un canale sotterraneo che continuava fino a chissà dove.
Seguitando a nuotare sott'acqua, il vagabondo si trovò in una bella vasca, in mezzo a una gran sala sotterranea tappezzata di tendaggi, e con una tavola imbandita.
Il vagabondo uscì dalla vasca e si nascose dietro i tendaggi.
A mezzogiorno in punto, nel mezzo della vasca spuntò fuori dall' acqua una Fata seduta sulla schiena d' un granchio.
La Fata e il granchio saltarono nella sala, la Fata toccò il granchio con la sua bacchetta, e dalla scorza del granchio uscì fuori un bel giovane. Il giovane si sedette a tavola, la Fata batte la bacchetta, e nei piatti comparvero le vivande e nelle bottiglie il vino.
Quando il giovane ebbe mangiato e bevuto, tornò nella scorza di granchio, la Fata lo toccò con la bacchetta e il granchio la riprese in groppa, s'immerse nella vasca e scomparve con lei sott'acqua.
Allora il vagabondo uscì da dietro ai tendaggi, si tuffò anche lui nella vasca e nuotando sott'acqua andò a sbucare nella peschiera del Re.
La figlia del Re che era lì a guardare i suoi pesci, vide affiorare la testa del vagabondo e disse:
- Oh: cosa fate voi qui?
- Taccia, padroncina, - le disse il vagabondo, - ho da raccontarle una cosa meravigliosa -. Uscì fuori e le raccontò tutto.
- Adesso capisco dove va il granchio da mezzogiorno alle tre! - disse la figlia del Re. - Bene, domani a mezzogiorno andremo insieme a vedere.
Così l'indomani, nuotando per il canale sotterraneo, dalla peschiera arrivarono alla sala e si nascosero tutti e due dietro i tendaggi. Ed ecco che a mezzogiorno spunta fuori la Fata in groppa al granchio. La Fata batte la bacchetta e dalla scorza del granchio esce fuori il bel giovane e va a mangiare.
Alla Principessa, se il granchio già le piaceva, il giovane uscito dal granchio le piaceva ancora di più, e subito se ne sentì innamorata.
E vedendo che vicino a lei giaceva la scorza del granchio vuota, ci si cacciò dentro, senza farsi vedere da nessuno.
Quando il giovane rientrò nella scorza di granchio ci trovò dentro quella bella ragazza.
- Cos'hai fatto? - le disse, sottovoce, - se la Fata se n'accorge ci fa morire tutt'e due.
- Ma io voglio liberarti dall'incantesimo! - gli disse, anche lei pianissimo, la figlia del Re. - Insegnami cosa devo fare.
- Non è possibile, - disse il giovane. - Per liberarmi ci vorrebbe una ragazza che m' amasse e fosse pronta a morire per me.
La Principessa disse: - Sono io quella ragazza!
Intanto che si svolgeva questo dialogo dentro la scorza di granchio, la Fata si era seduta in groppa, e il giovane manovrando le zampe del granchio come al solito, la trasportava per le vie sotterranee verso il mare aperto, senza che essa sospettasse che insieme a lui era nascosta la figlia del Re.
Lasciata la Fata e tornando a nuotare verso la peschiera, il Principe - perché era un Principe spiegava alla sua innamorata, stretti insieme dentro la scorza di granchio, cosa doveva fare per liberarlo:
- Devi andare su uno scoglio in riva al mare e metterti a suonare e cantare. La Fata va matta per la musica e uscirà dal mare a ascoltarti e ti dirà: «Suoni, bella giovane, mi piace tanto>>. E tu risponderai: « Sì che suono, basta che lei mi dia quel fiore che ha in testa". Quando avrai quel fiore in mano, sarò libero, perché quel fiore è la mia vita.
Intanto il granchio era tornato alla peschiera e lasciò uscire dalla scorza la figlia del Re.
Il vagabondo era rinuotato via per conto suo e, non trovando più la Principessa, pensava d'essersi messo in un bel guaio, ma la giovane ricomparve fuori dalla peschiera, e lo ringraziò e compensò lautamente. Poi andò dal padre e gli disse che voleva imparare la musica e il canto.
Il Re, che la contentava in tutto, mandò a chiamare i più gran musici e cantanti a darle lezioni.
Appena ebbe imparato, la figlia disse al Re: - Papà, ho voglia d'andare a suonare il violino su uno scoglio in riva al mare.
- Su uno scoglio in riva al mare? Sei matta? - ma come al solito la accontentò, e la mandò con le sue otto damigelle vestite di bianco.
Per prevenire qualsiasi pericolo, la fece seguire da lontano da un po' di truppa armata.
Seduta su uno scoglio, con le otto damigelle vestite di bianco, su otto scogli intorno, la figlia del Re suonava il violino.
E dalle onde venne su la Fata. - Come suona bene! - le disse. - Suoni, suoni che mi piace tanto!
La figlia del Re le disse: - Sì che suono, basta che lei mi regali quel fiore che porta in testa, perché io vado matta per i fiori.
- Glielo darò se lei è capace d' andarlo a prendere dove lo butto.
- E io ci andrò, - e si mise a suonare e cantare. Quando ebbe finito, disse: - Adesso mi dia il fiore.
- Eccolo, - disse la Fata e lo buttò in mare, più lontano che poteva.
La Principessa lo vide galleggiare tra le onde, si tuffò e si mise a nuotare.
- Padroncina, padroncina! Aiuto, aiuto! - gridarono le otto damigelle ritte sugli scogli coi veli bianchi al vento.
Ma la Principessa nuotava, nuotava, scompariva tra le onde e tornava a galla, e già dubitava di poter raggiungere il fiore quando un'ondata glielo portò proprio in mano.
In quel momento sentì una voce sotto di lei che diceva:
- Mi hai ridato la vita e sarai la mia sposa. Ora non aver paura: sono sotto di te e ti trasporterò io a riva. Ma non dire niente a nessuno, neanche a tuo padre. Io devo andare ad avvertire i miei genitori ed entro ventiquattr'ore verrò a chiedere la tua mano.
- Sì, sì, ho capito, - lei gli rispose, soltanto, perché non aveva più fiato, mentre il granchio sott' acqua la trasportava verso riva.
Così, tornata a casa, la Principessa disse al Re che s' era tanto divertita, e nient' altro.
L'indomani alle tre, si sente un rullo di tamburi, uno squillo di trombe, uno scalpitìo di cavalli: si presenta un maggiordomo a dire che il figlio del suo Re domanda udienza.
Il Principe fece al Re regolare domanda della mano della Principessa e poi raccontò tutta la storia.
Il Re ci restò un po' male perché era all' oscuro di tutto; chiamò la figlia e questa arrivò correndo e si buttò nelle braccia del Principe:
- Questo è il mio sposo, questo è il mio sposo! - e il Re capì che non c' era altro da fare che combinare le nozze al più presto.
da Fiabe Italiane di Italo Calvino