Melodramma delle passioni umane

di Giovanni Fornaro

Data di pubblicazione su web 18/11/2005

Un ballo in maschera

Come rilevato in occasione di precedenti spettacoli allestiti dalla Fondazione Lirico-Sinfonica Petruzzelli e teatri di Bari, nel capoluogo pugliese mi sembra si siano finalmente uguagliati, nelle ultime tre stagioni, i fasti degli anni precedenti il rogo del teatro Petruzzelli, il cui lento processo di ricostruzione ha visto l'inaugurazione anticipata, alcune settimane fa, del foyer. Dopo lo sfolgorante ed iconoclasta The Beggar's Opera di Britten, col verdiano Un ballo in maschera si ritorna apparentemente nel quieto alveo dell'opera romantica italiana, ma in realtà la genesi controversa e molto articolata della partitura e del libretto si riflettono in una drammaturgia dalla cifra stilistica differenziata, come segnala Pierluigi Petrobelli nel libro di sala.


Un ballo in maschera


Dopo il grand opéra di Les vêpres siciliennes e la ricerca musicale di Simon Boccanegra, infatti, nel 1859 Verdi vorrebbe utilizzare la storia dell'invaghimento di Gustavo III di Svezia per la moglie di un suo luogotenente - con l'esito tragico dell'uccisione del monarca nel 1792 - scritta da Scribe e già messa in musica da Auber un quarto di secolo prima, nonché da Mercadante nel 1843. Il racconto, per Verdi, non ha importanti valenze politiche: forse gli erano state sufficienti quelle che si erano concretizzate intorno alle opere precedenti. Ma il destino è evidentemente beffardo, se alcune coincidenze di carattere storico-politico, in particolare il tentato omicidio di Napoleone III (1858), inducono gli autori ed il teatro committente, il San Carlo di Napoli, a collocare in un ambitus meno attuale il plot narrativo. Viene difatti riposizionato in uno scarsamente definito medioevo guelfo e ghibellino che garba pochissimo al musicista bussetano, tanto da indurlo a ritirarlo per consentirne la rappresentazione al teatro romano Apollo (17 febbraio 1859). A causa della censura, gli autori sono costretti comunque a rivedere l'opera, la cui azione viene così dislocata nella Boston contemporanea, in cui non un re ma il governatore inglese diviene opportunamente protagonista della vicenda.

Per quale motivo ho annoiato il lettore descrivendo la farraginosa genesi di Un ballo in maschera? Perché oltre alla stratificazione stilistica musicale operata da Verdi - sia detto non tanto per inciso, in modo mirabile e da par suo: si sente, soprattutto nelle arie, il miglior Verdi, quello più amato della trilogia romantica, senza per questo apparire come l'imitazione di sé stesso - mi sembra che l'allestimento barese abbia tenuto conto proprio di quel travaglio, proponendo nei bei costumi di Alessandro Ciammarughi, ad esempio, soldati prussiani accanto ad avvenenti personaggi femminili in autoreggenti e berretto nazista; o trasformando i congiurati in nativi americani dall'aspetto assai poco pericoloso - sembrano usciti, insieme con la selvaggia ed inquietante ambientazione ricostruita in studio, da un albo a fumetti di Zagor!


Un ballo in maschera

La scenografia di Antonio Fiorentino, in effetti, è composita perché passa dagli enormi e volumetrici parallelepipedi del primo atto, che servono anche a contenere, sul retro, le degradate scene della galera femminile in cui l'adultera in pectore Amelia dovrebbe finire, alle esili scale del secondo e terzo atto, che lasciano intravedere, sotto e accanto, strane figure "fuori canto", non-personaggi che sembrano essere stati generati dal vero "protagonista" dell'opera, un misterioso e contorto albero, avvizzito e cadente, che tuttavia costituisce non solo il primo oggetto scenico visibile agli spettatori ma, altresì, sembra mosso da vita propria, grazie a spostamenti meccanici indietro ed in avanti - il cui effetto ricorda quello ottico "da vertigine" della tromba delle scale in "La donna che visse due volte" di Alfred Hitchcock - e, soprattutto, alla trovata più geniale dell'allestimento, un coacervo apparentemente informe di esseri che solo con difficoltà si scoprono come umani, abbarbicati ai rami, striscianti lungo il fusto, come immondi frutti di un tronco degradato, la cui sinistra e perenne presenza in scena (finanche in alcune ambientazioni al chiuso, come riferito prima), non è che simbolo di quel groviglio di crudeltà umane che le maschere antigas dei soldati o i corpi straziati delle prostitute in galera pongono al centro della narrazione barese, ripresa dall'allestimento che il regista Giancarlo Cobelli aveva già curato per il teatro delle Muse di Ancona.

In questa prospettiva, quale ruolo poteva ricoprire questo inquietante vegetale della vita e della morte se non quello dell'antro della indovina Ulrica, mirabilmente interpretata dal contralto Emilia Boteva? Viene a questo punto d'obbligo parlare del cast musicale e vocale. Ebbene, forse l'Orchestra della Provincia di Bari, diretta con forza propulsiva e capacità da Andrea Licata, ed il Coro l'Opera, preparato come sempre da Elio Orciuolo, hanno "sentito" in modo particolare le finezze stilistiche di questa partitura, che appartiene davvero al "grande" Verdi, se sono riusciti a mantenere una tensione artistica esemplare, in particolare gli archi il cui suono appariva, spesso, dotato di estrema e compatta unitarietà.

Se la partitura ed il libretto sono creati attorno alla figura del governatore Riccardo (che deriva così chiaramente da Gustavo III da essere incoronato in scena), è posta in evidenza la prova del notevole tenore Marco Berti che lo interpreta, dalla possente emissione vocale e con interessanti capacità attoriali, cui ha saputo tenere testa il baritono Nicola Alaimo (Renato) e, fra i ruoli femminili, la soavissima Paola Cigna (Oscar), inarrivabile soprano nell'androgino ruolo en travesti che poi, nel ballo finale, si svela come iper-femminile, con calze nere autoreggenti, corpetto in pelle nera e verve sadomaso.

Compresa nel suo ruolo di moglie e proto-amante troviamo il bravo soprano Elisabete Matos, in quello del credibile marinaio Silvano il basso Alessandro Battiato, i congiurati Samuel e Tom erano interpretati da Reda el Wakil e da Pietro Naviglio, quest'ultimo basso in grande evidenza, mentre Gianluca Moschetti ha ben svolto il doppio ruolo di un giudice ed un servo di Amelia.






Cast & Credits

Trama

                                  
Un ballo in maschera

 

 




 

Un ballo in maschera



 

 

 

 

Foto: Vito Mastrolonardo




Cast & credits

Titolo 
Un ballo in maschera
Sotto titolo 
Melodramma in tre atti
Data rappresentazione 
9/11/2005
Città rappresentazione 
Bari
Luogo rappresentazione 
Teatro Piccinni
Libretto 
Antonio Somma
Autori testo d'origine 
Eugène Scribe, "Gustave III ou Le bal masqué"
Regia 
Giancarlo Cobelli
Interpreti 
Marco Berti (Riccardo)
Nicola Alaimo (Renato)
Elisabete Matos (Amelia)
Emilia Boteva (Ulrica)
Paola Cigna (Oscar)
Alessandro Battiato (Silvano)
Reda el Wakil (Samuel)
Pietro Naviglio (Tom)
Gianluca Moschetti (Un giudice / Un servo di Amelia)
Produzione 
Produzione musicale della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari. Allestimento del Teatro delle Muse di Ancona in coproduzione con la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste.
Scenografia 
Antonio Fiorentino
Costumi 
Alessandro Ciammarughi
Movimenti scenici 
Pierluigi Pagano
Luci 
Mario De Vico
Musiche 
Giuseppe Verdi
Orchestra 
Istituzione Concertistico Orchestrale della Provincia di Bari
Direzione d'orchestra 
Andrea Licata
Coro 
Coro L'Opera
Maestro del coro 
Elio Orciuolo

Trama

Atto I - Alla fine del Seicento, nella residenza del governatore di Boston. Riccardo conte di Warwick, giovane e affascinante governatore inglese della colonia americana di Boston, riceve affabilmente e invita al prossimo ballo in maschera i gentiluomini del suo seguito e della città, cui si mescolano anche due suoi nemici politici, Samuel e Tom, che stanno tramando ai suoi danni una congiura. Ciò non è però sfuggito al braccio destro di Riccardo, il creolo Renato, della cui moglie, Amelia, Riccardo è segretamente innamorato. Renato mette in guardia Riccardo dal rischio che corre; intanto un giudice chiede la condanna dell'indovina nera Ulrica, di cui prende però le difese il giovanissimo paggio di Riccardo, Oscar. Il conte decide di essere lui stesso giudice della questione e delle arti della maga, invitando i presenti a recarsi con lui, tutti travestiti, da Ulrica.

Alle porte di Boston. Nell'antro di Ulrica, in preda alla trance, si affollano popolani bianchi, nativi e neri: i "clienti" della maga. Sotto gli occhi di Riccardo, celatosi nei panni di un modesto marinaio, un uomo della sua Marina, Silvano, si lamenta: il suo decennale e fedele servizio nella flotta del conte non è stato ripagato in alcun modo. Ulrica gli predice una svolta fortunata; per avvalorarne la predizione Riccardo fa scivolare in tasca a Silvano del denaro e un grado d'ufficiale. Una dama misteriosa chiede udienza riservata: è Amelia, che si rivolge ad Ulrica per liberarsi del suo colpevole amore nei confronti di Riccardo (l'uomo osserva e indovina), al che Ulrica le prescrive di cogliere a mezzanotte un'erba ai piedi delle forche delle esecuzioni capitali. Quindi è il turno di Riccardo che briosamente si rivolge alla maga fra lo spasso di quanti, tra i presenti, conoscono la sua identità: ma la maga, pur riluttante, gli predice una rapida morte dal primo uomo che gli stringerà la mano, Renato, giunto ad avvisare il suo signore dell'ulteriore stringersi della congiura. Data la fedeltà a tutta prova di Renato, l'incredulità del conte (la cui identità è oramai rivelata) e della sua corte è al colmo.

Atto II - Alle porte di Boston, nel campo delle esecuzioni capitali. Amelia, risoluta a cercare l'erba prescrittale da Ulrica, medita sulla sua disperata e colpevole passione e chiede pietà e forza a Dio, ma è raggiunta da Riccardo che le esprime ardentemente il suo amore ed ottiene dalla donna, pur riluttante, la confessione d’amore. Sopraggiunge Renato: si è accorto che i congiurati seguono da presso il governatore e l'avvisa del pericolo. Renato non riconosce la moglie Amelia, che si era velata: Riccardo accetta di mettersi in salvo ma chiede a Renato di scortare la donna fino alle porte della città senza cercare in nessun modo di conoscerne l'identità. Allontanatosi Riccardo, sopraggiungono Samuel, Tom e i loro compagni; delusi di trovare Renato anziché Riccardo, si vendicano col sarcasmo e pretendono di sapere chi è la dama misteriosa. Per evitare il peggio, Amelia si palesa: la rivelazione sconvolge Renato che però, per rispettare la promessa fatta a Riccardo, si avvia comunque con lei verso Boston, tra i motteggi dei congiurati.

Atto III - In casa di Renato. L'uomo è deciso a lavare l'onta nel sangue di Amelia e Riccardo, nonostante la moglie giuri di non averlo mai tradito; pur non credendole, Renato acconsente a che ella riveda un'ultima volta il figlioletto. Rimasto solo, riconosce però che Amelia è parzialmente colpevole, poiché la vera responsabilità cade sul seduttore, Riccardo. Chiede pertanto a Samuel e Tom, che ha convocato, di unirsi alla loro congiura e impone ad Amelia di estrarre il nome di colui che dovrà vibrare il colpo mortale; proprio Renato è il nome scelto dalla sorte. Giunge Oscar con l'invito del governatore per il ballo in maschera: mentre Amelia terrorizzata intuisce la verità, i congiurati si danno convegno al ballo. Nel suo gabinetto, intanto, Riccardo ha preso una dolorosa decisione: rinuncerà ad Amelia e per questo firma l'atto che rimanderà in patria Renato e la sua sposa. Sta per iniziare il ballo in maschera: Oscar consegna a Riccardo un biglietto segretamente vergato da Amelia perché si guardi dal pugnale dei congiurati. Mentre fervono le danze, Renato riesce ad estorcere ad Oscar l'informazione sul costume indossato dal conte. Mentre sta dando l'ultimo addio ad Amelia, Riccardo è raggiunto dal pugnale di Renato. Morente, Riccardo perdona il suo assassino e gli autori della congiura, assicura Renato che Amelia gli è fedele, gli mostra l'atto con cui ordinava il loro rientro in patria e spira fra il compianto di tutti.