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Fuga da Dogville

di Marco Luceri
  Manderlay
Data di pubblicazione su web 09/11/2005  
 Manderlay di Lars Von Trier, in concorso quest'anno a Cannes, è il secondo film della trilogia “americana” che il regista danese sta realizzando in questi anni; progettata come USA Land of opportunities, essa ha avuto come primo capitolo il discusso, imprevedibile, bellissimo Dogville(2003), interpretato da una straordinaria Nicole Kidman.



Questa seconda parte comincia laddove era finita la prima: la protagonista Grace (stavolta a vestirne i panni è Bryce Dallas Howard), abbandonata Dogville insieme al padre (Willem Dafoe) e alla sua banda di gangsters, viaggia attraverso il sud dell'America alla ricerca di un nuovo posto dove stabilirsi. Giunta in Alabama, la donna entra per puro caso in contatto con gli abitanti di una sperduta piantagione di cotone, Manderlay; una giovane schiava di colore, Flora, le chiede aiuto per salvare un altro schiavo, Timothy (Isaach Dè Bankolé), dalle frustate dei padroni bianchi. La giovane decide allora di prendere con la forza il possesso della piantagione, cercando nei giorni successivi di abbattere la terribile condizione di schiavitù della comunità di colore, con l'obbiettivo (ambizioso) di infondere loro il senso della democrazia fino ad allora a essi estraneo.

E' fin troppo evidente sottolineare come, per finalità inerenti all'unità narrativa, Von Trier abbia riutilizzato per Manderlay la stessa costruzione tecnica adottata per Dogville: la voce fuoricampo di un narratore onniscente che racconta (e spesso giudica), la divisione in capitoli (come un romanzo o un dramma brechtiano), ciascuno con un numero e una frase introduttiva (il cosiddetto “cinema fusionale”), l'essenzialità della scenografia, che rimanda dichiaratamente a un mondo artificiale, non fisico, in cui ogni elemento è solamente disegnato o abbozzato. Stessa impostazione drammatica: la giovane Grace, piena di ottime intenzioni, che si scontra con la complessità sociale (e stavolta anche storica) della comunità che la ospita, in un crescendo di difficoltà che conducono verso un tragico finale.



Ciò che cambia è, naturalmente, il tema affrontato. Siamo nel Sud, nell'Alabama, uno degli stati più tristemente famosi nella storia degli USA per le terribili vicende legate alla secolare segregazione razziale dei neri di origine africana, e dunque il tema della trattazione è il razzismo. Ma non solo. La lotta che Grace intraprende va ben oltre la semplice equiparazione razziale giuridica tra bianchi e neri; c'è in gioco uno dei valori che più stanno a cuore all'America post-11 settembre e cioè l'esportazione della democrazia in una comunità che non ne ha mai beneficiato.

Il film dunque si divide in due parti: la prima, che serve per introdurre Grace nei nuovi meccanismi sociali di Manderlay dopo l'eliminazione della schiavitù, e la seconda in cui la donna sperimenta quanto sia difficile distribuire ex novo diritti e doveri democratici a una comunità appena liberata. Se la prima parte, ricalcando il modello-Dogville, sembra quindi in gran parte funzionare, nella seconda, quella in cui l'originalità di Manderlay sarebbe dovuta venire fuori prepotentemente, si avverte invece un'inaspettata caduta di stile e di contenuti. Mentre in Dogville, grazie a una precisa caratterizzazione dei personaggi, venivano alla ribalta tutte le ipocrisie e le miserie morali della cittadina, in Manderlay tutto appare forzato, a tratti didascalico: la azioni, i gesti, le rituali riunioni “democratiche”. Sembra cioè che Von Trier abbia perso, nel passaggio da un film all'altro, la dissacrante cattiveria socio-antropologica di Dogville, per sostituila nell'ultimo film con un vacuo moralismo da noioso sermone della domenica.



Il film sembra mancare di quell'ampio respiro da “quadro sociale” in salsa brechtiana del suo antecedente. Il discorso sul razzismo sa di stucchevole dejà-vu e sicuramente non aiuta l'incerta prova dell'attrice protagonista: alla potenza espressiva della Kidman si sostituiscono gli occhi un po' languidi e la gestualità impacciata della Dallas Howard, con un cast che sembra soffrire particolarmente dell'assenza degli eccellenti “comprimari” di Dogville, Lauren Bacall e James Caan.

Visto in quest'ottica, Manderlay sembra non giustificare neppure il ricorso ostinato al rifiuto del cinema "tradizionale", in nome di una costruzione scenografica che se in Dogville rappresenta la splendida e irriverente abiura di Dogma, in questo film sembra più un poco originale volo pindarico che un effettiva dichiarazione di poetica. Certo bisognerà attendere il terzo e ultimo capitolo della trilogia per tirare le somme di questa ambiziosa e discussa prova del regista danese, e misurarne, eventualmente, la sua effettiva portata storica. Certo è che, per ora, questa fuga dalla crudele Dogville, non ha portato verso alcuna parte. E si spera che la corsa di Grace verso la costa orientale, verso New York sembra, che ci viene mostrata prima dei titoli di coda, si concluda laddove speriamo e cioè in un coacervo di contraddizioni in cui Von Trier sappia ritrovare la strada “giusta”. Anche per noi.


Manderlay
cast cast & credits
 



 

 

 

 


 

Lars Von Trier sul set di
Lars Von Trier sul set di "Manderlay"




 

 
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