Suggestioni oniriche
Che divinamente fresca, che gradevole, che intelligente e incantevole produzione presenta il Ravenna Festival, tornato nella sua naturale sede, dopo i trionfi spaesati e internazionali della trasferta tunisina presso il colosseo romano di El Jem, al limite del deserto, al limite dello sgomento culturale [Mefistofele]. Il teatro Dante Alighieri è invece ben radicato nel centro storico della città, è da sempre il luogo di rappresentazione dei più importanti spettacoli di questa solidissima impresa culturale, è il testimone della più gloriosa tradizione musicale italiana. Bene, tiriamo un respiro di sollievo e riimmergiamoci nelle rassicuranti certezze del nostro patrimonio operistico.

Frances McCafferty (Indovina)
Invece è da qui che parte l'altro colpo di genio, simmetrico a quello fraternamente archeologico, e cioè il festoso colpo di spugna che annulla la pomposità dei generi e porta in Italia due irresistibili produzioni della compagnia lirica nazionale dell'Inghilterra del Nord, l'Opera North, che lavora ormai da quasi mezzo secolo ed è una delle più libere e innovative organizzazioni artistiche, nonché una delle compagnie più originali d'Europa, che ha frantumato la convinzione radicata dell'opera lirica come opera d'arte, conclusa in sé e con un repertorio praticamente chiuso. Capovolgendo questa idea, avvalendosi di tutti i mezzi espressivi della civiltà moderna e soprattutto di ogni mezzo di comunicazione, recupera ogni anno opere escluse dal normale repertorio, abbatte le frontiere dei generi, estendendo il diritto di cittadinanza a tutto ciò che è musica, canto, recitazione, divertimento, terapia, sorpresa, azzerando praticamente l'orizzonte di attesa del pubblico e riuscendo così ad essere ogni volta sorprendente, a creare una circolazione fluida e vitale.
Le belle idee naturalmente resterebbero tali se Opera North non fossse riuscita negli anni a trovare e a creare dei formidabili professionisti, dai tecnici al coro, dagli scenografi ai macchinsti, dai musicisti ai cantanti. Che definiamo così per restare legati alle convenzioni, ma che sono a pari livello cantanti, attori, ballerini. Tutti paiono saper fare tutto in questa compagnia scintillante (una sensazione analoga a quella dell'altra grande sorpresa di qualche anno fa con il teatro Helikon di Mosca) portata a Ravenna dall'intelligenza di Cristina Mazzavillani Muti in due autonome prove che si illuminano però a vicenda creando un dittico ideale: Julietta, la chiave dei sogni, opera in tre atti di Bohuslav Martinů su libretto dell'autore e Il tocco di Venere (One touch of Venus), commedia musicale di Kurt Weill.

Rebecca Caine (Giulietta) e Paul Nilon (Mischa)
Julietta, rappresentata per la prima volta a Praga nel 1938, è l'opera - da noi praticamente sconosciuta - di un musicista da noi quasi mai rappresentato ma titolare a buon diritto di molte colonne in compilazioni enciclopediche, autore di una sterminata produzione operistica e strumentale (tra le opere citiamo con piacere campanilistico una goldoniana Mirandolina) attivo per molti anni nella natia Praga (vi nacque nel 1890) e all'epoca di Julietta già saldamente installato a Parigi, prima del balzo americano negli anni della guerra (fraterno in questo a Kurt Weill che però, al contrario di Martinů , aveva praticamente rescisso ogni legame con il suo passato europeo).
Musicista poderoso e legatissimo alla cultura della patria nonostante una vicenda biografica che lo vide operare sostanzialmente nel più avvertito "occidente", Martinů fa di Julietta (opera surrealista del giovane Georges Neveux rappresentata con successo al Théâtre de l'Avenue di Parigi con la grande Giovanna d'Arco dreyeriana Renée Falconetti nel ruolo protagonistico a partire dal 1930) una delicata fantasmagoria onirica. Ma, anche, una formidabile partitura (composta in meno di otto mesi) dalla coloritura orchestrale suggestiva e di forte presa emotiva.
Storia praticamente troppo ricca di trama ma in realtà senza una vera trama, dove l'amore irrimediabile nato all'improvviso dalla voce di una giovane donna che canta ad una invisibile finestra cerca le strade del suo riconoscimento. Ma nulla di reale è possibile in questo paese che altro non è che un panorama mentale, la proiezione fantasiosa dei desideri e delle paure del protagonista. Che, non a caso, dopo aver superato (inventato?) mille difficoltà e pericoli (il rifiuto di lei, un colpo accidentate uscito dalla sua pistola, incontri sempre meno rassicuranti con una società di individui incapaci di ricordare al di là dei dieci minuti e quindi incapaci di qualunque collegamento con il reale) nel terzo atto si rifugerà nel dormiveglia del sogno con un'invenzione di personaggi che stanno tra le grottesche creature di Gogol e le più minacciosamente vicine di Majakowskij. Respingendo il peso del buonsenso, della mediocrità di personaggi che non sono all'altezza del suo assoluto, troverà appagamento e conforto nell'illusione onirica.

Una simile trama, lontanissima anni luce dalla nostra sensibilità, diventa per miracolo fonte fresca di vita e di musica nella realtà interpretativa del formidabile complesso a cui lo scenografo Stefanos Lazaridis offre la suggestiva invenzione scenografica di una parete inclinata che trasfigura e riflette nello sfondo la fisicità dell'azione e il regista offre le inesauste invenzioni di una attenzione divertita e sensibile al folto gruppo dei personaggi, senza distinzione gerarchica, facendo di ognuno un protagonista. Miracolo reso possibile, oltre che dalla accuratissima direzione di Martin André, dalla qualità assoluta degli straordinari attori interpreti: perfetti in ognuna delle caratterizzazioni (e spesso impegnati in ruoli e tipizzazioni assolutamente soprendenti): da Alan Oke, ad Adrian Clarke, a Jonathan Best a Frances Mc Cafferty, a Richard Angas, a Jessica Walker, a Sue Less (nonna irresistibile) a Gladwin Taylor (la venditrice di uccelli), a Claire Williams a Pauline Thulborn, Vivienne Bailey e Hazel Croft en travesti, a Harry Sharples a Anna Brittain, a Peter Bodenam.
Un risultato così magico non sarebbe però stato possibile senza la presenza protagonistica di Rebecca Caine seducente e inafferrabile come ruolo comanda e, soprattutto, senza l'incanto ingenuo e la bellissima duttilità vocale di Paul Nilon. Se non fosse che caratteristica dell'Opera North è quella di non addormentarsi sugli allori questo potrebbe essere per lui il ruolo della vita.
Julietta - La chiave dei sogni (Ravenna Festival)

Rebecca Caine (Giulietta) e
Paul Nilon (Mischa)
Opera North

Paul Nilon (Mischa)
Cast & credits
| Titolo
Julietta - La chiave dei sogni (Ravenna Festival) |
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| Sotto titolo
opera in tre atti |
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| Data rappresentazione
16/07/2005 |
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| Città rappresentazione
Ravenna |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Alighieri |
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| Evento
Prima rappresentazione italiana |
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| Libretto
Bohuslav Martinu |
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| Autori testo d'origine
George Neveux, "Julietta" |
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| Regia
David Pountney |
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| Interpreti
Rebecca Caine (Giulietta) Paul Nilon (Mischa) Frances McCafferty (Indovina) Alan Oke (commissario) Jonathan Brest (uomo con la fisarmonica) Jessica Walzer (piccolo arabo) |
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| Scenografia
Stefanos Lazaridis |
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| Costumi
Marie-Jeanne Lecca |
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| Musiche
Bohuslav Martinu |
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| Orchestra
Opera North |
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| Direzione d'orchestra
Martin André |
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| Coro
Opera North |
Trama
Misha, giovane libraio ambulante parigino, giunge in una città costiera. Prima di lasciarla viene sedotto dalla voce di una giovane donna che, alla finestra, canta una canzone d'amore. Tornato a Parigi il giovane non riesce a dimenticarla e decide quindi di ritornare nel paese di cui non ricorda il nome. Dopo averlo ritrovato inizia la difficile quête della fanciulla, di cui nessuno sa dirgli nulla, poiché - si accorgerà il giovane con sgomento - gli abitanti hanno la memoria corta, anzi cortissima (dieci minuti appena, il tempo di nominarlo governatore e di scordarselo). Misha comincia a smarrirsi in questa realtà presente senza spessori temporali e comincia a perdere il contatto con la realtà vera. Quando incontrerà Giulietta tutto sarà difficile e scialbo, un appuntamento notturno correrà il rischio di finire in tragedia, lui sparerà, Giulietta sparirà, un indovino che predice il passato comparirà allimprovviso, di Giulietta si troverà solo una sciarpa. Micha pensa di imbarcarsi su una nave.
L'ambientazione cambia completamente nel terzo atto, nel kafkiano Ufficio Centrale dei Sogni, dove ogni postulante ha diritto di restare un giorno e vivere il proprio sogno: il ragazzo sogna Buffalo Bill, il carcerato la libertà, il mendicante il soggiorno al mare. Misha incontra dei personaggi che hanno voluto vivere appieno il loro sogno e sono diventati pazzi. All'ora di chiusura il funzionario lo caccia ma in quell'istante Misha sente la voce di Giulietta e decide di intrappolarsi nel suo sogno, per sempre.