La città va all'opera
Il Festival Verdiano è un nuovo e prezioso appuntamento lirico, alla sua seconda edizione, che ha luogo in una città, Parma, che si raccoglie ancora appassionata e criticamente agguerrita intorno a un repertorio e ai suoi protagonisti: i cantanti.
I Lombardi alla prima crociata è un'opera giovanile di Giuseppe Verdi (Milano, Scala, 11 febbraio, 1843). Temistocle Solera ridusse a libretto i quindici canti in ottave dell'omonimo poema di Tommaso Grossi uscito nel 1826. L'improbabile polpettone di Grossi assurse a una qualche notorietà per merito di una citazione niente meno che nei Promessi sposi di Manzoni. Si tratta di un affrescone romantico che oggi scoraggerebbe i più tenaci e pedanti cultori di mostruosità ottocentesche. Ma la distanza nel gusto non deve trarre in inganno. Per i nostri progenitori quelle trame romantiche erano l'equivalente, più umano, dei polpettoni storici neomedievali del cinema dei giorni nostri, in cui la lettura della storia non prescinde mai da un'interpretazione e un'attualizzazione dei contenuti con riferimenti al contemporaneo.
L'opera prevede una consueta e attesa assegnazione e divisione delle arie a seconda delle parti, così come i divi del cinema specificano nei contratti il numero di scene e di primi piani. L'attesa del pubblico di Parma per il Do di petto del tenore trasformava (e trasforma) alcuni momenti della serata in un agone musicale in cui il cantante è chiamato ad esibirsi in un gesto atletico virile in cui può anche rovinosamente cadere. Gli eventi narrati dal libretto soleriano hanno un qualche significato solo per lo studioso, il melomane appassionato o l'integralista verdiano. Per lo spettatore che non voglia addentrarsi nella riduzione dei quindici canti in ottave del Grossi, l'emergere di una trama, di una drammaturgia, di un senso narrativo e performativo scaturisce dall'alchemico mescolarsi di testo, musica, qualità performative-canore degli interpreti, messa in scena, reazioni del pubblico. Da questo punto di vista Parma e il suo teatro maggiore hanno il raro privilegio di possedere un felice genius loci.
L'allestimento scenico di questi Lombardi è stato affidato a Lamberto Puggelli per la regia, a Paolo Bregni per le scene e a Santuzza Calì per i costumi. Una mise en scene che allude al contemporaneo con hassidim che pregano al muro del pianto di una Gerusalemme che il regista cita nel programma di sala attraverso recenti dichiarazioni di Peter Brook: " E' impossibile accingersi a mettere in scena un testo senza accorgersi che a Gerusalemme ci sono uomini che uccidono altri uomini, e donne e bambini. I Lombardi alla prima crociata è un testo che parla di uomini che uccidono uomini a Gerusalemme". Fortunatamente il riferimento al contemporaneo è stato solo una suggestione visiva. Appena più pesante e 'scapigliata', invece, la linea ideologica espressa dal nero costume del Priore di Milano, sponsor della crociata, che tuttavia non stona più di tanto considerato il noto laicismo di Verdi; oppure dalla proiezione 'pacifista' di Guernica sulle mura di Gerusalemme. Per il resto le belle scene si inserivano in una cifra stilistica che può andare da 'certo' Balò a 'certo' Pier'Alli. Un solido mestiere, un gusto non invadente.
Passando dalla parte dei cantanti assistiamo a un altro tipo di spettacolo. Infatti, la messa in scena non era niente più di una doverosamente elegante e funzionale cornice alla performance di cantanti e coro, ché il coro ha un ruolo centrale e bellissimo in questa come in altre celebri opere di Verdi, tra cui ricordiamo il Nabucco, seconda opera di questo Festival Verdiano che debutterà il 14 giugno prossimo.
I movimenti degli attori, le pose e la gestualità drammatiche sono 'tradizionalmente' formalizzate e assolutamente secondarie rispetto alla performance canora. La brava Alessandra Rezza (Giselda), una voce di una certa solidità unita a tratti di grazia quasi sublime (uditi nella preghiera alla Vergine della scena VI del Primo atto), non andava mai oltre una recitazione che un occhio moderno percepisce come ingenua e naïve. Ma il gesto raccolto, accademico, o retoricamente 'ottocentesco' hanno solo accresciuto il fascino di uno spettacolo verdiano in cui si ricerca, alla fine, proprio un'emozione ottocentesca. E questa, intensa e soprattutto musicale, non manca. Con la sua scansione di arie, i crescendo corali 'battaglieri' o patetici cantati dal coro quasi al proscenio (singolari le ostentazioni 'attoriche' di alcuni coristi) i Lombardi alla prima crociata sono un'opera di notevole e dinamica forza spettacolare-musicale.
Il coro O Signore, dal tetto natìo fu celebre più del Va' pensiero e data l'inflazione del suo bellissimo 'fratello' lo si sente oggi più volentieri. Inoltre è stato interpretato al meglio delle possibilità dal coro del Regio (che ha concesso il bis). Il pubblico sensibilmente partigiano ha decretato il 'trionfo' di alcuni beniamini locali, nel caso il basso Michele Pertusi (Pagano/Eremita). Gli altri interpreti si sono dimostrati tutti all'altezza della situazione e delle esigenze di un'udienza e di un'opera impegnativi: Enrico Giuseppe Iori (Pirro, basso), Vincenzo La Scola (Oronte, tenore), Rosario La Spina (Arvino, tenore), Tiziana Bellavista (Viclinda, soprano) hanno eseguito le loro parti con intensità e saldo mestiere, così come dello stesso tenore è stata la direzione dell'orchestra del Regio di Parma affidata a Renato Palumbo.

I Lombardi alla prima crociata è un'opera giovanile di Giuseppe Verdi (Milano, Scala, 11 febbraio, 1843). Temistocle Solera ridusse a libretto i quindici canti in ottave dell'omonimo poema di Tommaso Grossi uscito nel 1826. L'improbabile polpettone di Grossi assurse a una qualche notorietà per merito di una citazione niente meno che nei Promessi sposi di Manzoni. Si tratta di un affrescone romantico che oggi scoraggerebbe i più tenaci e pedanti cultori di mostruosità ottocentesche. Ma la distanza nel gusto non deve trarre in inganno. Per i nostri progenitori quelle trame romantiche erano l'equivalente, più umano, dei polpettoni storici neomedievali del cinema dei giorni nostri, in cui la lettura della storia non prescinde mai da un'interpretazione e un'attualizzazione dei contenuti con riferimenti al contemporaneo.
L'opera prevede una consueta e attesa assegnazione e divisione delle arie a seconda delle parti, così come i divi del cinema specificano nei contratti il numero di scene e di primi piani. L'attesa del pubblico di Parma per il Do di petto del tenore trasformava (e trasforma) alcuni momenti della serata in un agone musicale in cui il cantante è chiamato ad esibirsi in un gesto atletico virile in cui può anche rovinosamente cadere. Gli eventi narrati dal libretto soleriano hanno un qualche significato solo per lo studioso, il melomane appassionato o l'integralista verdiano. Per lo spettatore che non voglia addentrarsi nella riduzione dei quindici canti in ottave del Grossi, l'emergere di una trama, di una drammaturgia, di un senso narrativo e performativo scaturisce dall'alchemico mescolarsi di testo, musica, qualità performative-canore degli interpreti, messa in scena, reazioni del pubblico. Da questo punto di vista Parma e il suo teatro maggiore hanno il raro privilegio di possedere un felice genius loci.
L'allestimento scenico di questi Lombardi è stato affidato a Lamberto Puggelli per la regia, a Paolo Bregni per le scene e a Santuzza Calì per i costumi. Una mise en scene che allude al contemporaneo con hassidim che pregano al muro del pianto di una Gerusalemme che il regista cita nel programma di sala attraverso recenti dichiarazioni di Peter Brook: " E' impossibile accingersi a mettere in scena un testo senza accorgersi che a Gerusalemme ci sono uomini che uccidono altri uomini, e donne e bambini. I Lombardi alla prima crociata è un testo che parla di uomini che uccidono uomini a Gerusalemme". Fortunatamente il riferimento al contemporaneo è stato solo una suggestione visiva. Appena più pesante e 'scapigliata', invece, la linea ideologica espressa dal nero costume del Priore di Milano, sponsor della crociata, che tuttavia non stona più di tanto considerato il noto laicismo di Verdi; oppure dalla proiezione 'pacifista' di Guernica sulle mura di Gerusalemme. Per il resto le belle scene si inserivano in una cifra stilistica che può andare da 'certo' Balò a 'certo' Pier'Alli. Un solido mestiere, un gusto non invadente.
Passando dalla parte dei cantanti assistiamo a un altro tipo di spettacolo. Infatti, la messa in scena non era niente più di una doverosamente elegante e funzionale cornice alla performance di cantanti e coro, ché il coro ha un ruolo centrale e bellissimo in questa come in altre celebri opere di Verdi, tra cui ricordiamo il Nabucco, seconda opera di questo Festival Verdiano che debutterà il 14 giugno prossimo.
I movimenti degli attori, le pose e la gestualità drammatiche sono 'tradizionalmente' formalizzate e assolutamente secondarie rispetto alla performance canora. La brava Alessandra Rezza (Giselda), una voce di una certa solidità unita a tratti di grazia quasi sublime (uditi nella preghiera alla Vergine della scena VI del Primo atto), non andava mai oltre una recitazione che un occhio moderno percepisce come ingenua e naïve. Ma il gesto raccolto, accademico, o retoricamente 'ottocentesco' hanno solo accresciuto il fascino di uno spettacolo verdiano in cui si ricerca, alla fine, proprio un'emozione ottocentesca. E questa, intensa e soprattutto musicale, non manca. Con la sua scansione di arie, i crescendo corali 'battaglieri' o patetici cantati dal coro quasi al proscenio (singolari le ostentazioni 'attoriche' di alcuni coristi) i Lombardi alla prima crociata sono un'opera di notevole e dinamica forza spettacolare-musicale.
Il coro O Signore, dal tetto natìo fu celebre più del Va' pensiero e data l'inflazione del suo bellissimo 'fratello' lo si sente oggi più volentieri. Inoltre è stato interpretato al meglio delle possibilità dal coro del Regio (che ha concesso il bis). Il pubblico sensibilmente partigiano ha decretato il 'trionfo' di alcuni beniamini locali, nel caso il basso Michele Pertusi (Pagano/Eremita). Gli altri interpreti si sono dimostrati tutti all'altezza della situazione e delle esigenze di un'udienza e di un'opera impegnativi: Enrico Giuseppe Iori (Pirro, basso), Vincenzo La Scola (Oronte, tenore), Rosario La Spina (Arvino, tenore), Tiziana Bellavista (Viclinda, soprano) hanno eseguito le loro parti con intensità e saldo mestiere, così come dello stesso tenore è stata la direzione dell'orchestra del Regio di Parma affidata a Renato Palumbo.

Michele Pertusi
Cast & credits
| Titolo
I Lombardi alla prima crociata |
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| Sotto titolo
dramma lirico in quattro atti |
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| Data rappresentazione
20/05/2003 |
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| Città rappresentazione
Parma |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Regio |
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| Prima rappresentazione
Milano, Teatro alla Scala, 11 febbraio 1843 |
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| Evento
II Festival Verdiano di Parma |
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| Titolo testo d'origine
I Lombardi alla prima crociata |
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| Libretto
Temistocle Solera |
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| Autori testo d'origine
Tommaso Grossi |
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| Regia
Lamberto Puggelli |
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| Interpreti
Michele Pertusi (Pagano, poi Eremita) Alessandra Rezza (Giselda) Vincenzo La Scola (Oronte) Enrico Giuseppe Iori (Pirro) Giovanni Maini (Priore di Milano) Tiziana Bellavista (Viclinda) Marco Democratico (Acciano) Maddalena Calderoni (Sofia) |
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| Scenografia
Palo Bregni |
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| Costumi
Santuzza Calì |
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| Luci
Andrea Breolli |
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| Musiche
Giuseppe Verdi |
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| Orchestra
Teatro regio di Parma |
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| Direzione d'orchestra
Renato Palumbo |
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| Coro
Teator Regio di Marma |
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| Maestro del coro
Martino Faggiani |
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| Note
Assistenti alla Regia:Grazia Pulvirenti, Nathalie Lanzarini Movimenti mimici: Marco Merlini Assistenti ai costumi: Daniela Cernigliaro, Paola Casillo |
Trama
L'azione ha luogo tra il 1097 e il 1099
Atto primo
A Milano, nella chiesa di SantAmbrogio, i cittadini sono riuniti per festeggiare il rito del perdono concesso da Arvino al fratello Pagano, il quale, in preda alla gelosia, aveva in passato aggredito e ferito Arvino per aver questi sposato la bella Viclinda: proscritto, e costretto per lunghi anni in esilio, ritorna per essere di nuovo accolto nella famiglia. Al pentimento non credono in cuor loro né lo stesso Arvino, né Viclinda con la figlia Giselda. Il priore annuncia che Arvino sarà condottiero dei crociati lombardi in Terrasanta. Una volta solo con Pirro, scudiero di Arvino, Pagano rivela il suo rancore per Viclinda e il suo odio per il fratello, che decide di uccidere chiedendo la complicità di Pirro e di in gruppo di bravi. Nella galleria del palazzo di Folco, che immette nelle stanze di Arvino, Viclinda e Giselda sono turbate da sinistri presagi e temono per la vita di Arvino. Fanno un voto: se Dio le proteggerà, andranno pellegrine a Gerusalemme, a pregare sul Santo Sepolcro. Arvino, inquieto, dice a moglie e figlia di ritirarsi nei loro appartamenti, dove le attende il padre Folco. Giunge Pirro in avanscoperta, dicendo a Pagano che Arvino si è coricato e che può agire quindi liberamente. Pagano entra nelle stanze di Arvino, e ne esce poco dopo trascinando Viclinda terrorizzata, mentre Giselda fugge. Viclinda urla e arriva inaspettato Arvino: Pagano ha infatti ucciso il padre, non il fratello. Pagano capisce il tragico errore e invoca la maledizione di Dio su di lui. Arvino sta per ucciderlo quando si frappone Giselda, implorando di non aggiungere delitto a delitto: il rimorso sarà castigo sufficiente per Pagano.
Atto secondo. Nelle stanze di Acciano, tiranno di Antiochia. Acciano dice di aver visto rifulgere in lontananza le armi dellesercito cristiano, che ha invaso il paese seminando stragi ovunque, e invoca la vendetta di Allah. Il figlio Oronte chiede alla madre Sofia, convertita segretamente alla fede cristiana, notizie di Giselda, la pellegrina rapita nel campo crociato che Oronte ama, riamato. Sofia gli dice che ella piange e lo ama teneramente, ma lo avverte: Giselda non potrà essere sua sposa se prima non si convertirà alla fede cristiana, cosa che Oronte dice di esser pronto a fare. La scena si sposta nella caverna dove, da eremita, vive in volontario esilio Pagano: aspetta larrivo dellesercito cristiano, e il grido di Pietro dAmiens: "Dio lo vuole!"; quando sentirà queste parole sarà pronto a combattere per la fede cristiana con tutto il suo ardore. Anche Pirro si è rifugiato in Terrasanta e si è fatto per viltà musulmano; si presenta all'eremita, che non sa essere Pagano, invocando il suo aiuto per ottenere il perdono divino: egli, custode delle mura di Antiochia, le aprirà ai Lombardi vittoriosi. Arvino, non riconoscendo il fratello, si reca dalleremita: preghi affinché egli possa ritrovare la figlia Giselda, rapita dai musulmani; gli mostra gli eserciti di tutta Europa schierati al comando di Goffredo di Buglione, e l'eremita, infiammato di sacro ardore, promette che la città sarà riconquistata entro la notte. Nel recinto dell'harem di Antiochia le ancelle compiangono Giselda, che fra poco vedrà i suoi cari uccisi dai musulmani. Giselda, piangendo, invoca la madre: si sente colpevole di amare un infedele. Si odono urla: la città è messa a ferro e fuoco dai crociati. Sofia dice a Giselda che un traditore ha aperto le porte di Antiochia e che Acciano e il figlio Oronte sono caduti ai suoi piedi, trafitti dal condottiero dei Lombardi, Arvino; questi entra per abbracciare la figlia, che lo respinge inorridita. Giselda maledice il trionfo cristiano, ottenuto con tanto sangue, e Arvino la ripudia; sta per trafiggerla quando l'eremita gli frena la mano, dicendo che la ragazza è pazza damore.
Atto terzo . Nella valle di Giosafat passano in processione crociati e pellegrini; Giselda ricorda il suo amore perduto, ma improvvisamente gli compare dinanzi Oronte, in costume lombardo, che le confida di essere stato solo ferito e di essere fuggito dal suo esercito per ritrovarla: i due decidono di fuggire insieme . Arvino maledice la figlia, che Pagano ha visto fuggire con il suo amante; giura vendetta anche contro Pagano, che alcuni Lombardi dicono di aver visto nel campo crociato. Giselda conduce Oronte ferito in una grotta; sopraggiunge l'eremita, che esorta Oronte a convertirsi alla fede cristiana. Pronto al battesimo, Oronte muore chiamando accanto a sé Giselda; l'eremita lo benedice.
Atto quarto . Nella caverna delleremita: Pagano mostra ad Arvino la figlia assetata e colta da febbre, che gli implora il perdono. Giselda sogna, e le appare Oronte mentre annuncia ai cristiani che le acque del Siloe porranno fine alla tremenda siccità che li ha sorpresi. Nelle tende lombarde, presso il sepolcro di Rachele, i crociati assetati innalzano una preghiera al Signore, che li ha chiamati dalla terra natia con la promessa di liberare Gerusalemme dal dominio dei musulmani; fra le sabbie infuocate ricordano laria fresca, i ruscelli, i laghi della terra lombarda. Giselda, Arvino e leremita giungono ad annunciare, tra l'esaltazione di tutti, che sono state trovate le acque del Siloe: i Lombardi esultando alzano un grido di guerra. Nella tenda di Arvino viene trasportato l'eremita ferito, sorretto da Giselda e dal padre; giunto in punto di morte, rivela ad Arvino di essere Pagano e lo implora di non maledirlo per il parricidio e di perdonarlo. Arvino lo abbraccia, mentre dalla tenda si vedono sventolare su Gerusalemme le bandiere dei crociati.
Atto primo
A Milano, nella chiesa di SantAmbrogio, i cittadini sono riuniti per festeggiare il rito del perdono concesso da Arvino al fratello Pagano, il quale, in preda alla gelosia, aveva in passato aggredito e ferito Arvino per aver questi sposato la bella Viclinda: proscritto, e costretto per lunghi anni in esilio, ritorna per essere di nuovo accolto nella famiglia. Al pentimento non credono in cuor loro né lo stesso Arvino, né Viclinda con la figlia Giselda. Il priore annuncia che Arvino sarà condottiero dei crociati lombardi in Terrasanta. Una volta solo con Pirro, scudiero di Arvino, Pagano rivela il suo rancore per Viclinda e il suo odio per il fratello, che decide di uccidere chiedendo la complicità di Pirro e di in gruppo di bravi. Nella galleria del palazzo di Folco, che immette nelle stanze di Arvino, Viclinda e Giselda sono turbate da sinistri presagi e temono per la vita di Arvino. Fanno un voto: se Dio le proteggerà, andranno pellegrine a Gerusalemme, a pregare sul Santo Sepolcro. Arvino, inquieto, dice a moglie e figlia di ritirarsi nei loro appartamenti, dove le attende il padre Folco. Giunge Pirro in avanscoperta, dicendo a Pagano che Arvino si è coricato e che può agire quindi liberamente. Pagano entra nelle stanze di Arvino, e ne esce poco dopo trascinando Viclinda terrorizzata, mentre Giselda fugge. Viclinda urla e arriva inaspettato Arvino: Pagano ha infatti ucciso il padre, non il fratello. Pagano capisce il tragico errore e invoca la maledizione di Dio su di lui. Arvino sta per ucciderlo quando si frappone Giselda, implorando di non aggiungere delitto a delitto: il rimorso sarà castigo sufficiente per Pagano.
Atto secondo. Nelle stanze di Acciano, tiranno di Antiochia. Acciano dice di aver visto rifulgere in lontananza le armi dellesercito cristiano, che ha invaso il paese seminando stragi ovunque, e invoca la vendetta di Allah. Il figlio Oronte chiede alla madre Sofia, convertita segretamente alla fede cristiana, notizie di Giselda, la pellegrina rapita nel campo crociato che Oronte ama, riamato. Sofia gli dice che ella piange e lo ama teneramente, ma lo avverte: Giselda non potrà essere sua sposa se prima non si convertirà alla fede cristiana, cosa che Oronte dice di esser pronto a fare. La scena si sposta nella caverna dove, da eremita, vive in volontario esilio Pagano: aspetta larrivo dellesercito cristiano, e il grido di Pietro dAmiens: "Dio lo vuole!"; quando sentirà queste parole sarà pronto a combattere per la fede cristiana con tutto il suo ardore. Anche Pirro si è rifugiato in Terrasanta e si è fatto per viltà musulmano; si presenta all'eremita, che non sa essere Pagano, invocando il suo aiuto per ottenere il perdono divino: egli, custode delle mura di Antiochia, le aprirà ai Lombardi vittoriosi. Arvino, non riconoscendo il fratello, si reca dalleremita: preghi affinché egli possa ritrovare la figlia Giselda, rapita dai musulmani; gli mostra gli eserciti di tutta Europa schierati al comando di Goffredo di Buglione, e l'eremita, infiammato di sacro ardore, promette che la città sarà riconquistata entro la notte. Nel recinto dell'harem di Antiochia le ancelle compiangono Giselda, che fra poco vedrà i suoi cari uccisi dai musulmani. Giselda, piangendo, invoca la madre: si sente colpevole di amare un infedele. Si odono urla: la città è messa a ferro e fuoco dai crociati. Sofia dice a Giselda che un traditore ha aperto le porte di Antiochia e che Acciano e il figlio Oronte sono caduti ai suoi piedi, trafitti dal condottiero dei Lombardi, Arvino; questi entra per abbracciare la figlia, che lo respinge inorridita. Giselda maledice il trionfo cristiano, ottenuto con tanto sangue, e Arvino la ripudia; sta per trafiggerla quando l'eremita gli frena la mano, dicendo che la ragazza è pazza damore.
Atto terzo . Nella valle di Giosafat passano in processione crociati e pellegrini; Giselda ricorda il suo amore perduto, ma improvvisamente gli compare dinanzi Oronte, in costume lombardo, che le confida di essere stato solo ferito e di essere fuggito dal suo esercito per ritrovarla: i due decidono di fuggire insieme . Arvino maledice la figlia, che Pagano ha visto fuggire con il suo amante; giura vendetta anche contro Pagano, che alcuni Lombardi dicono di aver visto nel campo crociato. Giselda conduce Oronte ferito in una grotta; sopraggiunge l'eremita, che esorta Oronte a convertirsi alla fede cristiana. Pronto al battesimo, Oronte muore chiamando accanto a sé Giselda; l'eremita lo benedice.
Atto quarto . Nella caverna delleremita: Pagano mostra ad Arvino la figlia assetata e colta da febbre, che gli implora il perdono. Giselda sogna, e le appare Oronte mentre annuncia ai cristiani che le acque del Siloe porranno fine alla tremenda siccità che li ha sorpresi. Nelle tende lombarde, presso il sepolcro di Rachele, i crociati assetati innalzano una preghiera al Signore, che li ha chiamati dalla terra natia con la promessa di liberare Gerusalemme dal dominio dei musulmani; fra le sabbie infuocate ricordano laria fresca, i ruscelli, i laghi della terra lombarda. Giselda, Arvino e leremita giungono ad annunciare, tra l'esaltazione di tutti, che sono state trovate le acque del Siloe: i Lombardi esultando alzano un grido di guerra. Nella tenda di Arvino viene trasportato l'eremita ferito, sorretto da Giselda e dal padre; giunto in punto di morte, rivela ad Arvino di essere Pagano e lo implora di non maledirlo per il parricidio e di perdonarlo. Arvino lo abbraccia, mentre dalla tenda si vedono sventolare su Gerusalemme le bandiere dei crociati.