Il declino dell'Occidente

di Federico Vitella

Data di pubblicazione su web 14/11/2003

Les invasions barbares
Finalmente arriva anche da noi l'ultima fatica di Denys Arcand, poco noto al grande pubblico ma indubbiamente una delle figure più interessanti della scena contemporanea. Solido documentarista (si ricordi almeno la trilogia storica degli anni Sessanta sulla colonizzazione del continente americano: Champlain, Les Montréalistes, La route de l'Ouest) e narratore mai banale nel film di finzione (si pensi alle intriganti contaminazioni tra generi e impegno nella trilogia degli anni Settanta sulla modernizzazione del Quebec: La maudite galette, Réjeanne Padovani, Gina), il regista canadese continua la radiografia della società contemporanea avviata nell'86 con il suo film più celebre, Il declino dell'impero americano, pellicola culto di una generazione e forse il più grande successo nella storia del cinema canadese.

Di farne un seguito Arcand aveva pensato da tempo, ma i diversi trattamenti avviati naufragarono, di volta in volta, per ragioni contingenti. Les invasions barbares è rinato solo un paio di anni fa per salvare un soggetto difficile, incentrato sul confronto di un malato terminale con la morte, che il regista non riusciva a portare a termine felicemente: "non è un buon soggetto – ha confidato in un intervista - perché la malattia è una disgrazia, una sfortuna, e una sfortuna non è un soggetto drammatico". L'esuberanza graffiante e il cinismo vitale dei personaggi del film precedente, otto intellettuali alla prese con la crisi dei valori della nostra società, diventano allora il mezzo sicuro per sfuggire alle trappole del patetico e per imbastire una nuova riflessione disincantata sul quotidiano; tanto più che gli straordinari attori de Il declino dell'impero americano, da Rémy Girard a Dorothée Berryman, da Pierre Curzi a Dominique Michel, erano tutti disponibili ad imbarcarsi nella nuova avventura per rivestire, come se niente fosse, i panni smessi ben diciassette anni prima.


Remy Girard e Dorotheé Berryman
Remy Girard e Dorotheé Berryman
 
 
Il film racconta della malattia di Remy, professore di storia all'università e libertino impenitente, reo di aver trascurato gli affetti famigliari in nome di un edonismo vorace. Al suo capezzale, parenti, amici e perfino amanti di un passato più o meno lontano, si radunano per garantirgli una dipartita il più possibile decorosa. Sarà però solo il recupero del legame incrinato con il figlio maggiore, manager rampante emigrato in Inghilterra, a pacificarlo. Il rapporto tra le generazioni è al centro delle preoccupazioni del regista. Lontani all'inizio, rappresentanti di altrettante visioni del mondo, padre e figlio supereranno le reciproche riserve solo nell'estremo momento di verità della morte, solo nella condivisione della sofferenza al di là delle ipocrisie della morale corrente: si pensi all'utilizzo dell'eroina come calmante, all'eutanasia come scelta di vita. Si muore da soli, sembra dire Arcand, ma si vive tra gli altri: la famiglia e gli amici di sempre, evidentemente, ma anche gli scrittori e i pensatori amati. Numerose infatti le citazioni e i richiami espliciti a testi letterari di estremo valore simbolico, da Solženicyn a Cioran, a Primo Levi. Arcipelago Gulag è il libro che Rémy avrebbe voluto scrivere.

L'agonia di Remy è anche l'agonia di un'intera società che si guarda allo specchio e si interroga sulle proprie manchevolezze e pregiudizi. Il protagonista è convinto che stiamo entrando in un'epoca di barbarie, in una sorta di nuovo medioevo destinato ad inghiottire la nostra cultura: "conservate i manoscritti", arriva ad ammonire in fin di vita. Le immagini dell'11 settembre fanno capolino nelle pieghe della narrazione, ma il cancro che attanaglia l'opulenta società occidentale – ci suggerisce il film – non sono tanto i nuovi barbari, quanto le contraddizioni e le ingiustizie interne alla nostra cultura: la piaga della droga e la mancanza di comunicazione, per esempio, e soprattutto l'ombra lunga di un passato non proprio irreprensibile.


Remy Girard e Marie-Josée Croze
Remy Girard e Marie-Josée Croze
 
 
Ma Arcand fa lo Spengler con il sorriso sulla bocca, e il piglio del racconto resta incredibilmente leggero anche quando si misurano genocidi e terrorismi. I dialoghi, la vera forza della pellicola, sono irresistibili per arguzia e senso del ritmo, da commedia sofisticata americana verrebbe da dire, e disinnescano sul nascere ogni eccesso melodrammatico. Gli interpreti poi, tutti in gran forma, sostengono al meglio la sceneggiatura scoppiettante rendendo verosimili anche gli scambi più arditi, tanto che, per una volta, anche il festival di Cannes ha fatto giustizia, premiando questa primavera la bella Marie-Josée Croze come miglior attrice e tributando il giusto riconoscimento al trattamento originale.

Resta da segnalare una piccola curiosità: le belle immagini di Ines Orsini che scorrono quando Remy chiude gli occhi per l'ultima volta, estremo omaggio alla donna come inno alla vita, sono tratte da Cielo sulla palude del nostro Genina, biografia della beata Maria Goretti. Insomma, siamo dalle parti di Buñuel..


Cast & credits

Titolo 
Les invasions barbares
Origine 
Canada/Francia
Anno 
2003
Durata 
99'
Formato 
35 mm (1:2,35), colore
Colore 
Soggetto 
Denys Arcand
Regia 
Denys Arcand
Interpreti 
Remy Girard
Stéphane Rousseau
Marie-Josée Croze
Marina Hands
Dorothée Berryman
Johanne Marie Tremblay
Pierre Curzi
Yves Jacques
Mitsou Gélinas
Produttori 
Coproduzione: Rai Cinema in collaborazione con Sky
Produzione 
Pyramide, Productions/Cinémaginaire
Distribuzione 
Bim Distribuzione
Scenografia 
François Séguin
Costumi 
Denis Sperdouklis
Sceneggiatura 
Denys Arcand
Montaggio 
Isabelle Dedieu
Fotografia 
Guy Dufaux
Suono 
Patrick Rousseau, Marie-Claude Gagné, Michel Descombes, Gavin Fernandes
Musiche 
Pierre Aviat