Il mistero di Medea

di G. T.

Data di pubblicazione su web 11/03/2004

Iaia Forte e Ugo Chiti
Come ti sei preparata il personaggio di Medea?
''Mi sono preparata in una maniera strana. Prima di tutto leggendo molto i tragici greci in generale. Poi, andando a fare un viaggio in Grecia. Sono andata a vedere Corinto, Epidauro. Anche per suggestioni visive. In realtà, nello spettacolo, di Euripide c'è molto poco. E' una riscrittura di Emma Dante, della regista. Per cui ho solo il rammarico di non aver potuto approfondire il rapporto col testo e col personaggio nella sua interezza perché la visione che la Dante ha di Medea è una visione tradotta e immessa nel suo mondo che è quello palermitano, siciliano. In un secondo momento ho capito che il taglio sarebbe stato questo suo mondo a quello di Euripide e quindi raccontato un Sud del mondo e che questa Medea doveva avere una natura e dei caratteri che appartenessero di più a figure del meridione. Il suo lavoro è stato quello di togliere tutto il mito e portarlo ad una dimensione contemporanea''.

E tu avresti preferito che rimanesse più fedele a Euripide?
''Sono contenta di aver fatto un'esperienza così. Molto diversa dai miei lavori precedenti dato che ho fatto Shakespeare e Testori con Tiezzi, ho interpretato Molière ed ho lavorato con Servillo, De Berardinis, Cecchi. Sono tutti registi che danno molto spazio al lavoro con gli attori sul testo e al lavoro sul personaggio. Invece Emma Dante privilegia un lavoro sul corpo. E' un teatro, in realtà, che non ha neanche bisogno degli attori, che può essere fatto anche da non attori. Io sono una attrice molto curiosa e molto aperta a tutti i tipi di esperienza, penso che una attrice debba continuamente mettere a rischio le proprie conoscenze, le proprie esperienze per allargare il proprio panorama non solo attoriale. Quindi, qui non si è lavorato tanto sul personaggio e sul testo ma prevalentemente sul corpo ed, avendo iniziato io dalla danza, ho messo più in campo quello che il lavoro su Medea come personaggio. Ma per natura, mi piace molto studiare, raccogliere del materiale di lavoro prima di fare uno spettacolo. Perciò ho letto molto e quando ho capito il taglio che la Dante voleva dare allo spettacolo ho iniziato a leggere molti testi di antropologia: I riti di passaggio di Van Gennep e tutto De Martino perchè mi interessava. E' un grande antropologo napoletano che ha scritto un libro intitolato La terra del rimorso, sulle tarantolate: donne pugliesi che mettono in atto riti ormai scomparsi di spossessione''.

Quando?
''A maggio, giugno, a Galatina''.

Ancora oggi?
''Ancora oggi ma pochissimo. Prima, fino al 1960 - questo libro è del 1959 - tutti gli anni venivano messi in atto. Sono dei rituali coreutico-musicali, ultime tracce visibili di ciò che potevano essere i riti coreutico-musicali dell'antica Grecia cioè i riti bacchici. In realtà, si dice che queste donne sono morse dalle tarantole che sono dei ragni. Le tarantolate (sono per la maggior parte donne ma accade anche agli uomini) ballano dai tre ai dodici giorni consecutivi in uno stato di sperdimento del sé. Nella scena con Creonte c'è un ballo di questo tipo che Medea esegue intorno al re: abbiamo immaginato una Medea con una forma di possessione. Perduto il rapporto col mito, perduto il rapporto col sacro, in questa messa in scena ci voleva una maniera per tradurre la cangiantezza del personaggio di Medea che è inafferrabile. C'è un mistero in Medea, un enigma che nessuno potrà risolvere, perché nessuno razionalmente può decifrare l'assassinio dei propri figli. Deve rimanere enigmatico secondo me, sarebbe assurdo dare una spiegazione. Ma nell'interpretare una donna così io non volevo darle soltanto il furore, la crudeltà o la tribalità. Mi piaceva immaginarla una donna nella sua umanità: tradita e ferita. La bellezza di fare un grande personaggio è anche affrontarne l'enigma, il vuoto che apre. Anche il mistero di questa uccisione dei figli è una materia con cui mettersi in relazione che turba profondamente. Per me, Medea tocca dei temi molto problematici: il terrore dell'abbandono che è una cosa con cui, attraverso questo personaggio, ho fatto i conti o il rapporto con la maternità, il rapporto dell'affermazione del proprio femminile oltre il ruolo di madre, oltre la famiglia. Affermare la libertà di amare il proprio uomo più fortemente del proprio istinto materno, per esempio. Ho voluto mettere in campo ciò che per me rimaneva totalmente enigmatico: la stratificazione di aspetti del femminile. La magia di Medea, che nel testo è il rapporto con le erbe e dunque la magia vera e propria, nella traduzione contemporanea è la magia del femminile che usa tutte le sue strategie: dalla seduzione, che è quella che usa con Creonte, alla violenza fino alla furbizia. Infatti, per mandare doni alla moglie di Giasone, Medea usa il vittimismo femminile: piange, finge di piangere per convincerlo. Insomma: la cangiantezza del femminile e l'attorialità femminile. Perché c'è anche il metateatro: c'è l'attrice che può recitare tanti teatri, tante possibilità di essere per cui la maga è l'attrice al quadrato''.

Ed il tema dell'immigrata, perché Medea è soprattutto la straniera.
''Anche quello. Io, per cercare un aggancio personale, ho pensato all'essere stranieri non nei termini alla lettera. Il personaggio viene proprio da un'altra cultura. Inoltre, per Medea venire da una cultura barbara significa venire da una cultura dove l'uccidere (questo è molto chiaro nel film di Pasolini) appartiene ad un rituale sacro. Nella Grecia civile moderna era una cosa inaccettabile. Visto in questi termini è diversa l'uccisione dei propri figli perchè è anche un rito di purificazione, un rito di rigenerazione, di rinascita. Detesto il biografismo attoriale. Secondo me il fascino di fare gli attori è affidarsi a un mito, a qualcosa che non conosci. Però, nella costruzione concreta, a me, per pudore, per come è la mia natura, è capitato moltissime volte di sentirmi straniera in patria. Quella condizione dell'esistenza in cui ti senti estranea a ciò che ti circonda. Possono essere anche nuclei stretti, può anche essere la famiglia, persone con cui ti trovi costretto a una relazione ma con cui senti che non riesci a stabilirla realmente. Per cui ho pensato a quel tipo di "stranietudine" perché non ho mai avuto un'esperienza personale o perché mi interessa più l'essere straniero in termini ontologici piuttosto che concreti, cioè il sentirsi escluso da una comunità, sentirsi in una comunità che ha dei rituali completamente diversi dai tuoi. A me capita frequentemente. Quanto all'essere barbara, è stato molto difficile perché, secondo me, il problema di questa messa in scena è che la regista immagina questo popolo sterile, questi uomini-donne di Corinto. Loro recitano in dialetto e questo per me è un elemento di grossa difficoltà''.

Tu reciti in italiano.
''Io recito in italiano e in realtà la regista ha opposto alle circostanze date dal testo una sua visione. Nelle circostanze date Medea è la barbara e loro sono i greci, la civis, la legge, la giustizia''.

E qui è il contrario.
''Qui invece sono loro più barbari di me, per cui mi è difficile farmi portatrice di parole così alte e integrarle in una 'barbaricità' ''.

La tua parte è da Euripide?
''Molto tagliata. Però, da Euripide, sì. E poi, lei è una barbara ma è una regina barbara''.

Questo aspetto della regalità come viene espresso?
''Emma Dante ha voluto proprio escludere questo aspetto. Io la proteggo la regalità perché nella crudeltà e nella assurdità del gesto c'è comunque una libertà da regina''.
Un forte egocentrismo: il personaggio che si vuole imporre a tutti i costi, che vuole predominare su tutti gli altri.
''Ed anche il fatto che vuole determinare il destino altrui. E' stato un percorso difficile: sono testi e personaggi che non si attraversano in maniera indenne. Almeno per come sono io come attrice. Mi è difficile recitare rimanendo estranea, ho bisogno sempre della materia di ciò che attraverso: del testo, del personaggio, per interrogare la mia esistenza perché è in quello che trovo il senso del teatro. Se rimane soltanto il play, il gioco teatrale (che per un attore sono fondamentali) farei altro. Penso che un grande personaggio sia una grande occasione per la propria vita e non va persa. Nel bene e nel male''.

Medea non ha ancora i bambini: in questo adattamento li partorisce sulla scena. Devi muoverti, con questa pancia che indica la maternità, stando su tacchi molto alti. E' difficile per te anche soltanto stare sulla scena.
''Sì. Nel secondo atto io vestita da sposa attraverso la scena. E' come se anticipasse l'immagine di Creusa sposa che muore nella fiamme e come se dopo il parto ci fosse una nuova verginità di Medea, una rinascita. E' allucinatorio il secondo atto, come se in questo incubo Giasone vedesse Medea ritornata vergine, nella sua purezza. Una scena che ho inventato io, in qualche maniera, perché era un mio incubo notturno ricorrente: questa sposa che attraversa il palcoscenico facendo dei micromovimenti. Siccome provavo sempre con questi tacchi molto alti, anche otto ore al giorno, sentivo lo squilibrio che mi provocavano e lo squilibrio fisico diventava uno squilibrio psichico. E a causa della stanchezza, del caldo, della pancia, dei tacchi, vedevo la ribalta come un limite della mia coscienza. Sentivo il vuoto che questo rapporto fisico col personaggio mi poteva provocare. Qui il mio lavoro è stato molto fisico''.

Ed è anche pericoloso entrare troppo nel personaggio di Medea, perché, voglio dire, è un personaggio da prendere anche con un po' di distacco.
''Sì, infatti. Sì ''.

Tu sei napolatana, la regista ha rappresentato sulla scena rituali che appartengono alla cultura siciliana. Dunque tu non ti senti direttamente coinvolta.
''No. Anche perché io sono una strana napoletana. Appartengo ad una famiglia borghese. In realtà ho una radice molto forte ma non propriamente popolare. Anche a casa mia non si parlava dialetto per cui riconosco la preziosità di avere una lingua materna - anche perché trovo che l'italiano sia una lingua matrigna non materna, le lingue materne in Italia sono i dialetti - ho quella ma non l'ho frequentata così profondamente. Ho un materiale cui attingo, una memoria biologica ma che mi appartiene non proprio così da vicino''.

Ed il personaggio di Medea fra tutti i personaggi che hai interpretato fino ad ora in che modo ti ha arricchito?
''Questa esperienza - dove c'è stata la frustrazione di lavorare poco sul personaggio - la cosa che veramente mi ha dato è poter mettere molto in campo il corpo cioè ritornare a quello che era il mio inizio, la danza. Infatti, ho ancora molta voglia di fare una tragedia, perché non ci ho lavorato tanto quanto avrei voluto, ho ancora molto desiderio di affrontare la materia pura''.

Greca!
''Sì, greca. Un testo greco e approfondirlo''. 



Medea da Euripide, di Emma Dante, con Iaia Forte


 


 

Iaia Forte
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Iaia Forte