Così fa Abbado
Le donne son tutte civette, gli uomini son tutti creduloni, almeno gli innamorati. Basta saperlo e regolarsi di conseguenza. A prima lettura la trama è questa, misogina e un po' qualunquista e anche molto tradizionale, con le due coppie di innamorati (Fiordiligi e Gugliemo; Dorabella e Ferrando) che si amano, si indispettiscono e si riconciliano, con la serva intrigante (Despina), pronta a consigliare, tradire e ricomporre, il vecchio un po' philosophe (Don Alfonso) che conduce il gioco e, dopo aver scomposto la trama a suo piacimento, la ricompone nella formazione originaria. Facile l'insegnamento condiviso:«Fortunato l'uom che prende / Ogni cosa pel buon verso, / e tra i casi e le vicende / Da ragion guidar si fa. / Quel che suole altrui far piangere/ fia per lui cagion di riso, / E del mondo in mezzo ai turbini / Bella calma proverà».

Ma Così fan tutte è la terza opera del team dei capolavori di Mozart e da Ponte ed è, forse anche preteritenzionalmente, un capolavoro assoluto. La sua genesi non è filosofica, anzi banalmente contingente, ma l''esplicita complessità e potenza delle due opere precedenti (Le nozze di Figaro, del 1786, e Don Giovanni, del 1787) non devono farle ombra. Ormai da tempo critica e pubblico le riconoscono quella malinconica profondità che pare sorgere direttamente come ribaltamento del Don Giovanni e che restituisce, nell'apparente frivolezza di un puro gioco teatrale, il senso di una maturità esistenziale che ha compreso i limiti delle speranze e delle utopie.
Meglio allora (non dimentichiamo che tra le prime e l'ultima di questa trilogia italiana è passata la botta iniziale della rivoluzione francese) acconciarsi alla vita com'è, vivere l'illusione come tale, scovandone tra le pieghe gioie, speranze, occasioni di conoscenza, consumando nel piacere della pura teatralità quello che fuori è solo illusione. Meglio affidare alla giovinezza, e al suo privilegio di inesperienza che le assegna il diritto all'illusione, il compito di guidare lo spettatore sull'insidioso cammino della conoscenza.

E' proprio il senso della giovinezza a permeare questa collaudatissima e sempre splendida ripresa mozartiana, produzione del teatro Comunale di Ferrara e di Ferrara Musica, allestimento del teatro San Carlo di Napoli, replicata felicemente per alcune trionfali serate a Ferrara e Reggio Emilia. Amore e curiosità per i giovani, non giovanilismo, dio liberi, anzi il suo contrario, presa di coscienza di un'incolmabile differenza, curiosità saggia che pur sapendo non cessa di stupirsi. Questo saggio stupore è la sigla di un pieno accordo artistico tra la regia dello spettacolo (firmata da Mario Martone) e la regia musicale (oltre che concertata, vissuta sera per sera, con insostituibile presenza, da Claudio Abbado).
La regia (e vuole essere un assoluto complimento che nulla toglie alla personalità artistica di Mario Martone) discende direttamente dalle grandi interpetazioni mozartiane di Strehler (ricordare anche soltanto Le nozze scaligere) e dalle più recenti prove di Peter Brook (quel Don Giovanni di meravigliosa freschezza e levità che, proprio per il debutto della Mahler Chamber Orchestra, Abbado e Brook hanno tratto fuori qualche anno fa dal cilindro delle loro magie). Di quelle memorabili prove questa creazione del ben più giovane artista partenopeo ha il senso preciso del limite assegnato al regista dal gioco delle parti nell'allestimento operistico: quella titanica e insieme umile creatività che i due grandi hanno sempre messo al servizio del testo (musicale e drammaturgico insieme), sfuggendo agli eccessi del narcisismo individuale.

Le invenzioni sono tutte funzionali all'esaltazione della drammaturgia, sottolineano e indicano passaggi e momenti di pathos e di azione. L'essenza del dramma giocoso è esaltata in un avvicinamneto al pubblico che rispetta gli spazi del teatro all'italiana con l'inserimento di semplici praticabili laterali e l'uso sobrio e pertinente delle "entrate" dalla sala; gli sfondati ospitano squarci di marine e barconi, ma il fulcro della vicenda sono i due letti "fratelli" posti su un'ampia pedana leggermente aggettante sulle giovani teste degli orchestrali, anche'essi, da questo semplice artificio, avvicinati alla scena ma non oppressi. Vicine in un amalgama inscindibile risultano così tutte le componenti del gioco: la meravigliosa orchestra, splendente di giovinezza e dal suono sempre nitidissimo, la compagnia di canto.
La sera della nostra degustazione il cast comprendeva la bella e autorevole Stella Doufexis come Dorabella, l'elegante e duttile Saimir Pirgu come Ferrando, l'incantevole fisicamente, scenicamente e vocalmente Markus Werba, il perfetto raisonneur di Andrea Concetti, la duttile e contrastata Fiordiligi di Rachel Harnisch, la cui pienezza di prestazione era a tratti un po' offuscata da una non impercettibile ansietà esecutiva, e la gradevole ma troppo vezzosa e conformista Despina di Cinzia Forte; ma qui dobbiamo confessare una personale antipatia per il ruolo, la cui ovvietà ascoltiamo troppo raramente arricchita di implicazioni "scure" che le darebbero il giusto spessore di alter ego del disincantato don Alfonso.
Sintesi di tutte queste componenti la presenza del direttore musicale, la cui sobria gestualità, vista dal marginale palchetto in cui la sorte amica ci ha piazzato, diventava partecipazione sollecita e attenta ad ogni emissione di suono, ad ogni gesto e movimento degli interpreti. Posto al centro del vortice il grande maestro, dotato nei gesti e negli occhi di invisibili fila, teneva uno per uno i suoi "pupi" legati al magnetismo della propria guida, non meno direttore dell'orchestra che delle voci, al tempo stesso demiurgo dell'incanto e primo fruitore, ancora stupito, di quel godimento, partecipe per primo di una straordinaria gioia intellettuale e culturale, che non è analgesico o anestetico ma punta sublime di una convenzione.

Ma Così fan tutte è la terza opera del team dei capolavori di Mozart e da Ponte ed è, forse anche preteritenzionalmente, un capolavoro assoluto. La sua genesi non è filosofica, anzi banalmente contingente, ma l''esplicita complessità e potenza delle due opere precedenti (Le nozze di Figaro, del 1786, e Don Giovanni, del 1787) non devono farle ombra. Ormai da tempo critica e pubblico le riconoscono quella malinconica profondità che pare sorgere direttamente come ribaltamento del Don Giovanni e che restituisce, nell'apparente frivolezza di un puro gioco teatrale, il senso di una maturità esistenziale che ha compreso i limiti delle speranze e delle utopie.
Meglio allora (non dimentichiamo che tra le prime e l'ultima di questa trilogia italiana è passata la botta iniziale della rivoluzione francese) acconciarsi alla vita com'è, vivere l'illusione come tale, scovandone tra le pieghe gioie, speranze, occasioni di conoscenza, consumando nel piacere della pura teatralità quello che fuori è solo illusione. Meglio affidare alla giovinezza, e al suo privilegio di inesperienza che le assegna il diritto all'illusione, il compito di guidare lo spettatore sull'insidioso cammino della conoscenza.

E' proprio il senso della giovinezza a permeare questa collaudatissima e sempre splendida ripresa mozartiana, produzione del teatro Comunale di Ferrara e di Ferrara Musica, allestimento del teatro San Carlo di Napoli, replicata felicemente per alcune trionfali serate a Ferrara e Reggio Emilia. Amore e curiosità per i giovani, non giovanilismo, dio liberi, anzi il suo contrario, presa di coscienza di un'incolmabile differenza, curiosità saggia che pur sapendo non cessa di stupirsi. Questo saggio stupore è la sigla di un pieno accordo artistico tra la regia dello spettacolo (firmata da Mario Martone) e la regia musicale (oltre che concertata, vissuta sera per sera, con insostituibile presenza, da Claudio Abbado).
La regia (e vuole essere un assoluto complimento che nulla toglie alla personalità artistica di Mario Martone) discende direttamente dalle grandi interpetazioni mozartiane di Strehler (ricordare anche soltanto Le nozze scaligere) e dalle più recenti prove di Peter Brook (quel Don Giovanni di meravigliosa freschezza e levità che, proprio per il debutto della Mahler Chamber Orchestra, Abbado e Brook hanno tratto fuori qualche anno fa dal cilindro delle loro magie). Di quelle memorabili prove questa creazione del ben più giovane artista partenopeo ha il senso preciso del limite assegnato al regista dal gioco delle parti nell'allestimento operistico: quella titanica e insieme umile creatività che i due grandi hanno sempre messo al servizio del testo (musicale e drammaturgico insieme), sfuggendo agli eccessi del narcisismo individuale.

Le invenzioni sono tutte funzionali all'esaltazione della drammaturgia, sottolineano e indicano passaggi e momenti di pathos e di azione. L'essenza del dramma giocoso è esaltata in un avvicinamneto al pubblico che rispetta gli spazi del teatro all'italiana con l'inserimento di semplici praticabili laterali e l'uso sobrio e pertinente delle "entrate" dalla sala; gli sfondati ospitano squarci di marine e barconi, ma il fulcro della vicenda sono i due letti "fratelli" posti su un'ampia pedana leggermente aggettante sulle giovani teste degli orchestrali, anche'essi, da questo semplice artificio, avvicinati alla scena ma non oppressi. Vicine in un amalgama inscindibile risultano così tutte le componenti del gioco: la meravigliosa orchestra, splendente di giovinezza e dal suono sempre nitidissimo, la compagnia di canto.
La sera della nostra degustazione il cast comprendeva la bella e autorevole Stella Doufexis come Dorabella, l'elegante e duttile Saimir Pirgu come Ferrando, l'incantevole fisicamente, scenicamente e vocalmente Markus Werba, il perfetto raisonneur di Andrea Concetti, la duttile e contrastata Fiordiligi di Rachel Harnisch, la cui pienezza di prestazione era a tratti un po' offuscata da una non impercettibile ansietà esecutiva, e la gradevole ma troppo vezzosa e conformista Despina di Cinzia Forte; ma qui dobbiamo confessare una personale antipatia per il ruolo, la cui ovvietà ascoltiamo troppo raramente arricchita di implicazioni "scure" che le darebbero il giusto spessore di alter ego del disincantato don Alfonso.
Sintesi di tutte queste componenti la presenza del direttore musicale, la cui sobria gestualità, vista dal marginale palchetto in cui la sorte amica ci ha piazzato, diventava partecipazione sollecita e attenta ad ogni emissione di suono, ad ogni gesto e movimento degli interpreti. Posto al centro del vortice il grande maestro, dotato nei gesti e negli occhi di invisibili fila, teneva uno per uno i suoi "pupi" legati al magnetismo della propria guida, non meno direttore dell'orchestra che delle voci, al tempo stesso demiurgo dell'incanto e primo fruitore, ancora stupito, di quel godimento, partecipe per primo di una straordinaria gioia intellettuale e culturale, che non è analgesico o anestetico ma punta sublime di una convenzione.
Cast & credits
| Titolo
Così fan tutte |
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| Sotto titolo
dramma giocoso in due atti |
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| Data rappresentazione
04/03/2004 |
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| Città rappresentazione
Reggio Emilia |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Valli |
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| Prima rappresentazione
Vienna, Burgtheater, 26 gennaio 1790 |
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| Libretto
Lorenzo Da Ponte |
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| Regia
Mario Martone |
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| Interpreti
Rachel Harnisch (Fiordiligi) Eteri Gvazava (Fiordiligi) Anna Caterina Antonacci (Dorabella) Stella Doufexis (Dorabella) Daniela Mazzuccato (Despina) Cinzia Forte (Despina) Charles Workman (Ferrando) Saimir Pirgu (Ferrando) Nicola Ulivieri (Guglielmo) Markus Werba (Guglielmo) Ruggero Raimondi (Don Alfonso) Andrea Concetti (Don Alfonso) |
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| Scenografia
Sergio Tramonti |
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| Costumi
Vera Marzot |
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| Luci
Pasquale Mari |
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| Musiche
Wolfgang Amadeus Mozart |
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| Orchestra
Mahler Chamber Orchestra |
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| Direzione d'orchestra
Claudio Abbado |
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| Coro
Coro Atesthis |
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| Maestro del coro
Filippo Maria Bressan |
Trama
ATTO PRIMO - La scena si finge a Napoli
Primo quadro – Due giovani ufficiali, Ferrando e Guglielmo, promessi sposi a due sorelle, Dorabella e Fiordiligi, vantano, in presenza del filosofo Don Alfonso, le doti delle fidanzate, e in particolar modo la loro fedeltà; Alfonso, invece, si mostra scettico sulla costanza delle donne in genere, e dichiara anzi di essere disposto a scommettere una somma di denaro che anche le due fanciulle portate ad esempio sono come tutte le altre donne, cioè deboli e incapaci di resistere alle tentazioni. Accettata la scommessa dai due giovani, egli pone come condizione che Ferrando e Guglielmo seguano con attenzione il suo piano e ascoltino puntualmente i suggerimenti che via via egli proporrà; soltanto così potrà far constatare loro che lasserita fedeltà delle donne altro non è che una irraggiungibile chimera.
Secondo quadro – Nel giardino della loro casa in riva al mare, Fiordiligi e Dorabella contemplano ammirate il ritratto dei due ufficiali e si ripromettono di affrettare i preparativi perché le nozze avvengano nel più breve tempo possibile. Ma ecco che, preceduti da Don Alfonso, entrano, con atteggiamento malinconico, Ferrando e Guglielmo; il motivo della loro tristezza è presto spiegato: sono stati richiamati al campo da un ordine regio, e perciò, prima di partire, desiderano salutare le promesse spose. Gli addii sono strazianti, e le fanciulle si mostrano realmente dispiaciute; questo sembra per i due giovani già una prova sufficiente per cantare vittoria, ma Alfonso replica loro di attendere con pazienza. In quellattimo un battello si avvicina alla riva e subito i due ufficiali vi salgono; allorché questi si allontanano, le fanciulle scoppiano in singhiozzi e poi si ritirano in casa, mentre Alfonso, che ha architettato questa falsa partenza per mettere alla prova la costanza delle due donne, rimasto solo, si burla del loro contegno.
Terzo quadro – Tornate a casa, in preda a profonda disperazione, le sorelle si imbattono in Despina, la ragazza che è al loro servizio; appresi i motivi di tanto dolore, questa consiglia le padrone di non affliggersi troppo, ma di prendere con filosofia la lontananza dei fidanzati, i quali, come del resto tutti gli uomini, non mancheranno di concedersi anchessi qualche distrazione. Le parole di Despina scandalizzano le sorelle, ma non certamente Don Alfonso che, per sviluppare il suo progetto, ha bisogno di un valido alleato; e con la promessa di un regalo si assicura la collaborazione della ragazza. Poco dopo fanno il loro ingresso due albanesi, i quali altri non sono che Guglielmo e Ferrando travestiti; questi si dicono innamorati di Fiordiligi e Dorabella, le quali invece, alle galanti espressioni dei due, oppongono parole di ira e di indignazione. Guglielmo e Ferrando, una volta allontanatesi le ragazze, appaiono ancor più soddisfatti e manifestano il loro giubilo a Don Alfonso, il quale però, non ancora contento di questa prima prova, dichiara di voler insistere nella burla: chiama a sè Despina e si accorda con essa perché induca le padrone ad accettare la corte dei due ricchi stranieri.
Quarto quadro – Sole in giardino, Fiordiligi e Dorabella continuano a lamentarsi della loro sorte, quando sopraggiungono, invano trattenuti da Alfonso, i due albanesi che, fingendo di essersi avvelenati perché respinti, stramazzano a terra; le ragazze rimangono dapprima perplesse, poi, mosse a pietà, si avvicinano ai forestieri dopo aver pregato Despina di correre alla ricerca di un medico. Travestita da medico, riappare Despina stessa che, con una pietra miracolosa, riesce a scuotere i due finti avvelenati, i quali, gettandosi ai piedi di Fiordiligi e Dorabella, rinnovano le loro ardenti dichiarazioni damore, che però le sorelle respingono con fermezza.
ATTO SECONDO
Primo quadro – Assecondando il piano di Don Alfonso, Despina non tralascia occasione per indurre le padrone ad accettare la corte dei due albanesi; ed ora, dopo lennesimo sermone, sia Fiordiligi che Dorabella sembrano meno sicure dei loro sentimenti e cercano di convincersi a vicenda che non ci sarebbe nulla di male se mostrassero maggior benevolenza nei confronti dei tenaci corteggiatori. Alla fine si decidono, ed ognuna si prepara a scegliere il proprio cavaliere; Fiordiligi sembra preferire Ferrando, mentre Dorabella mostra maggior predilezione per Guglielmo.
Secondo quadro – Intanto i due giovani, sempre travestiti, giungono accompagnati da Don Alfonso e si presentano alle fanciulle; allinizio si nota un certo imbarazzo, che però subito si dissipa allorché, separate le due coppie, la più focosa Dorabella offre a Guglielmo, in cambio di un medaglione, il ritratto del proprio fidanzato, mentre Fiordiligi appare meno sensibile alle insistenti premure di Ferrando. Quando i due amici si ritrovano, si scambiano le loro impressioni: Guglielmo è felice, pur rammaricandosi di dover togliere a Ferrando qualunque illusione sulla costanza della sua fidanzata.
Terzo quadro – Fiordiligi, pur non smentendo di avvertire una certa attrazione verso il cavaliere albanese, afferma di volersi conservare fedele al suo fidanzato. Decide anzi di raggiungerlo immediatamente al campo; mentre sta per indossare un mantello da ufficiale che le consentirà di passare inosservata, viene sorpresa da Ferrando, al quale saranno sufficienti poche parole per riuscire a battere le ormai deboli resistenze della fanciulla. È ora Guglielmo a lamentarsi della sua fidanzata; ma Alfonso è lì, pronto a trarre la morale dagli ultimi eventi che egli stesso ha provocato per dare ragione alla sua tesi, secondo la quale è inutile disperarsi e minacciare vendetta, in quanto tutte le donne sono simili fra di loro, e lunica cosa è di accettarle come sono.
Quarto quadro – Cadute le ultime resistenze, Fiordiligi e Dorabella si sono dichiarate addirittura disposte a sposare i ricchi spasimanti, e ora le due coppie sono pronte per la festa nuziale; interviene anche, per stendere il contratto, un notaio, che altri non è che Despina mascherata, quando si ode un vicino rullo di tamburo. Alfonso, mostrando unesagerata agitazione, entra per annunciare limminente ritorno dal campo dei due ufficiali; le ragazze, spaventatissime, nascondono allora nella stanza attigua i due albanesi, un attimo prima che giungano, in divisa militare, Guglielmo e Ferrando. Questi, continuando nella burla, fingono sorpresa nel trovare le promesse spose silenziose e turbate anziché felici per il loro ritorno; quando poi scoprono il contratto, mostrano la massima indignazione per il tradimento e si avviano nella stanza accanto, con le spade sguainate, per impartire una solenne lezione ai rivali. Poco dopo ne riescono, rivestiti in albanesi, e rinfacciano alle ragazze la loro leggerezza e infedeltà; queste rimangono confuse, ma alla fine lintervento di Don Alfonso ha il potere di ristabilire fra i quattro giovani, più innamorati che mai, la pace e la desiderata serenità.
Primo quadro – Due giovani ufficiali, Ferrando e Guglielmo, promessi sposi a due sorelle, Dorabella e Fiordiligi, vantano, in presenza del filosofo Don Alfonso, le doti delle fidanzate, e in particolar modo la loro fedeltà; Alfonso, invece, si mostra scettico sulla costanza delle donne in genere, e dichiara anzi di essere disposto a scommettere una somma di denaro che anche le due fanciulle portate ad esempio sono come tutte le altre donne, cioè deboli e incapaci di resistere alle tentazioni. Accettata la scommessa dai due giovani, egli pone come condizione che Ferrando e Guglielmo seguano con attenzione il suo piano e ascoltino puntualmente i suggerimenti che via via egli proporrà; soltanto così potrà far constatare loro che lasserita fedeltà delle donne altro non è che una irraggiungibile chimera.
Secondo quadro – Nel giardino della loro casa in riva al mare, Fiordiligi e Dorabella contemplano ammirate il ritratto dei due ufficiali e si ripromettono di affrettare i preparativi perché le nozze avvengano nel più breve tempo possibile. Ma ecco che, preceduti da Don Alfonso, entrano, con atteggiamento malinconico, Ferrando e Guglielmo; il motivo della loro tristezza è presto spiegato: sono stati richiamati al campo da un ordine regio, e perciò, prima di partire, desiderano salutare le promesse spose. Gli addii sono strazianti, e le fanciulle si mostrano realmente dispiaciute; questo sembra per i due giovani già una prova sufficiente per cantare vittoria, ma Alfonso replica loro di attendere con pazienza. In quellattimo un battello si avvicina alla riva e subito i due ufficiali vi salgono; allorché questi si allontanano, le fanciulle scoppiano in singhiozzi e poi si ritirano in casa, mentre Alfonso, che ha architettato questa falsa partenza per mettere alla prova la costanza delle due donne, rimasto solo, si burla del loro contegno.
Terzo quadro – Tornate a casa, in preda a profonda disperazione, le sorelle si imbattono in Despina, la ragazza che è al loro servizio; appresi i motivi di tanto dolore, questa consiglia le padrone di non affliggersi troppo, ma di prendere con filosofia la lontananza dei fidanzati, i quali, come del resto tutti gli uomini, non mancheranno di concedersi anchessi qualche distrazione. Le parole di Despina scandalizzano le sorelle, ma non certamente Don Alfonso che, per sviluppare il suo progetto, ha bisogno di un valido alleato; e con la promessa di un regalo si assicura la collaborazione della ragazza. Poco dopo fanno il loro ingresso due albanesi, i quali altri non sono che Guglielmo e Ferrando travestiti; questi si dicono innamorati di Fiordiligi e Dorabella, le quali invece, alle galanti espressioni dei due, oppongono parole di ira e di indignazione. Guglielmo e Ferrando, una volta allontanatesi le ragazze, appaiono ancor più soddisfatti e manifestano il loro giubilo a Don Alfonso, il quale però, non ancora contento di questa prima prova, dichiara di voler insistere nella burla: chiama a sè Despina e si accorda con essa perché induca le padrone ad accettare la corte dei due ricchi stranieri.
Quarto quadro – Sole in giardino, Fiordiligi e Dorabella continuano a lamentarsi della loro sorte, quando sopraggiungono, invano trattenuti da Alfonso, i due albanesi che, fingendo di essersi avvelenati perché respinti, stramazzano a terra; le ragazze rimangono dapprima perplesse, poi, mosse a pietà, si avvicinano ai forestieri dopo aver pregato Despina di correre alla ricerca di un medico. Travestita da medico, riappare Despina stessa che, con una pietra miracolosa, riesce a scuotere i due finti avvelenati, i quali, gettandosi ai piedi di Fiordiligi e Dorabella, rinnovano le loro ardenti dichiarazioni damore, che però le sorelle respingono con fermezza.
ATTO SECONDO
Primo quadro – Assecondando il piano di Don Alfonso, Despina non tralascia occasione per indurre le padrone ad accettare la corte dei due albanesi; ed ora, dopo lennesimo sermone, sia Fiordiligi che Dorabella sembrano meno sicure dei loro sentimenti e cercano di convincersi a vicenda che non ci sarebbe nulla di male se mostrassero maggior benevolenza nei confronti dei tenaci corteggiatori. Alla fine si decidono, ed ognuna si prepara a scegliere il proprio cavaliere; Fiordiligi sembra preferire Ferrando, mentre Dorabella mostra maggior predilezione per Guglielmo.
Secondo quadro – Intanto i due giovani, sempre travestiti, giungono accompagnati da Don Alfonso e si presentano alle fanciulle; allinizio si nota un certo imbarazzo, che però subito si dissipa allorché, separate le due coppie, la più focosa Dorabella offre a Guglielmo, in cambio di un medaglione, il ritratto del proprio fidanzato, mentre Fiordiligi appare meno sensibile alle insistenti premure di Ferrando. Quando i due amici si ritrovano, si scambiano le loro impressioni: Guglielmo è felice, pur rammaricandosi di dover togliere a Ferrando qualunque illusione sulla costanza della sua fidanzata.
Terzo quadro – Fiordiligi, pur non smentendo di avvertire una certa attrazione verso il cavaliere albanese, afferma di volersi conservare fedele al suo fidanzato. Decide anzi di raggiungerlo immediatamente al campo; mentre sta per indossare un mantello da ufficiale che le consentirà di passare inosservata, viene sorpresa da Ferrando, al quale saranno sufficienti poche parole per riuscire a battere le ormai deboli resistenze della fanciulla. È ora Guglielmo a lamentarsi della sua fidanzata; ma Alfonso è lì, pronto a trarre la morale dagli ultimi eventi che egli stesso ha provocato per dare ragione alla sua tesi, secondo la quale è inutile disperarsi e minacciare vendetta, in quanto tutte le donne sono simili fra di loro, e lunica cosa è di accettarle come sono.
Quarto quadro – Cadute le ultime resistenze, Fiordiligi e Dorabella si sono dichiarate addirittura disposte a sposare i ricchi spasimanti, e ora le due coppie sono pronte per la festa nuziale; interviene anche, per stendere il contratto, un notaio, che altri non è che Despina mascherata, quando si ode un vicino rullo di tamburo. Alfonso, mostrando unesagerata agitazione, entra per annunciare limminente ritorno dal campo dei due ufficiali; le ragazze, spaventatissime, nascondono allora nella stanza attigua i due albanesi, un attimo prima che giungano, in divisa militare, Guglielmo e Ferrando. Questi, continuando nella burla, fingono sorpresa nel trovare le promesse spose silenziose e turbate anziché felici per il loro ritorno; quando poi scoprono il contratto, mostrano la massima indignazione per il tradimento e si avviano nella stanza accanto, con le spade sguainate, per impartire una solenne lezione ai rivali. Poco dopo ne riescono, rivestiti in albanesi, e rinfacciano alle ragazze la loro leggerezza e infedeltà; queste rimangono confuse, ma alla fine lintervento di Don Alfonso ha il potere di ristabilire fra i quattro giovani, più innamorati che mai, la pace e la desiderata serenità.