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Un corpo inerte, avvolto in una bandiera rossa

di Carmelo Alberti
  Bestia da stile
Data di pubblicazione su web 01/01/2005  
Nel corso di un decennio, dal 1965 fino al 1974, Pier Paolo Pasolini torna a rimaneggiare Bestia da stile, il lavoro teatrale in cui confluiscono i temi politico-letterari che contrassegnano l'avventura intellettuale dello scrittore friulano. Dire che è un testo autobiografico è riduttivo, rispetto all'esperimento di un testo totale che tende a modulare la forma-dramma secondo coordinate multiple, tra mito e contemporaneità, tra visione poetica e storia delle società, tra soggettività e populismo. Nel consegnarlo alla scena, lo stesso Pasolini è consapevole del fatto che i suoi versi vanno detti proprio come sono, senza alterazioni enfatiche e artifici drammatici; deve prevalere il significato della parola che, pronunciata, si fa messaggio per chi ascolta: dunque, non occorre rappresentare, ma soltanto dire.


bestia da stile

A partire dalla sfiducia pasoliniana verso il teatro del suo tempo, il regista Antonio Latella immagina un evento senza rappresentazione, commisurato alla cruda vacuità della voce del suo uccisore, ripresa e diffusa da un'intervista radiofonica. In una sala illuminata a giorno, a sipario chiuso, sopra una pedana con tredici sedie, come ad un'ultima cena laica, tredici dicitori in marsina nero/rossa fronteggiano gli spettatori; uno di essi è Jan Palach, la presenza in cui Pasolini s'identifica sul filo del comune impegno poetico. In uno dei suoi percorsi possibili il dramma segue le vicende del giovane, il dissidente cecoslovacco che il 21 agosto 1968 si diede fuoco per protesta contro l'invasione sovietica di Praga; evoca dall'ombra le figure del padre e della madre, la loro vita in Boemia, gli ideali, le persecuzioni naziste, le tante morti; esalta lo spirito poetico e rivoluzionario di Jan, osserva gli slanci dei resistenti al fascismo, trucidati e avvolti com'è accaduto al fratello di Pier Paolo in una bandiera rossa.


bestia da stile

Ma la complessità del contenuto testuale di Bestia da stile non può esaurirsi in uno schema descrittivo, perché la materia si fonde totalmente con la struttura formale: descrive e contesta, afferma e nega, ad un tempo. Colpisce, sempre, la lucidità delle analisi politiche pasoliniane che, a trent'anni dalla sua morte, appaiono profetiche e amaramente attuali; valga come esempio il preannuncio dell'avvento di un fascismo senza violenza, oppure il tramonto di un'epoca piccolo-borghese che sprofonda nella stupidità morale. Usando la definizione del suo autore, può dirsi un "poema del ritorno", un ragionamento anti-ideologico sul Novecento, dal nazi-fascismo al comunismo, e, insieme, un ritratto delle più intime ossessioni dell'autore. La versione di Latella da una parte prosciuga il testo dalle lungaggini, dall'altro aggiunge canti popolari e ballate, traduce vari passi nelle lingue meridionali (napoletano-siciliano), trasforma il dramma in un oratorio, in cui si fondono sfida sessuale e impegno civile; si avverte poi la tendenza a dilatare l'impianto testuale mediante la moltiplicazione dei finali. Lo spettacolo risulta emozionante ma, com'è nelle abitudini creative del regista, ancora in fieri, in fase di studio: occorre rivederlo nel corso della sua tournèe, per riconsiderarne gli esiti.

Bravi, complessivamente, gli interpreti, applauditi a lungo dal pubblico. Marco Foschi è magnifico nel restituire la figura di Jan, poeta onanista e nazionale, che prima sputa contro un mondo di porci che non meritano salvezza e poi s'immola come un cristo-spaventapasseri sull'altare della storia, mentre sulla scena, finalmente aperta, brucia la sagoma di un manichino-uomo. Uno ad uno gli attori del coro assumono i tratti vocali di vari personaggi, con esito alterno in particolare si citano Stefania Trosie (sorella), Cinzia Spanò (madre), Rosario Tedesco (padre) simili a fantasmi di una tragedia fuori dal tempo.


 


Bestia da stile
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