Peter Hammill: l'indipendenza della musica

di Michele Manzotti

Data di pubblicazione su web 02/02/2004

Peter Hammill
"Viene da Firenze? C'è ancora lo Space Electronic? Fu uno dei concerti più belli che feci con i Van Der Graaf Generator. Tra poco ci vedremo proprio lì da voi".
Questa frase di Peter Hammill, che ricordava un locale poi rimasto nella storia della musica rock della città, ci lasciò di stucco. Eravamo al Mean Fiddler di Londra e il cantante, seduto a un tavolo insieme all'amico sassofonista Dave Jackson, aveva appena cantato tre brani durante il concerto della Premiata Forneria Marconi, tra cui Impressioni di settembre nella nostra lingua. Un fatto che aveva stupito gli inglesi presenti e regalato un momento d'orgoglio agli italiani giunti fin là.

Per questo l'appuntamento fiorentino che si è svolto all'Universale era da non perdere. Prima del concerto si annunciava una conferenza stampa, presenti anche gli esponenti del Centro studi Van Der Graaf: Hammill era disponibile anche se, avendolo conosciuto in precedenza, avevamo pochi dubbi in proposito. Secondo noi trova ancora curioso come mai in Italia ci sia sempre tanta attenzione nei suoi confronti e per questo (come forma di cortesia e rispetto) tenta il più possibile di esprimersi in italiano.

Peter Hammill

La prima curiosità è quella relativa al suo modo di lavorare e ai risultati che continuano a conquistare pubblico. Ecco cosa ci ha detto.
"E' un po' strano per me spiegare cosa faccio, perché io mi sento completamente 'dentro' la mia arte. Non posso vedere da fuori come sono, com'è la mia musica e il risultato artistico, ma spero di aver fatto, o comunque di aver provato a fare, un buon lavoro. Ribadisco la parola lavoro, non prove o tentativi di fare una cosa piuttosto che un'altra; insomma, un qualcosa di veramente importante nell'approccio. E' vero che sono un musicista pop e che non un filosofo o un grande scrittore, ma per me fare musica, scrivere canzoni, è veramente una cosa seria, impegnativa. Per questo mi piace molto che almeno una parte di pubblico trovi cose serie o significative dentro le mie canzoni e nei miei dischi. So che adesso qui da voi c'è anche un Centro studi: non so come venga accolto, ma a me ovviamente fa piacere, perché il messaggio cui tengo maggiormente e che vorrei trasmettere al pubblico è una risposta più chiara possibile alle domande della vita e della morte, cioè le domande che normalmente ci facciamo tutti i giorni. Per questo spero che sia sempre possibile cogliere almeno 'due o tre' significati importanti all'interno della mia musica."

Parliamo del mondo dell'industria discografica: qui siamo a Firenze, una città dove la musica indipendente è cresciuta grazie all'esempio di gruppi come il vostro. Gruppi che nei primi anni '70 incidevano per una piccola etichetta che era un forte atto d'amore, come la Charisma. Vorrei che ci potessi dare un'indicazione in questo senso e spiegare il significato di essere un artista indipendente.
"Il mondo della musica è cambiato molto dopo gli anni '70. Come ho già detto, per me è una cosa seria, ma oggi è veramente tutto troppo industrializzato. Negli anni passati trovavamo più cose diversificate, ogni paese era come un piccolo negozio, non un supermercato. Oggi è possibile trovare esattamente la stessa musica in tutti i paesi del mondo, allo stesso modo. Questo a me dispiace, perché io voglio trovare sempre cose nuove all'interno di ciò che ascolto. Inoltre io non voglio cantare e scrivere le stesse canzoni per tutta la mia vita; oggi ho una certa età, ieri avevo vent'anni e facevo altre cose. Spero sempre di continuare a scrivere, di provare altri sentimenti, altre sensazioni. Per me tutto ciò è assolutamente fondamentale, quindi me ne resto fuori della musica attuale, e proprio in questo sta la mia forma di indipendenza: sicuro e cosciente che quello che faccio mi tiene fuori dalla porta del grande mondo della musica, anzi del business che è legato ad essa!"

Peter Hammill

"Ho capito di avere un po' più di libertà forse proprio per il modo in cui concepisco il mio lavoro musciale, e certamente questa attitudine è la stessa con la quale ho cominciato con i Van Der Graaf, anche se non è naturale farlo in questo periodo. Oggi, come ho già detto, questo mondo è diventato più industriale e forse (io non posso veramente parlare per gli altri musicisti, grandi, piccoli o indipendenti) io non so veramente come possa muoversi o cosa possa sperare un giovane di vent'anni che comincia adesso, perché iniziare in questo momento è molto difficile, molto più difficile che negli anni settanta. Ma comunque, per quanto mi riguarda, è la sola strada che posso tenere. Non ho scelte alternative, a questo punto: per vivere la musica io devo fare così. Alcune persone hanno scritto che vivo senza compromessi, ma per scrivere ancora musica io devo fare esattamente ciò che ho fatto. Soprattutto non posso presentare al pubblico un concerto o un'esibizione esattamente come facevo una volta, questo non mi interessa, spero invece di poter continuare la mia attività in modo sempre più creativo. Per ottenere questo è importante continuare ad avere lo spirito giusto, così come lo avevo negli anni '70, perché altrimenti sarebbe impossibile andare avanti."

L'approccio alla musica è mutato in qualche modo?
"Naturalmente nel 1972 ero molto giovane e stavo imparando come scrivere testi e comporre musica. Lo facevo in una grande band, con altri musicisti, e tutti abbiamo imparato qualcosa (anzi molto) l'uno dall'altro. Ma nel 1972 non pensavo che avrei ancora fatto musica fino a oggi, che ho i capelli bianchi: ritenevo che, se ci fossi riuscito, sarei stato fortunato a farlo al limite per 25 anni. Poi c'è stato un momento in cui il contenuto di ciò che scrivevo è arrivato a un punto tale dentro di me che ho detto "Sì, succederà così. Andrà bene". Quindi, cosa posso dire? Ho passato trent'anni nella musica e ogni show è stato differente. A essere onesto, continuo a vedere nel futuro, anche le domande che si presenteranno nell'arco di altri dieci, quindici o venti anni; al momento, però, non riesco a trovare risposte."

Peter Hammill

Pensi a qualcosa di più duraturo con la Pfm, dopo che sei salito sul palco con loro a Londra e in altre occasioni? Forse un disco?
"Ho molto lavoro da fare sulla mia musica, ma ovviamente mi piace sempre fare delle collaborazioni. Anzi, le chiamo "vacanze di lavoro". E' molto interessante per me cantare in italiano, specialmente Impressioni di settembre; questa è una bella sfida. E' importante per me mettermi alla prova fuori e dentro la mia attività, ma non so cosa arriverà nel futuro né con i gruppi italiani, né con i gruppi inglesi, con gli altri musicisti d'Inghilterra o di tutto il mondo. Non ho un diario di questo tipo di impegni in progetto, ma spero di trovare cose interessanti da fare non solamente come Peter Hammill."

La tua musica è sempre stata descritta come oscura, cupa, gotica. Come descrivi questi tempi di epidemie globali e guerre?
"E' vero che molte cose che ho scritto hanno un'atmosfera cupa, ma non rappresentano la totalità della mia produzione; a me comunque interessa scrivere e cantare di cose serie, di problemi reali. Certo è utile scrivere canzoni d'amore: anch'io ne ho composte due o tre, ma questo non è tutto, perché nelle canzoni d'amore è possibile dire solamente "sono felice" o "sono triste", mentre ci sono molte altre sfumature e colori da descrivere. La canzone per me deve sopportare e superare l'esame di argomenti più seri, non esattamente come dogma, perché come ho già detto io non sono un filosofo, io ho solamente la conoscenza e l'esperienza degli uomini normali, ma in quanto è importante per me scrivere cose più profonde e queste cose, per la maggior parte di chi segue la musica pop, sembrano più oscure, più gothic."

Peter Hammill

"Come uomo di cinquant'anni, preferisco oggi andare verso questi soggetti, come il problema della guerra, la Sars e argomenti simili, trattandoli in una maniera più allegorica perché, al giorno d'oggi, noi siamo umani come sempre, come da cinquemila anni. I problemi sembrano più grandi, ma quelli di chi viveva nel Medioevo, ad esempio, come le morti nere e le pestilenze, lo erano forse di più. Grazie all'informazione oggi posso guardare una cosa nella sua interezza e teoricamente posso tentare anche di trovare una soluzione. Fondamentalmente mi interessa la reazione degli uomini a ogni problema che si presenta, e questa è per me la strada per scrivere; ma non tutto è pessimistico, buio, dark. Penso che sia positivo guardare verso una cosa che fa paura e aprire gli occhi di fronte a essa; i problemi esistono ed esisteranno sempre, ma è fondamentale avere coscienza e conoscenza di un problema, perché permette di vivere in modo più forte e senza paura. Questo è il messaggio che con la mia arte vorrei trasmettere al pubblico: forse siamo soli, ma non del tutto, e l'arte è come una connessione fra la gente."


 


 
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