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The laundromat

di Luigi Nepi e Nicola Rakdej
  The laundromat
Data di pubblicazione su web 09/09/2019  

“SoderBrecht”

Seconda produzione Netflix in concorso (dopo Marriage Story di Baumbach), The Laundromat di Steven Soderbergh è sicuramente uno dei film più attesi al Lido, tanto da essere stato programmato nella giornata di domenica, ovvero quella tradizionalmente più affollata da pubblico e addetti ai lavori.

La storia (nemmeno tanto romanzata) è quella di come si è arrivati ai famosi Panama papers, quell’onda anomala che ha scoperto il vaso di Pandora dei beneficiari di centinaia di migliaia di società off-shore nascoste nei paradisi fiscali, che praticamente ogni legislazione permette di costituire e che rappresentano il miglior modo per poter evadere le tasse, accumulare ingenti capitali facendoli di fatto sparire, oppure rendere “evanescenti” sede, doveri e responsabilità di banche o compagnie assicurative. Alla base di tutto c’è proprio un’onda anomala che si forma all’improvviso in uno dei Georgia Lakes ribaltando una piccola imbarcazione di pensionati in gita, causando ventuno morti. È così che la piccola ditta a conduzione familiare proprietaria dell’imbarcazione si rende conto di essere vittima di una truffa, poiché la compagnia con cui si è assicurata finisce per far capo a un “guscio”, una società di fatto vuota, senza capitale, senza nessuna possibilità di risarcire le vittime dell’incidente.



Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

La moglie di una di queste vittime (Meryl Streep) non si dà per vinta e cerca di capire come mai non avrà nessun indennizzo per la morte del marito. Da lì partirà un’indagine dell’FBI, che evidenzierà le attività dello studio di consulenza “Mossack & Fonseca”, specializzato nella creazione di centinaia di migliaia di queste scatole cinesi, fino alla violazione e alla pubblicazione dei loro database. Sono proprio il duo Mossack (Gary Oldman) e Fonseca (Antonio Banderas) a fare da stranianti anfitrioni della storia, rivolgendosi direttamente al pubblico per introdurlo nel fantastico mondo dei soldi (con la premessa che «il credito è il futuro della lingua del denaro»), dando così inizio a una divertente commedia che getta uno sguardo leggero (impagabile la scena di Meryl Streep che maneggia un fucile a pompa), ma estremamente inquietante sul mondo degli affari e su come questo abbia lobbisticamente generato percorsi tanto perversi quanto incredibilmente “legali”.

Soderbergh “approfitta” della produzione Netflix per continuare (con opposte modalità e migliori risultati) quella ridefinizione del testo filmico già vista lo scorso anno proprio a Venezia con La Ballata di Buster Scruggs dei fratelli Cohen, collegata a una ormai conclamata transmedialità distributiva che destina inesorabilmente le opere fuori dalle sale. Ecco così un film diviso in cinque “segreti”, cinque momenti in cui il regista sembra ripercorrere gran parte del suo cinema (da Erin Brockovich a La truffa dei Logan, passando per Trafic, la saga Ocean’sThe Informant! e persino Contagion) e che corrispondono a cinque episodi ben strutturati e armonizzati, ma che potrebbero anche essere tranquillamente visti come se fossero una miniserie, senza peraltro perdere la loro efficacia. A questo proposito tornano in mente le parole di Francesco Casetti quando ci ricorda che «il cinema si confronta con le proprie trasformazioni. Qualche volta rischia di arrendersi completamente a esse, e cambiare pelle. Qualche volta cerca di resistere per restare solo se stesso. Più spesso ancora li intreccia con una tradizione, una memoria, un’abitudine, e li incorpora in sé» (La galassia Lumière, Milano, Bompiani, 2015, p. 17). L’importante è che sia buon cinema, mi permetto di aggiungere.



Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

The Laundromat è quindi un film a suo modo teorico, che in modo ironico e anche autoironico (una delle battute migliori riguarda proprio il regista) riflette e fa riflettere su come vi sia un pericoloso e crudele spettro che si aggira per il mondo: è lo spettro del capitalismo, che con i suoi machiavellici, incomprensibili, diabolici meccanismi riesce a rendere sempre più attuale la famosa frase di Brecht: «Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?».

Già, cos’è?

                                                                         di Luigi Nepi*



Ecco un vero segreto: il mondo non vuole essere salvato

Steven Soderbergh non è solo un regista prolifico e tuttofare. La sua eclettica carriera non nasconde una straordinaria capacità di adattamento, merito che gli consente di navigare in un mare variopinto di generi e tecniche di ripresa: il biopic (Erin Brockovich, 2000; il dittico sulla vita del Che, 2008), l’heist-movie (la trilogia remake degli Ocean’s, 2001-2007; La truffa dei Logan, 2018), il dramma da camera (Sesso, bugie e videotape, 1989), il thriller psicologico (Effetti collaterali, 2013) e quello poliziesco (Traffic, 2000), il dramedy (Magic Mike, 2012), la spy-story (The Informant!, 2009 e in un certo senso Contagion, 2011). Sebbene non tutti i suoi film si possano considerare brillanti come i loro presupposti, a Soderbergh va riconosciuto lo statuto di un autore impavido che si butta a capofitto su progetti che per altri sarebbero ostici se non irrealizzabili.

Dopo aver riposto sul comodino l’iPhone, (ab)usato per distorcere lo spazio mentale della protagonista di Unsane (2018) o per richiamare il linguaggio da telecronaca nel poco riuscito racconto sul basket di High Flying Bird (2019), il cineasta statunitense ha deciso di rivolgersi a un libro: Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global del giornalista premio Pulitzer Jake Bernstein. Da qui ha tratto ispirazione per il suo nuovo divertentissimo film The Laundromat (prossimamente in Italia come Panama Papers), prodotto da Netflix e presentato in concorso alla 76° Mostra di Venezia.


Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Diviso in capitoli (o “segreti”), il film segue il percorso investigativo di Ellen Martin (Meryl Streep), una signora in età avanzata che ha perso il marito in quella che doveva essere un’idilliaca vacanza per il loro anniversario di matrimonio. Non contenta della somma di denaro ottenuta come risarcimento, comincia a indagare sulla polizza assicurativa scoprendo una rete capillare di società di comodo (divise tra offshore ed empty shell) create al solo scopo di garantire ai cittadini più ricchi l’accumulo di ulteriori fortune. A capo di questo labirintico paradiso fiscale si trovano i due soci fondatori di uno studio legale di Panama city, Jürgen Mossack (Gary Oldman) e Ramón Fonseca (Antonio Banderas).

Mentre alcuni registi ricercano il senso di realtà attraverso il digitale, Soderbergh ne evidenzia il lato più ingannevole, a rimarcare l’impossibilità di una macchina illusoria come il cinema di catturare la verità. Consapevole di come la cinepresa «mostri, ma non dimostri» (per citare André Bazin), da buon illusionista sfrutta ogni compartimento della catena di montaggio, così da trasformare a proprio piacimento l’immagine proiettata. E in questo vorticoso gioco di aspettative confermate o negate, lo spettatore è portato a seguire quello che il regista vuole, fino a quando non decide di svelarne il trucco. Con le sue forti componenti investigative e meta-cinematografiche, l’intreccio schizofrenico di The Laundromat è simbolo di questa visione, sulla scia teorica ed estetica di lavori come Sesso, bugie e videotape (si vede quello che si vuole vedere e non quello che è veramente), Ocean’s Eleven (l’inganno del cinema come l’inganno del colpo), The Informant! o Effetti Collaterali (ciò che vedi non è esattamente quello che sembra, ma è qualcos’altro).


Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Attraverso una regia ispirata e trionfante, nel film di Soderbergh si sdoppiano i luoghi, le società e le persone. Innanzitutto, il personaggio di Meryl Streep tende a moltiplicarsi in più versioni, come quella che si immagina di irrompere con violenza nella sede della frode e quella che invece si dispera per l’ennesimo guscio vuoto. Il regista stesso si duplica nascondendosi dietro la coppia Oldman-Banderas: da un lato, nella “realtà” dei fatti, sono gli spietati architetti dell’inganno; dall’altro, nelle sequenze extra-diegetiche che introducono i “segreti”, sono gli istrionici, elegantissimi imbonitori a spiegare perché in molti sono impazziti nella rincorsa al dio denaro. Infine, il film stesso prende vie “alternative” rispetto al punto di partenza, dividendosi prima in un quadretto familiare da commedia degli equivoci (a Los Angeles) e subito dopo in un losco incontro di stampo mafioso (in Cina); entrambi gli imprevedibili siparietti sono funzionali per capire le modalità con cui Mossack & Fonseca sono riusciti a raggirare il mondo intero (impossibile non pensare all’opera di Adam McKay, La Grande Scommessa, 2015, e Vice - L’uomo nell’ombra, 2018).

Al termine di questa frizzante, spassosa struttura a matrioska (merito anche di un serratissimo montaggio dalle soluzioni più disparate), il prestigiatore Soderbergh conclude il suo splendido numero di magia con uno “smascheramento” generale, prima dei criminali e poi del cinema. Spogliando l’attore e scarnificando il set cinematografico, The Laundromat rivela inaspettatamente l’essenzialità del suo autore e di un messaggio da divulgare (la sceneggiatura di Scott Z. Burns usa proprio le parole di John Doe, la “gola profonda” dei Panama Papers): non potendo sfuggire alla finzione e all’inganno di chi si nasconde dall’alto della propria posizione, l’uomo comune deve sfruttare questa sua condizione a suo vantaggio, trovandosi un costume-ruolo adatto per fronteggiare i pericoli di un mondo che non vuole essere salvato.

                                                                 di Nicola Rakdej**


*Docente a contratto di Laboratorio di critica cinematografica presso l’Università di Firenze.

**Dottore in Scienze dello spettacolo presso l'Università di Firenze. 

Impaginazione di Ludovico Peroni e Antonia Liberto, dottorandi in Storia dello spettacolo presso l’Università di Firenze.


The laundromat
cast cast & credits
 



la locandina del film






















































































































Il regista Steven Soderbergh


 
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