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Tre registi a confronto con la grande Storia

di Sara Mamone*
  Capri-Revolution
Data di pubblicazione su web 07/09/2018  

Era già stato notato alla presentazione del programma come in questa edizione due fossero i fantasmi che si sarebbero aggirati per le sale: uno legato al cambiamento dei costumi della visione, legato alla pratica sempre più diffusa della serialità televisiva (qui esplicitata dalla dilatazione temporale dei film, largamente superiore alle due ore); l’altro all’urgenza, al di là dei temi d’attualità, di un’analisi storica approfondita che risuscitasse fantasmi sopiti e li mettesse in primo piano rivelandone il potere ben al di là di una rimozione giustificata dalla lontananza cronologica. Non è certo un caso che tre dei film più complessi, e pure assai elaborati dal punto di vista stilistico, affondino lo sguardo sullo stesso momento storico e siano anche, di fatto, tasselli organici di un disegno più compiuto: prequel o sequel di opere che i loro autori hanno prodotto nel corso della loro carriera. In alcuni casi si tratta di capitoli dichiarati di una trilogia programmata da tempo.

È il caso di Mario Martone che con Capri-Revolution porta a termine la sua indagine sull’Italia post unitaria (primo capitolo Noi credevamo dedicato all’azione che portò agli esiti risorgimentali e ai germi della loro degenerazione; secondo capitolo Il giovane favoloso, vita di Leopardi che affidava alla poesia il compito di individuare le crepe di un ottimismo progressivo). E ora, provocatorio come un manifesto sin dal suo titolo, questo Capri-Revolution che avanza fino all’inizio del secolo scorso del quale vuole indagare le utopie sia artistiche che politiche.



Una scena di Capri-Revolution
© Biennale Cinema 2018

E proprio all’inizio del secolo si incontra con l’indagine di László Nemes che arretra i suoi incubi dall’orrore dei lager del sonderkommando de Il figlio di Saul (2015) a quello che sempre più si conferma come il vivaio di tutti gli orrori e le esplicite patologie novecentesche e cioè il disfacimento dell’assetto politico che portò alla Prima guerra mondiale e alla successiva catastrofica ricomposizione. Anche qui il titolo non potrebbe essere più esplicito. Quel Tramonto allude senza mediazioni alla “finis Austriae” indagata nella seconda capitale dell’impero: quella Budapest destinata a vivere assetti ricompositivi ben più traumatici di quelli viennesi. Si tratta dello sconvolgimento tellurico che porterà alla repubblica di Weimar e quindi alla nascita del nazismo.



Una scena di Napszállta (Tramonto)
© Biennale Cinema 2018

A quella nascita si collega Florian Henckel von Donnersmarck che dopo Le vite degli altri (2006) sposta a ritroso la sua indagine storiografica con una sorta di enorme antefatto che percorre la grande Storia tedesca dall’avvento della dittatura hitleriana fino alle soglie dell’erezione del muro di Berlino (1961), quello appunto “cantato” nell’opera precedente.



Una scena di Werk ohne Autor
© Biennale Cinema 2018

Autori a pieno titolo, quasi “patriottici” nella fedeltà alle radici profonde delle proprie culture, i tre registi non hanno, naturalmente, fatto lo stesso film anche se hanno scelto tutti e tre la stessa tipologia protagonistica. Giovane è la “caprara” cui l’italiano Martone, in una Capri filmata con luci e colori che la riportano a un fascino ancestrale (magnifico lo sguardo “classico” del regista che con la fotografia di Michele d’Attanasio non confonde mai la bellezza con il virtuosismo), affida il compito di guardare stupita la propria millenaria civiltà a confronto con i protagonisti della comune creata dal pittore tedesco Diefenbach all’inizio del secolo e promotrice di una radicale rivisitazione del concetto di arte.



Una scena di Capri-Revolution
© Biennale Cinema 2018

Giovane è la “modista” che l’ungherese Nemes pone a capo della sua polifonia, nel 1913, nel cuore dell’Europa, a Budapest, nel sacrario dell’eleganza della Belle époque, la premiata cappelleria Leiter gestita un tempo dai suoi genitori scomparsi tragicamente nell’incendio del loro atelier. La giovane donna è stata allontanata a Trieste, provincia dell’Impero, e ritorna ambiguamente alla ricerca del proprio passato ma soprattutto per impiantare il proprio futuro. Il labirinto di ostacoli che il regista le farà percorrere renderà la sua vicenda personale metafora della travagliata nascita del ventesimo secolo.



Una scena di Napszállta (Tramonto)
© Biennale Cinema 2018

L’approdo della protagonista di Martone sarà, dopo un altalenante percorso tra l’utopia artistica e quella sociale incarnata dal giovane medico dell’isola, il coraggioso imbarco: donna e orgogliosamente sola verso il mondo nuovo in una splendida inquadratura di spalle che lascia allo spettatore l’incarico di proteggerla dal mondo vecchio. In speculare antitesi con l’ambiguo primo piano della protagonista di Nemes dal minaccioso sguardo piantato nel futuro e negli occhi dello spettatore.

Meno simbolica poiché creatura di un regista meno metaforico e anche perché ispirato alla storia vera di Gerhard Richter (artista tedesco nato a Dresda nel 1932, formatosi nella Germania sovietica e passato a Ovest per amore della pittura astratta), Opera senza autore vede anch’essa un giovane protagonista, nipote di una affascinante zia sterilizzata e poi gasata nei primi esperimenti sulla selezione della razza. Il giovane, attraverso un percorso doloroso che lo porterà a vivere la complessa vicenda della Germania nazista, poi di quella comunista, a Lipsia, quindi la fuga in Occidente, a poco a poco scoprirà il suo vero talento artistico e quindi sé stesso. La cavalcata storica di Henkel è certamente la più lunga, e anche la più impegnativa ma, forse per questo, non è pienamente mitopoietica.



Una scena di Werk ohne Autor
© Biennale Cinema 2018

Sono tutti e tre romanzi di formazione ma le opere di Martone e Nemes, pur nel percorso che fanno compiere ai personaggi, si fermano al momento apicale della rivelazione. Quello di Henkel risulta costruito con un andamento troppo “classico”. Eccessivamente aristotelico getta in ogni sequenza le radici della successiva, procedendo correttamente secondo il principio di necessità e verosimiglianza. Sì che ogni azione finisce per risultare drammaturgicamente prevedibile e quindi, nonostante l’enormità dei fatti, un po’ meccanica. Il grande affresco storico, pur nella maestria formale, diventa un po’ ripetitivo.



Una scena di Capri-Revolution
© Biennale Cinema 2018

Abbiamo usato non per caso l’espressione “romanzo di formazione” perché le riflessioni che nascono dalla visione, diciamo così, congiunta delle tre opere ci riportano alle considerazioni iniziali sui due fantasmi della mostra. Fantasmi che, a ben guardare, potrebbero riconciliarsi in una nuova forma di fruizione nella quale ricomporre, al di là della serialità televisiva programmatica, una diversa fruizione che con la sua possibilità di registrazione consenta una sorta di approccio simile a quello del libro, sfogliabile a piacere. I tre film che Venezia ha unito sarebbero uno splendido esempio di serie d’autore.



* Professore ordinario di Storia dello spettacolo presso l'Università di Firenze

Impaginazione di Marcello Bellia, Mani Naeimi e Stella Scabelli, dottorandi in Storia dello Spettacolo presso l'Università di Firenze



Napszállta
Werk ohne Autor
Capri-Revolution

Napszállta
cast cast & credits
 
Werk ohne Autor
cast cast & credits
 
Capri-Revolution
cast cast & credits
 



La locandina di Napszállta (Tramonto)





La locandina di Werk ohne Autor




La locandina di Capri-Revolution
 
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