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L'arte dello streaming

di Luigi Nepi*
  The Ballad of Buster Scruggs
Data di pubblicazione su web 17/09/2018  

La “parola d’ordine” della 75ª Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è “Netflix”. Non solo per la scelta del direttore Alberto Barbera di mettere nel concorso principale ben tre film prodotti dalla piattaforma streaming o di far aprire Orizzontidal bellissimo Sulla mia pelledi Alessio Cremonini; e neanche per la programmazione di eventi speciali come il montaggio definitivo dell’ultimo Orson Welles di The Other Side of the Wind. Piuttosto per il ruolo centrale che Netflix ha assunto nella produzione audiovisiva, non solo seriale. 

La stessa masterclass tenuta da David Cronenberg nella sala Perla 2 del Casinò ha avuto come punto focale l’opinione entusiastica del regista canadese su questo nuovo modo di distribuzione cinematografica. Al momento delle domande del pubblico, le richieste in proposito sono state così insistenti che quando una spettatrice ha premesso: «Non farò una domanda su Netflix» Cronenberg le ha chiesto scherzosamente il numero di telefono. Insomma non c’è dubbio che nel monopolizzare il dibattito (qualsiasi dibattito), la società di Ted Sarandos, oltre a sollevare questioni puramente economiche sul ruolo delle sale, stia ponendo seri interrogativi teorici su cosa siao su cosa stiadiventando oggi il cinema.

In questo contesto a confondere ancor più le acque (o forse a renderle più chiare) arriva sugli schermi del Lido The Ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen. Il progetto, inizialmente annunciato come loro prima miniserie Netflix, è stato poi “riconvertito” in quello che dovrebbe essere un film western in sei episodi, tenuti insieme dall’esile (quanto banale) pretesto di essere tutti tratti da un fantomatico libro di racconti che si apre all’inizio e si chiude alla fine della pellicola.

Una scena di The Ballad of Buster Scruggs © Asac – La Biennale
Una scena del film
© Biennale Cinema 2018

Le storie di The Ballad attraversano (anche fisicamente) i luoghi comuni del genere (tanto che il film si apre con un’inquadratura della Monument Valley): il pistolero (nell’episodio in titolo), il delinquente sfortunato (Near Algodones, con un autoironico James Franco), l’impresario di spettacoli itineranti che vive di espedienti (Meal Ticket, con un pacato e crudele Liam Neeson), il vecchio cercatore d’oro (un irriconoscibile Tom Waits in All Gold Canyon), la carovana verso l’ovest con la ragazza che rimane da sola e l’arrivo degli indiani (The Gal Who Got Rattled), il viaggio in diligenza e i cacciatori di taglie (The Mortal Remains). Il tutto pervaso da un umorismo sadico con un retrogusto noirche si rivolge più ad Allan Poe che al vecchio West e che apre a una loro indefinita serializzazione. Quello che resta è una visione che, per quanto possa rivelarsi piacevole e divertente, purtroppo ha poco a che fare con il cinema, non solo con il “vecchio” cinema da sala ma anche con quello straight-to-streaming di cui Roma e Sulla mia pelle (per rimanere a Venezia 75) sono a loro modo due casi esemplari. 

Non c’è dubbio che i fratelli Coen sappiano scrivere storie e siano riusciti a creare un immaginario collettivo plurigenerazionale (dal primo Blood Simple Non è un paese per vecchi, passando per Fargo Il grande Lebowski); come non c’è dubbio che conoscano bene la distanza tra cinema e serialità (basta vedere la ridefinizione totale proprio del loroFargonella serie televisiva che producono dal 2014). L’occasione di girare una serie per una piattaforma streaming come Netflix (oltretutto dopo film non proprio memorabili) si è rivelata per i due registi un modo per riflettere sulla struttura di questo nuovo tipo di testo, diverso da quello televisivo poiché non più soggetto ad alcune sue regole soffocanti quanto ineludibili (ad esempio la durata e la programmazione di inserti pubblicitari). In questo senso lo streaming affranca gli autori da vincoli di palinsesto, da strutture, scansioni e ritmi narrativi preordinati, lasciandoli formalmente liberi di sperimentare episodi con durate variabili e narrazioni più fluide ed eterogenee. Siamo più vicini all’arte del cortometraggio, se non fosse per il rispetto delle macro regole della serialità, ovvero la “gabbia” tematica e di genere.

Una scena di The Ballad of Buster Scruggs 
© Asac – La Biennale
Una scena del film 
 © Biennale Cinema 2018

Per questo The Ballad of Buster Scruggs è un ottimo esempio di neoserie post televisiva, con episodi di lunghezza variabile, girati, fotografati, montati e perfino recitati in modo diverso, ma con un mood costante che si trasferisce da un episodio all’altro anche nelle aspettative dello spettatore. Tutto è già talmente canonico che nel primo episodio Tim Blake Nelson, magistrale pistolero canterino, si rivolge costantemente verso la macchina da presa in un monologo continuo verso lo “spettatore” (attenzione, non più il “pubblico”!). Un espediente che serve a introdurlo alla serie e a spingerlo alla visione delle puntate che verranno (tra l’altro con un finale che, se sui monitor dei PC può far sorridere, sul grande schermo è al limite della sopportabilità).

Insomma il “film” dei Coen fa parte della strategia innovativa che la direzione di Barbera sta imprimendo in questi anni alla Mostra di Venezia, con tanto di Premio Osella per la migliore sceneggiatura. Tuttavia a volte sarebbe meglio non arrischiarsi troppo con le forzature evitando di confondere l’Arte Cinematografica con quella dello streaming e soprattutto l’esperienza cinematografica con il binge watching (= visione ininterrotta di più episodi di una serie televisiva o streaming).


* Docente a contratto di Laboratorio di critica cinematografica presso l’Università di Firenze.

Impaginazione di Giulia Sarno, dottoranda in Storia dello Spettacolo presso l'Università di Firenze



The Ballad of Buster Scruggs
cast cast & credits
 

La locandina del film
La locandina 



 
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