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Il palcoscenico, un luogo dove si giuoca a far sul serio

di Giuseppe Mattia
  Leonora addio
Data di pubblicazione su web 03/03/2022  

Fa un certo effetto recensire un film “di” e non “dei” Taviani, come se si parlasse “di” Dardenne o “di” Coen (anche se, curiosa coincidenza, proprio l’anno scorso è uscito The Tragedy of Macbeth, per la prima volta con il solo Joel alla regia). A cinque anni di distanza da Una questione privata, Paolo Taviani scrive e dirige, senza il compianto fratello Vittorio, l’unico film italiano in concorso all’ultima Berlinale, che si è aggiudicato il premio Fipresci. Sempre a Berlino, dieci anni fa, i due vinsero l’Orso d’oro con lo scespiriano Cesare deve morire (2012) mentre, in quest’occasione, il toscano classe 1931 ritorna sulle opere (e non solo) di Luigi Pirandello, dopo Kaos (1984) – co-sceneggiato insieme a Tonino Guerra – e Tu ridi (1998), entrambi tratti da Novelle per un anno. Se la prima parte di Leonora addio (in bianco e nero) ripercorre la travagliata odissea delle ceneri del drammaturgo siciliano, la seconda (a colori) porta sulla scena la novella Il chiodo, scritta da Pirandello venti giorni prima di morire. Queste vicende si rivelano in realtà un pretesto per riportare sullo schermo l’Italia dell’infanzia del regista (tra il 1936 e il 1951), una società per lo più analfabeta, superstiziosa e innocente, destinata a scontrarsi con l’ipocrisia del potere, della burocrazia e della politica malsana.



Una scena del film

In apertura scorre il primo dei diversi filmati di repertorio presenti nel film, in particolare quello relativo alla consegna all’autore agrigentino del premio Nobel per la letteratura nel 1934, due anni prima della sua dipartita. Il riconoscimento arriva forse troppo tardi, quando l’uomo era ormai solo, senza nessuno con cui condividere l’emozione. In una lettera indirizzata alla sua musa Marta Abba scrive: «Il dolce della Gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata. E poi, quando ti arriva, se non sai più a chi darla, che fartene?». Accostata alla riflessione sulla “fine” c’è quindi anche quella legata alla natura effimera del successo e dell’eredità artistica.

La chiave di lettura del film risiede però nell’immagine successiva: il soffitto di un teatro con un sottofondo di bisbigli da parte del pubblico. Ci si ritrova catapultati in un dramma nel quale Pirandello si rivelerà essere un mero pretesto per parlare d’altro. Lo scrittore fa il suo ingresso in “scena” mentre giace in un letto davanti ai propri figli, all’interno di una stanza che ammicca a quella kubrickiana in 2001: Odissea nello spazio (1968) nella quale il personaggio di David Bowman (Keir Dullea) giace morente prima del criptico finale. L’insolito stile geometrico, ai limiti dell’estetizzante, è preludio delle sue ultime volontà, grazie alla voce “presa in prestito” da Roberto Herlitzka che declama la determinazione di essere cremato e seppellito nella «nella rozza pietra» delle campagne agrigentine, dov’è nato, rifiutando i tipici funerali di Stato fascisti.



Una scena del film

All’indomani della Liberazione, il delegato comunale girgentino (Fabrizio Ferracane) è l’addetto a trasportare le ceneri dal Verano fino in Sicilia, dopo ben dieci anni di “soggiorno” a Roma. Fallito il tentativo di viaggiare in aereo, a causa di ataviche superstizioni dei passeggeri circa il viaggio con un defunto, l’uomo opterà per una peregrinazione in treno: sequenza coerente con l’ironia pirandelliana pregna di situazioni grottesche, oniriche, impreviste. L’atmosfera fumosa, volutamente e abilmente ricreata, è quella tipica del gusto neorealista: attori non professionisti, azioni “banali”, incomprensioni linguistiche, chiaroscuri, mormorii sommessi. Quando finalmente tutto sembra essere ritornato in un ideale equilibrio, Taviani mette in scena Il chiodo, riflessione amara sull’insensatezza della morte e delle azioni umane: un ragazzo, strappato in Sicilia dalle braccia della madre e costretto a seguire il padre fino a New York, porta con sé una dolorosa ferita il cui dolore lo spingerà a diventare un “angelo sterminatore” e a macchiarsi di un indicibile crimine.

Tra le note di merito relative alla messa in scena spiccano sicuramente quelle per i due autori della fotografia – Simone Zampagni e Paolo Carnera – e per la leggendaria costumista, nonché moglie del regista – Lina Nerli Taviani, collaboratrice sin da I fuorilegge del matrimonio (1963). Coronano il cast tecnico altri due “giganti”: Roberto Perpignani per il montaggio e Nicola Piovani per le musiche. Proprio sul montaggio si segnala l’intreccio reiterato delle scene di finzione con i materiali di repertorio: dalle riprese di De Gasperi a Washington o il processo a Pietro Caruso – filmato presente anche nel collettivo Giorni di gloria (1945) –, passando per diversi brani estratti da capolavori come Il bandito (1946) di Lattuada, Estate violenta (1959) di Zurlini e L’avventura (1960) di Antonioni. Continue e azzeccate le varie suggestioni che in qualche modo alimentano l’intero tessuto narrativo. Una costante nella filmografia dei Taviani è la dimensione storico-fiabesca, l’irreale nel reale nonché la commistione di generi, di cronaca e fantastico, come per esempio nel capolavoro La notte di San Lorenzo (1982). La verità del film stride con quella della cronaca, riuscendo però a trovare un modo per convivere.



Una scena del film

Ma cosa dunque rappresenta quest’opera complessa? Sicuramente una riflessione sulla morte, su ciò che si lascia, su chi resta (iconica la sequenza della processione in Sicilia delle ceneri, con la compagnia di attori che sembra esibirsi per l’ultima volta da un balcone con tanto di Enrico IV!). Conclusa la visione si ha come l’impressione che le due sezioni del film siano state annodate in maniera approssimativa, senza un nesso logico chiaro e definito. Si esce dalla sala convinti che anche soltanto Il chiodo avrebbe potuto incarnare la sceneggiatura nella sua interezza, dando così spazio alle numerose e intricate diramazioni interpretative del racconto salvandolo da una mera, ma soltanto apparente, funzione di appendice. Tuttavia questo quadro composito è funzionale per disegnare un’opera imprevedibile, tra il metafisico e il concreto, con tempi morti e situazioni grottesche, che gioca abilmente con Bergman ma anche con Brecht. Il ritorno sullo schermo del soffitto del teatro non può che anticipare un sincero applauso.




Leonora addio
cast cast & credits
 


La locandina del film



 
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