Amleto senza castello  

di Carmelo Alberti

Data di pubblicazione su web 01/06/2002

La scenografia de La tragédie d'Hamlet di Peter Brook
A che serve cercare inconsueti effetti e intriganti chiavi di lettura per un dramma immortale, qual è Amleto, quando la soluzione alle mille domande, che il testo pone, sta racchiusa nei toni e nelle vibrazioni delle sue parole? Non occorre alcuna sovrastruttura scenica per mostrare con efficacia il marcio che appesta l'aria del regno di Danimarca. Ciascun uomo riceve dal capolavoro di William Shakespeare ciò che gli serve, nulla di più. Tale assunto è dimostrato con la consueta efficacia dal maestro Peter Brook, che ha messo in scena La tragédie d'Hamlet, un adattamento in francese a cui hanno collaborato Jean-Claude Carrière e Marie-Hélène Estienne, accolto da un consenso unanime alla Biennale Teatro di Venezia.

 
La scenografia è costituita solamente da un tappeto color ambra, sul quale di volta in volta sono aggiunti dei cuscini e dei drappi. La sacralità laica di un evento, talmente intenso da annullare la dimensione del tempo, è contrassegnata dalle note di una musica arcaica, eseguita da Antonin Stahly su strumenti multiculturali; i costumi di Ysabel de Maisonneuve e Issey Miyake sottolineano le variazione di ruolo degli interpreti e assecondano le varianti interiori di ciascun personaggio.
Brook si affida per intero all'espressività di attori esemplari, a partire dal giovane William Nadylam, interprete di un Hamlet che esalta via via la propria emotività, modulando i pensieri e le pulsioni sulla scia di un racconto direttamente offerto agli spettatori di un teatro senza confini. La trama impalpabile di gesti e di sguardi, di cui si veste, diventa una rete di sentimenti puri: la vitalità del principe danese si deve misurare con la mostruosità di un delitto politico. Come reagire di fronte all'ombra del padre che chiede vendetta, dinanzi al tradimento di Claudio che per sete di potere ha ucciso il fratello? Come giudicare l'insania di Gertrude, sua madre, una sposa che in tutta fretta si è congiunta con l'usurpatore mentre il cadavere del marito è ancora caldo?

La linearità dell'impianto descrittivo agevola la comprensione di un dilemma troppo oneroso per un ragazzo, costretto a muoversi con cautela nella palude di una corte insidiosa. Hamlet e le altre figure che popolano il castello di Elsinore posseggono un candore e un'insania che provengono dall'essere l'emanazione di un caso universale, che si perpetua continuamente attraverso la prova della scena. La versione di Brook esclude completamente l'aura retorica che la cultura romantica ha addossato al dramma, per ritrovare un significato elementare, diretto, entro il tessuto della rappresentazione. La tragedia si comprende nel momento in cui si attua nello spazio magico, affidandosi alla sapienza di artefici-aedi in grado di rivelare l'invisibile, di far lievitare nell'aria i loro pensieri, di tracciare nel vuoto il tragitto che separa la loro anima dal cuore dello spettatore.

Alle parole seguono gli atti: i personaggi si toccano, si abbracciano, si scontrano, si osservano. Mai come in questo spettacolo la consistenza dei corpi s'inabissa nel turbamento che produce il trascorrere degli eventi. Fin dall'inizio Hamlet abbraccia l'ombra del padre con un naturale trasporto, al punto da rendere palese la coesistenza del reale e del sovrannaturale. Nell'incontro fisico si dilata l'efficacia di una vicenda la cui orditura è fatta di pianto e di riso, di dolore e di gioia, di atteggiamenti seri e di scherzi graffianti.

Brook disegna con cura meticolosa le assi spaziali lungo le quali si sviluppa il movimento degli interpreti: basta un incrocio di sguardi fra Hamlet e Ofelia per esprimere l'infelice intensità di un rapporto amoroso senza futuro; la pazzia del principe è priva di ogni ambiguità e di ogni artificio, è un abile gioco che rafforza la matrice teatrale del procedimento. Polonio è colto nella sua gustosa e comica prolissità, prossima all'innocenza, di vecchio che vuol contribuire a sciogliere il mistero della follia di Hamlet. I comici che dicono il dramma, destinato a smuovere la coscienza del re, parlano un greco arcaico, senza cesure, tanto significativo quanto sacrale.

Gli splendidi attori di Brook, provenienti da molteplici culture e da tanti teatri, appaiono simili a icone di un rito che stabilisce un legame indissolubile tra Oriente e Occidente; sembrano sacerdoti di un poema che riporta alle sorgenti della civiltà, allo scopo di stabilire la circolarità di una storia capace d'illuminare con lo stupore e con le risate la mente degli uomini, in ogni parte del mondo. Per qualcuno di loro il viaggio di coesione con il proprio personaggio non è ancora del tutto compiuto.


Cast & Credits


 

 


William Nadylam (Hamlet) e Lilo Baur (Gertrude)
William Nadylam (Hamlet)
e Lilo Baur (Gertrude)



 

 





 



Cast & credits

Titolo 
La tragédie d'Hamlet
Prima rappresentazione 
Teatro alle Tese dell'Arsenale di Venezia, Biennale Teatro, 29 maggio 2002
Adattamento 
adattamento in francese: Peter Brook, Jean-Claude Carrière e Marie-Hélène Estienne
Regia 
Peter Brook
Interpreti 
William Nadylam (Hamlet)
Emile Abossolo-Mbo (spettro, Claudio)
Lilo Baur (Gertrude)
Rachid Djaïdani (Guildestern, un attore, Laerte)
Sotigui Kouyaté (Polonio, un becchino)
Bruce Myers (Rosencranz, un attore, un becchino)
Véronique Sacri (Ofelia)
Antony Stahly (Orazio)
Produzione 
CICT-Théâtre des Bouffes du Nord
Costumi 
Ysabel de Maisonneuve - Issey Miyake
Musiche 
Antonin Stahly