A colloquio con Fausto Paravidino

a cura di Alessando Tinterri

Data di pubblicazione su web 21/01/2003

Fausto Paravidino
Com'è nato Noccioline?

Noccioline mi è stato commissionato dal Royal National Theatre nel dicembre 2000. Si trattava di scrivere un lavoro che si rivolgesse particolarmente a un pubblico di giovani, nel quadro di un progetto, che si chiama "International Connections". In questo caso ho avuto fortuna, perché in genere è associato a uno sponsor, l'anno prima era British Telecom e l'edizione di quest'anno, peggio ancora, è sponsorizzata dalla Shell. L'anno in cui toccò a me, invece, non era stato trovato alcuno sponsor e questo significò meno soldi, ma anche nessun marchio in locandina.

"International Connections" è un'iniziativa interessante, che ogni anno commissiona a una decina di scrittori, non necessariamente di lingua inglese, dei testi per le scuole, senza alcun vincolo. C'è stato anche chi ha scritto un testo molto bello di un golpe fatto da ragazzini ai danni di altri ragazzini. Avrei dovuto scrivere un lavoro con almeno sei personaggi e avevo un paio di idee. In quel periodo lavoravo già a Natura morta in un fosso, che mi dava qualche problema, e per lavorare in tranquillità pensai di trasferirmi a Parigi, che, al contrario, si rivelò ricca di distrazioni. Avrei dovuto consegnare per la fine di agosto, ma dopo i fatti del G8, quanto stavo facendo mi sembrò inadeguato. Buttai via tutto, chiesi una proroga e ricominciai daccapo. Far sapere all'estero quello che era accaduto in Italia mi sembrava un'occasione da non perdere.

Eri a Genova durante i giorni del G8?

No, in quel periodo stavo appunto a Parigi, anzi, il primo giorno del G8 ero a Londra, proprio al Royal Court e, parlando con un regista che ero andato a trovare, dissi che sarebbe scoppiato un gran casino a Genova. Non era difficile prevederlo, per come erano state organizzate le cose: la città occupata militarmente dalle forze dell'ordine, gli otto capi di stato asserragliati come in un fortino assediato, barriere ovunque a circondare il centro di una città fantasma e il rumore degli elicotteri sempre in volo sopra la testa... Avevo molti amici a Genova, con i quali ero in continuo contatto telefonico per sapere come stavano andando le cose. Mi sono arrivate delle belle bollette telefoniche... E poi è stato un evento con una grande copertura mediatica, che ha prodotto una quantità di documenti filmati e altri continuano a uscirne. Fortunatamente, perché in mancanza di tutta questa documentazione video, la macchina repressiva sarebbe stata ancora più tremenda. E oltre alla repressione fisica, ci sarebbe stata anche quella mediatica.

E' vero, Un'intera sezione della quinta edizione del Genova Film Festival di quest'anno è stata dedicata ai filmati del G8. Dunque, Noccioline voleva essere un lavoro di contrinformazione.

Noccioline è nato dall'urgenza di rendere testimonianza. Leggevo nel libro della giornalista di "Repubblica" Concita De Gregorio, Non lavate questo sangue, la preoccupazione di un medico del pronto soccorso di Genova di non esser creduto. E' la sindrome di Primo Levi, che al ritorno da Auschwitz aveva un incubo ricorrente: lui raccontava, ma non era creduto. Accade quando l'orrore è così smisurato da temere di non trovare orecchie disposte ad ascoltarti. Noccioline fu, dunque, pensata per una platea internazionale, anche se, prima ancora di essere scritta, era già stata opzionata dal regista Sergio Maifredi del Teatro della Tosse di Genova.

Il linguaggio fu il primo problema che mi si presentò. Come parli a dei regazzini inglesi? Quando ero andato in Gran Bretagna a lavorare alla Malattia della famiglia M avevo scoperto che c'erano delle differenze culturali cui non avrei mai pensato. Per fare un esempio, per il traduttore inglese è fondamentale stabilire a quale classe appartengono i ragazzi di una scuola, data la divisione per classi sociali delle scuole inglesi. Un aspetto che in Italia, dove le scuole per il momento sono soprattutto pubbliche, non è così scontato.

Non volevo fare un'operazione di turismo culturale, dell'autore italiano che mostra com'è fatta l'Italia, né, d'altra parte, potevo travestirmi da scrittore britannico. E poi l'occasione di far parlare dei giovani ad altri giovani era troppo ghiotta. E' allora lì che interviene la globalizzazione. Ho cercato un modello di dialogo comune sia a loro sia a me e ho pensato al fumetto, al linguaggio universale dei Peanuts, che è Beckett a fumetti. I Peanuts di Schulz sono assolutamente beckettiani, solo che a differenza di Beckett sono popolari, quindi, ho preso in prestito i personaggi di Schulz, li ho alzati di età e li ho sbattuti nella caserma di Bolzaneto, dove i fermati dalla polizia dopo l'irruzione nella scuola Diaz furono sottoposti a minacce e violenze di ogni tipo.

Quale corrispondenza c'è tra i personaggi di Noccioline e le figure dei fumetti?

Nella prima stesura i nomi dei personaggi erano gli stessi dei fumetti ai quali erano ispirati, ma poi, per ragioni di diritti abbiamo preferito storpiarli, anche se alcuni restano piuttosto riconoscibili. Charlie Brown, come dire Mario Rossi in Italia o Franz Schmidt in Germania, è diventato un nome comune come Buddy, Minus è Linus, Schroeder si è tramutato in Schkreker, altri sono ancora più trasparenti come Snoopy diventato Snappy o Sally che è Silly o Woodstock-Woodschlock, mentre Lucy è diventata Magda.

C'è una rispondenza psicologica tra il personaggio di Schulz e il corrispettivo drammaturgico?

Ho cercato di mantenere un'aderenza al personaggio originale e in certi casi ci sono riuscito, è il caso di Charlie Brown, di Sally e di Lucy, in altri meno, anche perché certi personaggi di Schulz hanno una psicologia riscontrabile anche nell'adulto, mentre altri sono confinati nell'età infantile. Per fare un esempio, di Charlie Brown adulti è pieno il mondo. E poi ci sono gli animali, per cui il fatto che Snoopy sia un cane si è tradotto nell'anarchia di Snappy, mentre Woodstock si prestava a qualsiasi cosa, dal momento che nell'originale parla a lineettee e personalmente non ho mai capito cosa avesse da dire. Quando possibile ho cercato di mantenere anche i rapporti di amicizia e di parentela, come per Charlie Brown e sua sorella Sally.

Ricordo di aver letto che all'origine di Noccioline c'è la constatazione che Carlo Giuliani e Mario Placanica, il carabiniere che gli ha sparato, erano coetanei.

E' un fatto che mi ha colpito. Altro che Pasolini e i proletari in divisa da poliziotti. Mentre il giovane ucciso scriveva poesie in latino, Placanica, lo sparatore, intervistato in televisione, è uno che non mette sei parole in fila e fa impressione pensare che lo stato ha deciso di armare la sua mano. La tendenza attuale mi sembra quella di ricreare un mondo classista e l'attacco di fondo delle destre è nei confronti dello stato sociale. Mi pare questa la destra che avanza, caratterizzata non tanto per le scelte autoritaria di marca più o meno fascista, quanto perché sostiene una società basata sul potere del denaro, in cui vige la legge del più ricco e tanto peggio per chi non ce l'ha fatta.

La vecchia Democrazia Cristiana bene o male aveva trasformato gli italiani in un grande ceto medio ed è questa la grande domanda del testo. E' in base a questo processo di omologazione, anche culturale, che quelli che a Genova spaccavano le teste con i manganelli avevano in comune con i ragazzi che manifestavano le stesse canzoni. Non a caso le musiche di Fabrizio De André, anarchico per eccellenza, erano diffuse dagli altoparlanti all'interno del Palazzo dello sport, trasformato in occasione del G8 in una grande caserma.

Qual'è la funzione dei titoli delle sezioni?

Nell'insieme costituiscono una sorta di breviario dei temi della globalizzazione. Un tempo si diceva che anche il personale è politico. Rappresentano un tentativo di misurare nella vita di tutti i giorni i grandi temi della politica e sono anche una specie di controcanto ironico, ma mai parodistico. In generale, lo stesso concetto espresso in maniera infantile nel primo atto ritorna nel secondo in forma adulta. Ma mentre nel primo atto a situazioni del tutto banali e a misura di ragazzi corrispondono titoli da grandi temi della storia e della politica, nel secondo a scene di un mondo adulto dai tratti inquietanti ho dato titoli inadeguati e sentimentali. Quelli del secondo atto per il loro minimalismo sono titoli che non corrispondono affatto alla gravità delle situazioni, sono messaggi retorici e rassicuranti dettati da un ordine costituito preoccupato solo di minimizzare.

Vogliamo fare qualche esempio? In apertura la presentazione di Buddy va sotto il titolo Politiche del lavoro.

Buddy fa un lavoro da servo e quando gli altri glielo rinfacciano, lui risponde con un esercizio retorico, inteso a mascherare la realtà dei fatti anzitutto a se stesso, prima che agli altri. E' l'imbarbarimento attualmente in corso nel mondo del lavoro globalizzato. C'è stata recentemente in Italia, ma forse anche altrove, una campagna di reclutamento di personale della Mc Donald, esemplare in questo senso per spiegare il lavoro interinale. I cartelloni mostravano le facce sorridenti di giovani dipendenti, e sotto ciascuno si leggeva "futuro avvocato, futuro ingegnere", ecc., come dire, Mc Donald non vi promette nessun futuro, né d'altra parte nessuno aspirerebbe a fermarsi da Mc Donald. Quello che tace è che Mc Donald dà una paga da fame e un contratto di sei mesi, e dubito che dopo una giornata di lavoro da Mc Donald restino energie sufficienti a portare avanti gli studi da avvocato o da ingegnere.

Facciamo un altro esempio: "I mass-media controllano il mondo. Permesso di soggiorno".

Non penso tanto al Grande Fratello di orwelliana memoria, quanto al fatto che l'Impero manda le sue truppe, ma prima ancora trasporta i prodotti con la piattaforma mass-mediatica. Per primo viene il cinema, poi la CNN e, infine, sbarca la Coca Cola. Il risultato è l'omologazione dei telegiornali e che ciascuno si sente di vivere alla periferia di New York. Ma è vera anche l'eccezione, per cui sopravvivono sacche di resistenza impressionanti.

Andiamo avanti: "Schengen libera circolazione di persone e merci".

Mi aveva colpito che la sospensione del trattato di Schengen durante il G8 di Genova fosse stata accettata senza troppe proteste da parte dei governi europei. E' uno dei paradossi del mondo globalizzato: circolano le merci, qualche volta pagando le tasse, circolano ancor più liberamente i capitali, ma non le persone. La frontiera è per Silly la porta della casa che Buddy deve custodire e per introdurre i suoi amici, lei cerca di convincerlo con il fatto che portano della roba: vanno accettati non in quanto persone, ma per il fatto che portano dei beni materiali. Ecco, i camionisti che portano delle merci possono circolare liberamente.

"Ideali tutto e subito".

Il tema è quello impersonato da Magda, che studia ingegneria solo per compiacere i genitori e calcola la data probabile della loro morte per acquistare la libertà. E' lo scarto tra il ragionamento contorto per cui in attesa di un futuro migliore la realpolitik suggerisce di accettare un presente fatto di compromesso. Salvo poi accorgersi che ciò che si pensava transitorio si è rivelato definitivo e la vita è trascorsa in attesa di un'occasione che non si è presentata.

"Rivoluzione e nuove tecniche di lotta politica".

E' chiaramente il dialogo parodistico tra due personaggi, uno integrato e l'altro animato da un'indistinto impeto rivoluzionario, dominato da un impulso a spaccare tutto così, senza un disegno politico preciso. E', forse, il momento più triste di tutto il lavoro. E' l'immagine dei disordini di Los Angeles, della rivoluzione argentina, dove la popolazione è scesa in piazza a dimostrare, battendo con i cucchiai sulle pentole vuote, ma nessuno aveva in mente una vera alternativa politica.

Che senso ha la politica per la tua generazione?

Premesso che non mi sento di parlare a nome di una generazione, anche perché temo che io e i miei amici siamo un campione statisticamente poco rappresentativo, credo che ci sia attualmente un problema di rappresentanza. Molti cittadini, non solo della mia generazione, non si sentono più rappresentati dalla politica tradizionale e oggi i movimenti contro la globalizzazione sono alla ricerca di altri luoghi e altri modi per fare politica. Le associazioni di volontariato sono spesso la risposta a questa ritrovata voglia di fare politica.

Ma quello che si avverte è una mancanza di progetto. Anche l'anima verde, ecologista europea si muove all'interno di categorie economiche proprie di un'economia di sfruttamento e, in fondo, rispetto agli Stati Uniti, l'Europa si differenzia solo per una maggior timidezza, una minore arroganza, un residuo di senso di colpa, dovuto, forse, al suo passato coloniale. Ma non è ancora un'inversione di tendenza, rispetto a uno sviluppo capitalistico che misura i parametri di Maastricht ancora in termini di PIL, quando l'obiettivo dell'economia mondiale dovrebbe essere la riduzione del PIL, anziché il suo incremento. Capisco che la crisi dell'auto produca disoccupazione, ma auspicare l'espansione continua del mercato automobilistico porta al disastro, non solo ambientale. Io non ho ricette, constato solo la mancanza di un'idea politica alternativa.

Da dove viene il tuo legame con la scena inglese e come andò che fosti invitato al Royal Court?

Dopo avevo scritto Due fratelli, vincitore del Premio Riccione 1999. Al Royal Court lo avevano letto, mi chiesero di mandargli altre cose e mi chiamarono. Andai a Londra con una settimana di anticipo per cercare di impratichirmi con l'inglese e lì portai a termine La malattia della famiglia M. Lo stage durava un mese e prevedeva la possibilità di portare a termine un lavoro che si aveva in cantiere, oltre a partecipare a seminari di scrittura, incontri con registi e autori anche famosi, come Harold Pinter e David Hare. Ma la cosa più stimolante è stato l'incontro con gli altri compagni di classe, una ventina, provenienti da tutto il mondo. Non era un corso di scrittura, piuttosto uno scambio culturale, anche per gli autori del Royal Court, che venivano a incontrarci.

Com'è nato "Genova 01", il testo commissionato e rappresentato al Royal Court di Londra?

Ero rimasto in contatto con il Royal Court e il testo mi venne commissionato nell'ambito di un'iniziativa congiunta con l'associazione Human Rights Watch, una sorta di Amnesty International, che, per le violenze verificatesi durante il G8, quell'anno aveva inserito l'Italia in un elenco di sei paesi in cui erano state verificate delle violazioni dei diritti umani. Vennero così scelti sei scrittori di quei paesi, cui chiedere un testo. Genova 01 è nato così ed è, comunque, un testo che viene dopo Noccioline e ripercorre i giorni del G8 con l'asciuttezza del teatro-inchiesta, quasi un reportage giornalistico.

Le tue commedie sono tutte diverse una dall'altra, Natura morta in un fosso, per esempio, appartiene al noir.

Nel mio piccolo sperimento. Non so ancora qual'è il mio genere e, quindi, cerco di cambiare, un po' per vedere dove riesco meglio e un po' perché mi dò dei compiti. Porsi delle restrizioni penso aiuti la fantasia. E poi credo che sia importante per lo spettatore avere dei parametri di riconoscibilità.

Quali sono i suoi maestri?

Come attore ho studiato molto il cinema della commedia all'italiana, come autore, se penso a una commedia, penso a Eduardo De Filippo, ma l'autore dell'ultima grande rivoluzione linguistica nel teatro credo sia Harold Pinter, con la sua capacità di individuare l'assurdità presente nel nostro quotidiano, che lo fece scambiare per un autore dell'assurdo. Tornare indietro dopo quella rivoluzione non si può, almeno nello scrivere un teatro mimetico della realtà come credo di fare io e molti altri di questi tempi. Beninteso una realtà più compressa: una fetta di torta e non una fetta di vita come diceva Hitchcock.

In questo senso mi piace tantissimo Jon Fosse, uno scrittore norvegese, che ha una scrittura ellittica, apparentemente assurda, ma se la guardi attentamente ti accorgi che ogni cosa in realtà è veicolo di un'azione di pensiero. Solo che a differenza di Pinter nelle sue commedie non succede davvero niente, non si può dire che ci sia una storia, ma poco alla volta ti conduce in un clima, per cui alla fine capisci tutto. L'ho letto in francese e in inglese, ed è facile, perché in tutto usa trecento parole, come i fumetti. Solo recentemente mi hanno mandato dei copioni: in Italia c'è poca editoria teatrale, ma, per fortuna, c'è un gran via vai di copioni tra la gente di teatro.

E poi c'è Sarah Kane, che ha un senso religioso della tragedia della vita e sotto questo aspetto la sento molto lontana da me: è una scrittrice di grande potenza, ma per me non potrà mai essere un modello da imitare.

Come è avvenuto il tuo incontro con il teatro?

E' stato un percorso graduale, durante il liceo ho fatto teatro con i compagni di scuola, poi mi hanno preso alla Scuola di recitazione del Teatro di Genova, ma a metà anno scolastico mi sono unito a quelli del secondo anno, che volevano fare una compagnia. Avevano conosciuto Lello Arena, l'attore che aveva recitato con Massimo Troisi, e lui si era offerto di fargli da regista. Nicola Piovani e Vincenzo Cerami, il musicista e lo sceneggaiatore (con Benigni) de La vita è bella, assicuravano di poter garantire una buona tournée: come non credere a 2 premi Oscar? Sembrava il colpaccio. A scuola non dicemmo niente, ma due volte la settimana provavamo a Milano il Sogno di una notte di mezza estate: sveglia alle sei per correre a Milano, provare ed essere di ritorno a scuola alle due del pomeriggio. La cosa andava avanti da un mese, quando un giorno trovammo traffico in autostrada, arrivammo tutti in ritardo e ci trovammo costretti a confessarne la ragione. Terminato l'anno, ci ritrovammo tutti a Roma per mettere in scena lo spettacolo. Qualche mese più tardi eravamo ancora lì, la tournée era sfumata, la scuola era ricominciata senza di noi, che ci ritrovavamo a Roma disoccupati, senza saper che fare: tornare a Genova equivaleva ad ammettere la sconfitta.

Di quell'esperienza si è nutrito Gabriele?

Io fui chiamato al nord per il servizio civile nelle ambulanze, ad Alessandria, zona di nebbia e di autostrade, ne ho viste di tutti i colori, in quell'anno sull'ambulanza ho visto tutta la drammaturgia del mondo. Appena potevo, tornavo a Roma a ritrovare gli amici, il tempo passava e non succedeva nulla. Trascorso l'anno tornai a Roma per stabilirmici. Il gruppo si era disperso, ma a me sembrava che otto aspiranti attori chiusi in una casa per tanto tempo dovessero produrre qualcosa. Così è nato Gabriele, scritto a quattro mani con Giampiero Rappa. Una storia di giovani aspiranti attori in un appartamento di Roma e delle loro crisi.

Oggi tu ti muovi tra Roma, dove vivi, Londra, Parigi... Ma gran parte della tua vita l'hai trascorsa a Rocca Grimalda, dove ancora abitano i tuoi genitori, un piccolo centro di 1.310 abitanti, molto caratteristico, dominante su una valle, dove si produce del buon vino e dove da qualche anno esiste anche un Laboratorio Etno-antropologico molto attivo, che organizza annualmente interessanti convegni internazionali. Tutto questo fa pensare a una vita tranquilla, ma anche monotona per un giovane.

Rocca Grimalda è rimasto uno dei miei argomenti preferiti, qualcosa su cui scrivere, perché penso che sia stata raccontata poco: è stata raccontata la città o una campagna che non esiste più, ma non questa strana compenetrazione che vede coesistere le stalle con le mucche, i cortili con le galline e i modelli estetici importati dalla città e pubblicizzati dalla televisione. Oggi Rocca Grimalda è un luogo, che non sa di essere un luogo, che ha perso i suoi riferimenti culturali. A me piace chiamare Rocca Grimalda e l'intero Ovadese periferia di New York, perché i giovani non si identificano con quella campagna, culturalmente si sentono alla periferia di New York, hanno quel modello, veicolato dai media e testimoniato dal loro abbigliamento. Il paese come nucleo di persone che si conoscono e si frequentano ancora resiste, ma, in realtà, è esploso con l'automobile, per cui il giro delle amicizie è, più o meno, grande come Roma. Quando torno al nord, per andare a trovare gli amici faccio una media di 120 chilometri al giorno. Lì c'è una gioventù che viaggia, viaggia, viaggia... Per un giovane il mondo cambia radicalmente, quando compie diciotto anni e prende la patente, è l'ingresso nel mondo adulto, quando prendi a macinare chilometri e chilometri con la macchina per vivere la tua periferia di New York.

Che senso ha per te il teatro?

Per me il teatro è un mezzo per comunicare, è un'occasione per condividere gioie o dolori, pensieri o emozioni, in un luogo pubblico.