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Massimo Bertoldi

Il Teatro Verdi e la guerra (1939–1943)

Data di pubblicazione su web 14/03/2011
Teatro Civico

Pubblichiamo il saggio di Massimo Bertoldi, Il Teatro Verdi e la guerra (1939–1943), in Stadttheater / Teatro Civico / Teatro Verdi di Bolzano. Storia di un teatro di confine (1918–1943), a cura di Massimo Bertoldi e Angela Mura, Bolzano, Archivio Storico della Città di Bolzano, 2011, pp. 168-181. 

«L’anno teatrale non poteva iniziarsi a Bolzano sotto i migliori auspici», scrisse Guglielmo Barblan a proposito dell’avvio della stagione 1939–1940[1]. Preceduta dalla compagnia Teatro Comico Veneziano, applaudita con El moroso de la nona di Giacinto Gallina e La scorzeta de limon di Gino Rocca, l’inaugurazione ufficiale avvenne con la messinscena di Ho sognato il paradiso di Guido Cantini, cui seguì Vivere insieme di Giulio Cesare Viola. Per le due serate furono venduti tutti i biglietti anche quando nella locandina figurò il titolo di una commedia presentata in prima assoluta, L’uomo del romanzo ancora di Cantini. Al cospetto di «un pubblico traboccante», che alla fine della rappresentazione, ha «evocato al proscenio l’autore ed applaudito con un calore che raramente abbiamo riscontrato», gli attori si esibirono «in maniera superlativa», da Renzo Ricci a Laura Adani, da Lilla Brignone a Tino Bianchi.[2]

Tra le tante e diverse proposte di questa stagione, lo spettacolo di intrattenimento e di comicità risultò il genere preferito, come indicato dal caloroso successo ottenuto dalla compagnia Vanni–Romigioli–Gennari con le riviste Se un’idea mi porta fortuna, Tempi beati, e Madama di Tebe di Carlo Lombardo. A dimostrazione del movimento ascendente della subalternità dialettale verso la ribalta nazionale, soccorre il consenso popolare ottenuto anche a Bolzano dalle compagnie con repertori legati alla regione di provenienza. Teatro Veneto guidato da Carlo Micheluzzi si affermò con commedie proprie dell’area padana, da El difeto xe ne manego di Brunialti a L’onorevole Campodarsego di Libero Pilotto al goldoniano Sior Todero brontolon. Il bilancio delle quattro serate risultò positivo con oltre 11.000 lire d’incasso, ma ancor più lo fu quello ottenuto dai fratelli De Filippo (fig. 1). Gli attori napoletani, noti soprattutto per le esibizioni cinematografiche, coinvolsero lo spettatore nella visione delle loro opere di maggior successo, da Ditegli sempre di si a Uomo e galantuomo e Natale in casa Cupiello.

Il fatto che gli attori principali della compagnia Celli–Betrone–Calabresi non avessero raggiunto all’epoca la dovuta celebrità nel grande schermo pari a quella dei fratelli De Filippo, incise non poco nella vendita dei biglietti per i loro spettacoli che risultarono eccellenti. Il pirandelliano Come prima, meglio di prima e Il ferro di Gabriele D’Annunzio si recitarono in un teatro vuoto, che parzialmente si riempì per La felicità in un luogo tranquillo di Hermann Sudermann.

Ancora una diva dello schermo, Elsa Merlini in ditta con Renato Cialente, calamitò la curiosità dell’appassionato, che alla prima recita rimase in parte deluso. Convinto di vedere l’attrice impegnata in parti comiche come solitamente succedeva nei film, assistette allo svolgersi di un dramma, La volpe azzurra di Ferenc Herczeg. Vittima di una caduta, provocata dal ghiaccio presente sulle strade della città, la Merlini salì sul palcoscenico del Teatro Verdi sostenuta dai un bastoncino per affrontare la parte dell’infelice Cristina nel dramma Una storia d’amore di Paul Géraldy e nel successivo L’ultimo ballo di Herczeg. Trionfò al fianco di Cialente in Una cosa di carne di Pier Maria Rosso di San Secondo. Le quattro serate costituirono il record dell’intera stagione, deciso da 23.450 lire di entrata, con oltre 30.000 lire di uscita per un saldo passivo di oltre 7.000 lire.

Lo stesso numero di serate occupate dalla compagnia Benassi–Carli portarono alle casse una cifra dimezzata, quasi 12.000 lire. Eppure il protagonista era Memo Benassi che presentò un suo pezzo forte, Kean di Alexander Dumas coadiuvato da una manciata di attori di qualità, Laura Carli, Eva Magni, Salvo Randone. Applausi accolsero Risveglio di Emilio Possenti e Spettri di Henrik Ibsen con Benassi nel ruolo di Oswald, personaggio che da giovane aveva interpretato al fianco di Eleonora Duse, affiancato dalla Carli (signora Alving) e Randone (pastore Manders).

Poco attirò la compagnia di Guglielmo Giannini con Il delitto di Lord Arthur Saville che lo stesso capocomico aveva ricavato da Oscar Wilde, così come si era ispirato a Gl’innamorati di Carlo Goldoni per la stesura de Gli eterni innamorati, commedia iscritta nella manifestazione del Sabato Teatrale. La recensione di questo spettacolo assunse grande rilievo giornalistico. Era l’occasione propizia per celebrare la promozione dello spettacolo secondo le direttive predisposte dal Ministero della Cultura Popolare finalizzata a favorire, attraverso il basso costo dei biglietti, le classi meno abbienti. Così il teatro si popolò di «lavoratori delle officine e dei campi, di soldati, di fattorini, di modesti impiegati, di commessi, di apprendisti», che condividevano un obiettivo perseguito dal fascismo: «il divertimento, il soave svago». Senza la spinta propagandistica del regime, con il biglietto a prezzo intero Lo schiavo impazzito e Anonima Roylott di Giannini ottennero incassi assai modesti.

Assurse ad avvenimento di rilievo della stagione 1939–1940 l’unica rappresentazione di Racconti d’autunno, d’inverno e di primavera, novità di Giovacchino Forzano. Il testo, in cui la protagonista, una giovane madre incarna il sentimento nazionalistico di attaccamento alla patria, fu interpretato nei ruoli principali da Olga Solbelli, Giulio Paoli ed Elena Zareschi.

Le locandine di prosa decise dalla Deputazione Teatrale stamparono in successione altri nomi di artisti italiani di primo ordine, a partire dalla compagnia Maltagliati–Cimara–Ninchi apprezzata per una serie di spettacoli segnati dalla cura scenica di Gherardo Gherardi, tra i quali Famiglia di Denys Amiel e Monique Petry-Amiel e Gavino e Sigismondo di Giulio Cesare Viola, commedia inserita anche nel Sabato Teatrale.

Le numerose venute di Cesco Baseggio penalizzarono probabilmente la curiosità di vedere nuovamente il grande attore veneto. Davanti a pochi intimi interpretò Scandalo sotto la luna di Eugenio Ferdinando Palmieri, L’imbriago de Sesto di Gino Rocca e I recini da festa di Riccardo Selvatico, due atti unici inseriti nella serata in suo onore. Fece eccezione Sior Todero brontolon, recitato al cospetto dei soldati del presidio. L’incasso complessivo di sole 437 lire stabilì il record negativo per l’intera stagione.

Per quanto riguarda gli spettacoli di varietà, essi corrisposero come numero a quelli di prosa. Il pubblico fu attirato dalla fama della compagnia Vanni–Romigioli–Gennari, e ancora di più dalla Fineschi–Donati. Il botteghino del teatro fu preso d’assalto, prima, per le due serate straordinarie della compagnia di riviste di Nino Taranto e Titina De Filippo impegnata nelle rappresentazioni di Finalmente un imbecille di Nelli e Mangini (pseud. di Francesco Cipriani Marinelli e Mario Mangini) e in Diluvio n. 2 di Mangini, poi per la compagnia Bluette–Navarrini che indovinò il repertorio con le riviste Il ratto delle cubane e Poesia senza veli di Nuto Navarrini e Ferruccio Martinelli.

Andrea Chénier, Don Pasquale, Cavalleria rusticana e L’amante in trappola, furono i titoli dei melodrammi inseriti nel cartellone della stagione lirica di primavera. Secondo prassi furono scritturati interpreti di grido. Per lo spettacolo inaugurale, Andrea Chénier, si diedero appuntamento anche le autorità cittadine che fecero gli onori di casa alla duchessa di Pistoia, accolta dagli inni nazionali. L’attrazione della serata era il tenore Francesco Merli che in parte deluse, condizionato da una forma influenzale. Si riscontrò una certa affluenza in occasione della replica, superiore alla ‘prima’ del Don Pasquale, malgrado la presenza di voci di qualità, Lyana Grani, Amleto Galli, Luigi Fort. Fu un autentico trionfo per Cavalleria rusticana, più per la bellezza delle musiche di Mascagni eseguite dall’orchestra di Giuseppe Podestà, che per il contributo di cantanti modesti ad eccezione di Lina Bruna Rasa.

Motivi legati alla politica del consenso e alla propaganda di regime si tradussero nell’intensificazione dell’attività dilettantesca. La filodrammatica Dante del Dopolavoro Postelegrafonico di Bolzano offrì la messinscena de L’antenato, commedia brillante di Carlo Veneziani, per una platea formata da militari prossimi a partire per la guerra. Arrivò da Verona la filodrammatica Impero del Dopolavoro Aziendale Galtarossa. Recitò Romanticismo di Gerolamo Rovetta in un teatro completamente esaurito. Fatiche e passioni amatoriali furono premiate in una manifestazione organizzata dal Dopolavoro, “La Serata del dilettante”. in cui si susseguirono balletti, tanghi brasiliani, valzer, brani lirici, accompagnati dall’orchestra del Kurhaus di Merano.

Durante l’estate il teatro cittadino non chiuse i battenti. Mentre l’Italia fascista dichiarava guerra a Gran Bretagna e Francia (10 giugno 1940) il Ministero della Cultura Popolare sollecitava i teatri ad incrementare le attività, soprattutto filodrammatiche. L’ordine fu prontamente seguito anche a Bolzano. Si mobilitarono le forze locali. La Centuria Lirica del Comando Federale propose Le avventure di Pinocchio da Collodi con musiche di Paolo Malfatti, i Giovani Filodrammatici del Dopolavoro allestirono Sua Altezza prende moglie di Achille Lorenzotti, la Filodrammatica Dante del Dopolavoro Postetelegrafonico si confrontarono con Questi ragazzi di Gherardo Gherardi. Non mancarono le compagnie di Bressanone (Filodrammatica Vittoria del Combattenti con Argento vivo di Silvio Zambaldi), di Trento (Filodrammatica Littorio del Dopolavoro provinciale con Alla moda di Oreste Biancoli e Dino Falconi) e di Verona (Filodrammatica del Dopolavoro aziendale Società Cattolica di assicurazione con Chi sa il gioco non l’insegni di Fausto Maria Martini). Molti spettacoli erano dedicati ai militari. Era un modo astuto e sottile per propagandare la guerra, attraverso lo svago e il divertimento, e legittimarla nelle coscienze. La situazione bellica richiedeva la promozione di forme di spettacolo popolare ed evasivo. La rivista, l’operetta e la commedia brillante videro una forte ripresa anche grazie ai contributi governativi distribuiti alle tante compagnie nazionali secondarie (“minime”).[3] Ancora più eclatante fu il recupero del tanto osteggiato teatro dialettale, mentre l’importanza della lirica rimase stabile lungo gli anni del regime.

Questi orientamenti si rispecchiarono nei programmi della Deputazione Teatrale per la stagione 1940–1941, avviata dalla consueta stagione lirica d’autunno. La rassegna fu organizzata in grande stile. Alzò il sipario Iris di Pietro Mascagni, affidata alla direzione del maestro Mario Mascagni, cugino e allievo del compositore e allora direttore del conservatorio della città, e all’interpretazione, tra gli altri, di Maria Carbone nel ruolo del titolo, il tenore Renzo Pigni (Osaka), il baritono Leone Paci (Kyoto). Questi nomi regalarono una serata memorabile ad un pubblico da tutto esaurito, che tale si presentò per La traviata. Fu ripagato dall’esibizione del soprano Iris Adami Corradetti (fig. 2), il baritono Afro Poli (Germont), il tenore Gino Fratesi (Alfredo). La bacchetta di Mascagni seguì con rigore le partiture, creando atmosfere incantevoli e forti emozioni. Per le repliche dei due melodrammi furono venduti quasi tutti i biglietti.

Il marchio della “italianità” impresso alla lirica confluiva nell’amor patrio nutrito per una nazione in guerra, che, anche attraverso lo spettacolo, chiamava a sé i propri cittadini, compattandoli idealmente in un unico corpo che trovava nella figura eroica del soldato la convergenza della prospettiva propagandistica. Così il militare all’occorrenza si trasformò in spettatore di una rappresentazione a lui dedicata. Indicativa in merito fu l’iniziativa del Dopolavoro Provinciale che organizzò un concerto vocale e strumentale «per i camerati di stanza nella nostra città», coinvolgendo l’orchestra di Mascagni, il soprano Bianca Mercuriali, e il violinista Giannino Carpi.[4]

L’alleanza militare con la Germania nazista spiega l’ospitalità concessa alla compagnia di operette viennesi Kaps–Joham. Con ogni probabilità le due serate di Sole per tutti attirarono lo spettatore di madre lingua tedesca, se si considerano i biglietti venduti che portarono alle casse 12.500 lire. Che la cifra fosse piuttosto considerevole, lo si deduce dal confronto con gli incassi ricavati dalla compagnia di Enrico Viarisio, Giuseppe Porelli e Isa Pola, pari a 19.700 lire in quattro serate. Noti per le loro apparizioni televisive, motivo per cui incuriosirono i bolzanini, gli attori valorizzarono il repertorio italiano contemporaneo. Recitarono la solita storia del triangolo amoroso del Passaggio dell’Equatore di Umberto Morucchio (490 spettatori) e di Ti prego, fa le mie veci di Giovanni Bokay (269 paganti).

Con largo anticipo sulle date programmate, il quotidiano “La Provincia di Bolzano” si interessò alla Compagnia delle Arti di Anton Giulio Bragaglia con articoli di approfondimento, in cui si delineavano le attività e l’originalità delle creazioni artistiche. Si voleva creare il clima di attesa necessario per sperare in un afflusso massiccio. Non successe questo. Alla visione di O Giovannino o la morte di Ernesto Murolo «Il pubblico anche se plaudente con entusiasmo, non si può dire che stipasse il teatro». Il critico Guglielmo Barblan, nell’analizzare le cause, mise in luce la condizione della mentalità e della cultura locale, ancora assuefatte alla figura del divo, «i mattatori delle gloriose carcasse», dell’«eroe dal fiato a lungo metraggio circondato dallo starnazzar dei guitti».[5]

 

La bravura di Diana Torrieri protagonista del dramma Anna Christie di Eugene O’Neill, affiancata da Salvo Randone e Italo Pivani, e la conferma degli stessi attori in Settimo cielo di Augustin Strong, commedia nota soprattutto per la sua trasposizione cinematografica, decretò un sensibile incremento grazie alla vendita di 264 biglietti. La messinscena di Cintia, vista da 312 spettatori, dimostrò l’efficacia creativa della regia di Bragaglia, chiamata a confrontarsi con un esempio di drammaturgia comica e rinascimentale scritta da Giovan Battista Della Porta. La prova fu giudicata «encomiabile» in particolar modo colpirono «la recitazione aggraziata e mimicamente armoniosa» degli attori, tra i quali, oltre alla Torrieri e Randone, Lina Volonghi e Alfredo Varelli.[6] Le modeste entrate delle serate (lire 9.000, per una spesa di lire 18.300 e un passivo di 9.300) dimostrarono i limiti della platea bolzanina, facile a cedere al nome del grande interprete, soprattutto se cinematografico, meno sensibile ai linguaggi innovativi.

 

Lo comprova, da un lato, il successo della compagnia di riviste Maddalena, che in due serate consegnò alle casse 12.500 lire grazie a Devo dirti una cosa di Letico, accompagnata dall’orchestrina di Garni Kramer, dall’altro lato, i risultati ottenuti dalla compagnia di prosa guidata da Mario Ferrari e Luigi Carini, che, in quattro recite raggiunse la modica somma di 11.400 lire malgrado un repertorio interessante, in cui spiccavano La bugiarda di Vincenzo Tieri e O di uno, o di nessuno di Luigi Pirandello.

 

Meglio andarono le quattro serate occupate dalla compagnia di Dina Galli, alla sua quarta comparsa sul palcoscenico bolzanino. Presentò un repertorio prevalentemente italiano, a partire dai tre applauditi atti di Ci penso io! di Armando Curcio (420 paganti), la novità La moglie di papà di Alessandro De Stefani e Raffaello Matarazzo (325) e La colonnella di Piero Mazzolotti (485).

Quando la compagnia Adani–Scelzo aprì con Il frutto acerbo di Roberto Bracco la tournèe ottenne un sintomatico e contraddittorio giudizio della critica, che lodò l’esibizione degli attori ma contestò il recupero di un testo logorato dal tempo («ha trentasette anni: perché svegliarlo così inopportunamente») e consumato nell’argomento («la consueta salsa dell’adulterio»).[7] L’odore del vecchio non intaccò la recensione de La signora delle Camelie di Dumas (fig. 3), dramma considerato un capolavoro se paragonato alla modestia del citato Frutto acerbo, reso attuale dalla traduzione di Massimo Bontempelli e da un’interpretazione più ‘psicologica’ e meno melodrammatica da parte della Adani. Sollevò non poche perplessità l’adattamento scenico di Casa di bambola di Ibsen, intessuto di una rete di simboli calati in un’atmosfera cupa e nordica.

           

Un’altra compagnia primaria, la Cimara–Maltagliati–Migliari, ottenne l’esaurito con L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, firmata dalla regia di Corrado Pavolini, e con Come tu mi vuoi di Pirandello per la cura scenica di Ettore Giannini.

Un nome consacrato come quello di Antonio Gandusio, noto interprete cinematografico, calamitò l’attenzione del pubblico accorso numeroso per assistere alla messinscena di commedie che, senza il contributo dell’attore, «correrebbero dritte dritte verso il naufragio». Il riferimento del critico Barblan fu alle novità di ispirazione francese quali Il pozzo dei miracoli di Bruno Corra e Giuseppe Achille e a Il pescatore di balene, opera tra il farsesco e il drammatico di Carlo Veneziani. Di contro «il più schietto successo» arrivò con la «decrepita comicità» de Il ratto delle Sabine di Franz e Paul von Schönthan.[8]

Unico momento della stagione dedicato all’operetta fu offerto dalla collaudata compagnia Roses. Divertì con un repertorio antologico composto da titoli famosi, da Cin-ci-là di Virgilio Ranzato e Carlo Lombardo (570 spettatori) a Madama di Tebe che ottenne la punta record di 703 presenze, fino alle celeberrime composizioni di Franz Lehár, La vedova allegra e La danza delle libellule.

Il consumo della musica mantenne viva la vocazione celebrativa dell’italianità, segnatamente attraverso il melodramma, contenitore di valori e passioni popolari, e in modo particolare negli spartiti di Giuseppe Verdi.

 

Per la ricorrenza dei quarant’anni della scomparsa del compositore, anche la Deputazione Teatrale si mosse. Invitò Mario Mascagni a dirigere la massa orchestrale formata da docenti e allievi del Conservatorio cittadino, che eseguì brani tratti da Traviata, Falstaff, La battaglia di Legnano, Rigoletto, Ernani. L’omaggio culminò nella messinscena di Rigoletto con il giovane baritono Guerrino Masini nella parte del protagonista affiancato da Lyana Grani (Gilda), Giuseppe Nucci (Duca di Mantova). Direttore dell’orchestra fu Ermanno Erberspacher, confermato anche nel Il barbiere di Siviglia, con il quale si aprì la stagione lirica di primavera, interpretato, tra gli altri, dal soprano Fernanda Basile e dal baritono Marcello Venturani. Rientrò nell’ambito delle commemorazioni verdiane Il trovatore, diretto da Mario Parenti e affidato alle voci di Luigi Borgonovo, Carla Castellani. il tenore Giovanni Malipiero, star della serata. Un altro personaggio di spicco della scena lirica, Iris Adami Corradetti, fu scritturato per Anima allegra di Franco Vittadini.

 

Il bilancio della manifestazione lirica fu considerato positivo, pari a quello dell’intera stagione, come scrisse Alfredo Clavarino, podestà e presidente della Deputazione Teatrale nella “Relazione morale, statistica e finanziaria della gestione dell’anno teatrale 1940–1941” e inviata al Ministero per la Cultura Popolare. «In questa città particolarmente difficile di accontentamento si può rilevare come lo stato di guerra non abbia fatto sentire in modo particolare la sua influenza nel concorso del pubblico, che ha frequentato con costanza gli spettacoli», stimolato dalla «serietà dei programmi, e varietà di essi» e dal costo assai contenuto dei biglietti.[9]

 

Completato il cartellone delle compagnie di giro, iniziò un ciclo di rappresentazioni di filodrammatiche locali. Dietro il paravento dell’arte scenica si nascondeva, da un lato, la volontà di distrarre dalle tensioni e ansie della guerra, dall’altro lato, di trasformare la fruizione teatrale nella condivisione e partecipazione alla causa bellica. Gli attori dilettanti, spiegò Guglielmo Barblan, «e gli stessi magari che fra poche ore saranno chiamati a indossare l’uniforme dell’ardimento e della gloria, trovano nella risorsa del proprio spirito la serenità di rivolgersi al pubblico […] con il volto atteggiato al riso oppure alla riflessione che è di tutti». Spirito amatoriale e doveri patriottici dell’attore-soldato disegnarono i tratti di un teatro «non come facile ritrovo del vacuo passatempo serale» ma come «un arengo di vita […] dove si è chiamati ad assolvere una missione di alto significato morale e umano». Poco interessava che lo spettacolo fosse comico o drammatico, importava la sua funzione morale e politica. Così al pubblico tradizionale si affiancò un altro tipo di platea, l’«auditorio grigio-verde» al quale furono indirizzati specifici spettacoli.[10]

 

Entrarono in azione le filodrammatiche della Croce Rossa, Dante, Dopolavoro Postelegrafonici, Centuria Lirica della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio). L’attenzione maggiore fu per i giovani attori del G.U.F. (Gruppi Universitari Fascisti) di Trento e di Bolzano. I primi presentarono il dramma Dentro di noi di Siro Angeli[11]; i secondi, rappresentati dal trio formato da Cianci Gatti, Mario Bonoldi e Guido Guidi, si cimentarono con la rivista La radio che scocciatura!….[12] Il Teatro Verdi si presentava regolarmente affollato, plaudente e partecipe della «affermazione sempre più vasta del nostro spirito: lo spirito latino la cui missione è sicuramente ancora grande tra i popoli».[13]

 

La scelta di invitare la compagnia Roses per alzare il sipario della stagione 1941–1942 risultò mossa vincente, come indicò il concorso di pubblico alla messinscena di celebri operette di Franz Lehár (Il paese del sorriso, Mazurka blu), Franz von Suppè (Boccaccio), e Salvatore Allegra (Mitizi).

Il repertorio di Lehár (Il paese del sorriso, Il conte di Lussemburgo, La vedova allegra), affiancato da Acqua cheta e Donna Perduta di Giuseppe Pietri e Madama di Tebe di Carlo Lombardo caratterizzò le proposte della compagnia guidata da Enrico Dezan. La vendita dei biglietti pari a lire 40.544 portò ad un saldo attivo di circa 1.500 lire: fu una delle rare volte in cui non si verificò un bilancio in rosso.

Alla composizione del cartellone della prosa concorsero, come di prassi, prestigiose compagnie italiane. Per la prima volta impegnata a Bolzano, Maria Melato (fig. 4) deluse in parte le attese dei 237 presenti per Aigrette di Dario Niccodemi e Tosca di Victorien Sardou (516), considerata troppo legata al libretto per il melodramma pucciniano, mentre la novità di Eligio Possenti, Stelle alpine, commosse il numeroso pubblico (581 presenze) che festeggiò gli interpreti con chiamate alla fine di ogni atto.

 

Fece discutere il programma della compagnia Palmer, in cui figurarono due «cosiddetti mattoni del passato», quali I mariti di Achille Torelli e il dramma I fuochi di San Giovanni di Hermann Sudermann. Dal giudizio della prima emerge quanto la critica sosteneva in merito alle opere del secolo precedente: la mancanza di spessore psicologico dei personaggi che solo l’attore in scena ha saputo colmare con le proprie abilità espressive e gestuali, come seppero fare Daniela Palmer, Salvo Randone, Esperia Esperani e Lina Volonghi. Lo stesso si verificò con l’impianto retorico dei dialoghi sudermanniani, considerati datati e prossimi a diventare «classici». In modo diverso lo stesso critico spiegò il successo della tragedia dannunziana La fiaccola sotto il moggio, «non […] certo una commediola frizzante e leggera». Nei giorni della guerra «le platee hanno bisogno di poesia e di un teatro che ponga i problemi eterni che ci assillano risolvendoli nell’atmosfera che tutti al teatro domandano».[14]

La tua vita è la mia, triangolo amoroso di Vincenzo Tieri, e Il mandriano di Longwood di Alberto Donini, macchinosa storia di un parallelismo tra il personaggio del titolo e Napoleone Bonaparte, furono le due novità italiane lanciate dalla compagnia Donadio–Carli. Risultarono di modesto valore nell’intreccio narrativo e nella consistenza dei personaggi, in parte riabilitati dalla bravura degli attori, che meglio si espressero con L’età critica di Max Dreyer.[15]

Nemmeno la compagnia di Laura Adani ottenne il tutto esaurito. La prestigiosa attrice, spalleggiata da Filippo Scelzo, fu applaudita protagonista di Conchiglia di Sergio Pugliese (299 spettatori, fig. 95) e de La presidentessa di Charles Hennequin e Pierre Weber (515). Dimostrò incertezze quando si cimentò con Hedda Gabler di Ibsen (527) e Lindemoniata di Schönherr.

 

Il repertorio veneto compilò il cartellone della compagnia Teatro di Venezia guidata da Carlo Micheluzzi. Alternò commedie recenti, Vileta fora de porta di Eligio Possenti e La testa sora el capelo di Arnaldo Boscolo, a testi dialettali classici, quali Largaspugna di Arnaldo Fraccaroli e l’acclamata Nina…non far la stupida di Arturo Rossato e Gian Capo. Il burbero benefico di Goldoni risultò lo spettacolo più seguito con Leo Micheluzzi indiscusso protagonista. Le oltre 17.480 lire di entrata dimostrarono un’affluenza di pubblico inferiore alle attese, anche se la stampa riferì di teatro regolarmente esaurito, comunque superiore alla somma registrata dalla compagnia Siletti–Cei–Baghetti–Bettarini (13.876 lire), che non incontrò i favori della platea per l’effetto di un repertorio di debole contenuto letterario, come Artemisio di Gaspare Cataldo e I poeti servono a qualche cosa di Nicola Manzari. Dopo I pescatori di Arnaldo Vacchieri e la conclusiva Farse dell’800 fino ad oggi «c’era in aria sentor funereo, ed era giusto perché la serata delle farse ci aveva \parlato un linguaggio morto nel tempo».[16]

Il record d’incassi della stagione, 21.450 lire in tre serate, spettò alla compagnia di Emma Gramatica. L’atteso ritorno dell’attrice fu salutato da una sala gremita quando fu protagonista della Damigella di Bard di Salvator Gotta (fig. 5) e di Un bicchier d’acqua di Eugene Scribe, che interpretò con «una recitazione fluida e piacevole senza ombra di retorica e senza alcun sussiego»[17]. Lo stesso bagaglio tecnico impreziosì Francesca, novità di Renato Lelli che colpì per la purezza e la bontà dei sentimenti di una contadina abruzzese capace di ricostruire una famiglia allo sfacelo.

 

Per il tradizionale appuntamento con la stagione lirica di primavera furono scritturati cantanti di grido. Il soprano Mafalda Favero (fig. 6) fu Madama Butterfly. Sorprese per il perfetto equilibrio tra recita vocale e scenica, «così che il suo canto pervaso di assoluta musicalità è costantemente teso a sottolineare il personaggio cui vuol dare vita».[18] Oltre alla Favero, che fu ripetutamente applaudita, la messinscena del capolavoro pucciniano rivelò un giovane e promettente tenore, Mario Del Monaco, e confermò l’orchestra diretta dal maestro Franco Parenti. Pari successo accompagnò Lucia di Lammermoor con la voce limpida e duttile di Lina Pagliughi nella parte del titolo.

 

Se le produzioni operistiche, più che la prosa, diedero esiti positivi, analogamente le recite filodrammatiche riempirono la sala. Il rafforzamento delle attività a partecipazione popolare intrecciava la propaganda di regime con l’apologia della guerra, camuffata negli abiti di scena indossati dagli attori dilettanti che nella vita esercitavano mestieri di tipo militare. Erano sergenti universitari del corpo degli Alpini gli interpreti della rivista Filosofi a rapporto di Gabellino, Scarpello e Mancini. Oppure la platea del Teatro Verdi fu interamente occupata da divise grigioverdi in occasione di una serata a loro dedicata e organizzata dal Dopolavoro Provinciale. L’appuntamento non si consumò solamente nei numeri di varietà con il ballerino di tip-tap, la performance della danzatrice e cantanti vari della compagnia di Giorgio Linchi. Diventò una sorta di teatro nel teatro di regime: prima dello show i soldati scattarono in piedi, sull’attenti, osservarono un minuto di silenzio in memoria dei caduti mentre si eseguivano gli inni nazionali che commossero e poi trascinarono in un lungo applauso i presenti, trai quali si riconobbero Rino Parenti, presidente dell’O.N.D. (Opera Nazionale Dopolavoro), il segretario federale Vittorio Passalacqua e poi ispettori e graduati delle varie armi.

 

A favore delle forze militare gli attori del Dopolavoro Provinciale recitarono Amor sincero di Gino Valori, cui seguirono numeri di arte varia, note romanze e canzoni in voga. Il pubblico ringraziò gli interpreti locali con lunghi applausi e ovazioni, poi replicati per I disonesti di Gerolamo Rovetta nella produzione della filodrammatica Dante di Bolzano e per la messinscena di Questi ragazzi di Gherardo Gherardi ideata dalla filodrammatica Impero del Dopolavoro Ferroviario Galtarossa di Verona.

 

In coda alla stagione 1941–1942 fu posizionata la compagnia Roses, chiamata per l’ennesima volta a Bolzano. Gli attori divertirono la platea con le classiche operette di tradizione austriaca (Mazurka blu e Il paese del sorriso di Franz Lehár, Boccaccio di Franz von Suppé), e esempi italiani, come Donna perduta di Pietri e Madama di Tebe di Lombardo. Quest’ultima, scelta a titolo esemplificativo, fu salutata da un pubblico numerosissimo che richiese diversi bis, affascinato dalla recita dello stesso Dezan e dalle esibizioni della soubrette Vera Carmi nel ruolo del titolo.

 

Per l’apertura della stagione 1942–1943, ultima per la vita artistica del Teatro Verdi, fu proposto il Teatro delle Arti di Anton Giulio Bragaglia. La scelta può sorprendere se si considerano i precedenti generalmente orientati verso compagnie e repertori di facile fruizione popolare. La regia sperimentale di Bragaglia disorientò platea e critica. La cifra eminentemente visiva della messinscena segnata dall’imponenza dell’impianto scenografico, sottolineò Guglielmo Barblan, penalizza il testo ed evidenzia «le insufficienze degli attori chiamati a recitare soggetti tratti dal cinema», che «nella cornice scenica fanno un po’ l’effetto di film visti al rallentatore e ingenerano quindi monotonia». Il giudizio così severo riguardò Settimo cielo di Austin Strong e in parte La voce della tempesta, che, pur presentando un drastico ridimensionamento della complessità dei personaggi rispetto al romanzo, si dimostrò lezione di modernità nella prova corale dei giovani interpreti tra i quali emerse la trentina Anna Proclemer (fig. 7).[19]

 

Al Teatro delle Arti subentrò la compagnia di Annibale Betrone. Il cartellone, misto di classici e novità, non richiamò il grande pubblico, come il dramma Il giro del mondo di Cesare Giulio Viola interpretato da Esperia Esperani e lo stesso Betrone, la cui abilità espressiva resero apprezzabile Papà Lebonnard di Jean Aicard e l’inedito Vicolo senza sole di Roberto Zerboni.

In merito a questi allestimenti, le recensioni privilegiarono i contenuti dei testi piuttosto che la messinscena. Si trattò di una scelta ideologica mirata alla diffusione della drammaturgia italiana contemporanea. Si spiega in questo modo il pacchetto di commedie inserite nel cartellone della compagnia del Teatro del G.U.F., che comprendeva due novità nazionali di giovani autori, Lotta con l’angelo di Tullio Pinelli e Paludi di Diego Fabbri, vicino ad Un gradino più giù di Stefano Landi, e Maria Maddalena di Friedrich Hebbel, drammaturgo tedesco in rappresentanza dell’alleanza con la Germania nazista. Il cast allineava interpreti di valore, Daniela Palmer (fig. 8), Salvo Randone, i giovani Roberto Villa e Lina Volonghi.

Per le tre serate della compagnia Benassi–Carli fu venduto un numero copioso di biglietti e gli acquirenti furono ripagati da spettacoli eccellenti, dal pirandelliano Non si sa come a I disonesti di Rovetta e L’urlo, dramma della gelosia di Alessandro De Stefani.

 

Vicino all’attore di richiamo quale leva pubblicitaria, fu concesso spazio rilevante al repertorio popolare di area padana, affidato alle competenze della qualificata compagnia del Teatro di Venezia. Gli attori guidati da Carlo Micheluzzi calcarono il palcoscenico del Teatro Verdi in due momenti diversi. A febbraio divertirono la platea con i classici del repertorio, tra cui L’onorevole Campodarsego di Libero Pilotto e Zente refada di Giacinto Gallina; in giugno ripropose I balconi sul Canal Grande di Alfredo Testoni, Ostrega che sbrego…! di Arnaldo Fraccaroli e Il bugiardo di Goldoni con Micheluzzi protagonista.

Dopo le applaudite esibizioni della compagnia di Nuto Navarrini con le riviste Cortometraggio d’amore e Vicino alle stelle, fu la volta della compagnia Giorda–Cei con una ripresa, Mani in alto di Guglielmo Giannini, e due novità Soci in amore di Nicola Manzari e Velo nuziale di Eligio Possenti. Le commedie, assai modeste sotto il profilo contenutistico, rimarcavano l’urgenza di affermazione della scrittura teatrale italiana, assurta a filo conduttore di questa ultima stagione del Teatro Verdi.

 

Su questa linea si allinearono anche i titoli della compagnia Donadio, che furono oggetto di giudizi negativi: «Sono apparsi piuttosto scialbi e condannabili, quando non addirittura riprovevoli», scrisse Barblan[20], che stroncò Il conte di Brechard di Giovacchino Forzano, commedia ambientata al tempo della Rivoluzione francese, perché «quello che egli compie potrebbe benissimo accadere in un dramma giallo qualora al posto dei giacobini figurassero, ad esempio, dei gangster».[21] Piacque la storia dell’immigrato dai sentimenti nobili e puri raccontata ne La sera del sabato di Guglielmo Giannini.

Poco aderente ai gusti del pubblico si rivelò invece il repertorio scelto dalla compagnia del Teatro Odeon di Milano, per la prima volta a Bolzano. Diretta da Luigi Carini e formata da un cast di attori di primo piano – Antonella Petrucci, Carlo Lombardi, Mercedes Brignone – non convinse con Inventiamo l’amore di Giuseppe Achille e Bruno Corra e La volata di Dario Niccodemi, ottenne parziali consensi con Il cascinale, novità di Adami.

 

Mancano le fonti giornalistiche relative agli spettacoli della compagnia del Teatro Eliseo di Roma, anche perché si confrontò con una serie di testi che, a esclusione di Daniele tra i leoni di Guido Cantini, avrebbero potuto sollevare obiezioni per il loro anacronismo (La moglie ideale di Marco Praga e La bella avventura di Robert de Flers e Gaston de Caillavet), oppure per il contenuto scandaloso presente ne La professione della signora Warren di George Bernard Shaw, recitata da Sarah Ferrati e Paolo Stoppa.

 

Se la prosa diede risultati poco soddisfacenti, con la lirica la situazione si capovolse. L’annuale stagione di primavera fu preceduta da uno spettacolo che diventò evento per la qualità artistica, ma soprattutto per la tipologia di pubblico presente in sala. La cultura della scena si coniugò nuovamente con lo spirito della guerra, anche se forse sarebbe più corretto invertire l’ordine dei termini, perché alla manifestazione parteciparono «i gloriosi soldati feriti e reduci dai pari fronti di combattimento degenti negli ospedali di Bolzano e Merano», ai quali fu dedicata Madama Butterfly. Fu una messinscena sontuosa. Il complesso lirico occupò quattro vagoni ferroviari per trasportare l’attrezzatura scenica. Prima della rappresentazione furono distribuiti ai «gloriosi reduci» fiori e bibite. L’esecuzione del capolavoro pucciniano, affidata all’orchestra del maestro Corrado Benvenuti, coinvolse l’auditorio grigio-verde nel gioco delle emozioni, «fece breccia nel cuore» dei militari, trascinati dalla voce di Iris Adami Corradetti nella parte del titolo.[22]

 

Il Teatro Verdi si presentò esaurito in ogni ordine di posto anche per le rappresentazioni della stagione lirica, a partire da Elisir d’amore di Donizetti con il soprano Lyana Grani e il tenore Emilio Renzi protagonisti alla pari dell’orchestra di Fratini, per proseguire con il verdiano Rigoletto. Pur mancando nel cast nomi altisonanti, si misero in luce, tra gli altri, le voci del baritono Giovanni Inghilleri, del soprano Clara Fredrani e del tenore Mario Filippeschi.

 

Quando il podestà Alfredo Clavarino, presidente della Deputazione Teatrale, scrisse alla Federazione nazionale fascista industriali dello spettacolo-Ufficio assistenza per il Teatro lirico, la consueta relazione usò poche e chiare parole: «L’esecuzione delle opere in cartellone ha pienamente soddisfatto tutta la cittadinanza tanto che su dieci rappresentazioni si ebbero dieci esauriti». Aggiunse che la stagione ha avuto «esito finanziario soddisfacente, tenuto conto del periodo di emergenza […] ed i prezzi bassi attuati allo scopo di offrire gli spettacoli al maggior numero di pubblico possibile».[23]

 

Gli attori della compagnia Teatro di Venezia furono gli ultimi a calcare Il palcoscenico del Teatro Verdi. Intrattennero la platea con commedie popolari di successo, tra cui I balconi sul Canal Grande di Alfredo Testoni, Il burbero benefico di Carlo Goldoni (fig. 10) e La sposa segreta di Giovanni Cenzato, con le quali si chiuse il ciclo di spettacoli della stagione 1942–1943.

Nel corso dell’estate ci furono proiezioni cinematografiche, bruscamente interrotte dall’esplosione di una bomba alleata, orientata verso la vicina stazione ferroviaria, che danneggiò la struttura dell’edificio (fig. 11-13). Era il 2 settembre. Altre ne seguirono nei mesi successivi e diedero il colpo di grazia ad un corpo ormai agonizzante, il cui scheletro pietrificato rimase in piedi per diversi anni.



[1] G. BARBLAN, L’inizio dell’anno teatrale, “Atesia Augusta”, I (1939) n. 8, p. 53. Il consumo dello spettacolo, compreso il cinema a Bolzano durante la guerra è argomento di un saggio di G, PEREZ, A teatro per dimenticare – Arte, spettacoli e divertimenti dal 1940 al 1943, in Non abbiamo più caffè. Bolzano 19401943: una città in guerra, a cura di F. MIORI e T. ROSANI, Bolzano 2003, vol. I, pp. 155–208.

[2] “La Provincia di Bolzano”, 24 ottobre 1939, p. 3. Di qui in avanti sarà siglato “PBz”.

 

[3] Vedi l’elenco delle compagnie minime in G. PEDULLÀ, Il teatro italiano nel tempo del fascismo, Corazzano (Pisa), 20092, p. 272.

[4] “PBz”, 6 ottobre 1940, p. 5

[5] “PBz”, 15 novembre 1940, p.5

[6] “PBz”, 19 novembre 1940, p. 6.

[7] “PBz”, 1 febbraio 1941, p. 5.

[8] “PBz”, 6 aprile 1941, p. 5.

[9] Regesti Teatrali, I, 16, Contributi statali anno teatrale 1940–1941.

[10] G. BARBLAN, Cronache del teatro e della musica, “Atesia Augusta”, III (1941), pp.45–46.

[11] Siro Angeli, anche poeta narratore e sceneggiatore, aveva vinto nel 1937 un’edizione dei Littoriali, i concorsi annuali ai quali partecipavano soprattutto universitari del G.U.F. e neolaureati, con La casa, primo tassello della cosiddetta ‘trilogia carnica’, poi completata da Mio fratello, Il ciliegio e Dietro di noi.

[12] Sulla figura e la vita di Cianci Gatti (pseudonimo di Luigi Gatti), poliedrico uomo di spettacolo applaudito da platee nazionali e internazionali, vedi la monografia di S. OTTONI, Suonate pure! Io ho suonato abbastanza…Cianci Gatti. Il racconto di una vita, Bolzano 2007.

[13] G. BARBLAN, Cronache del teatro e della musica, “Atesia Augusta”, III (1941), pp.45–46.

[14] “PBz”, 18 novembre 1941, p. 4.

[15] Vedi G. BARBLAN, Cronache del teatro, “Atesia Augusta”, IV (1942), n.1, pp. 33–34.

[16] “PBz”, 18 febbraio 1942, p. 4.

[17] “PBz”, 3 maggio 1942, p. 3

[18] “PBz”, 29 maggio 1942, p. 3.

[19] Vedi G. BARBLAN, Cronache del teatro e della musica, “Atesia Augusta”, (V) 1942, nn. 9–10, p. 45.

[20] G. BARBLAN, Cronache del teatro e della musica, “Atesia Augusta”, V (1943), nn.3–4, p 44.

[21] “PBz”, 6 marzo 1943, p. 5.

[22] “PBz”, 26 marzo 1943, p. 5.

[23] Regesti Teatrali, VIII, 5, Teatro Verdi. Stagione lirica di primavera 1943.


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