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Danser entre ciel et terre. Le maître à danser du Quattrocento, sa technique et son art


487 pp., euro 56,00
ISBN 978-2-406-09249-0

Le specificità, le metodologie, i meriti e le possibilità di ulteriori approfondimenti che contraddistinguono questo volume, tratto dalla tesi dottorale di Ludmila Acone, ricercatrice associata del LaMOP (Laboratoire de médiévistique occidentale de Paris), sono illustrati e opportunamente posti in risalto da Jean-Philippe Genet nella sua prefazione (pp. 7-11).

Lo studioso sottolinea, anzitutto, come la storiografia francese, propensa da tempo a fare interagire documenti scritti e iconografici per comprendere il passato, abbia riservato finora poche attenzioni al ruolo sociale e comunicativo della musica e della danza nel Medioevo. Ruolo che Acone indaga, in rapporto alla società cortigiana italiana, attraverso un’accurata analisi lessicale e semiotica delle testimonianze scritte e iconografiche sull’arte coreutica del XV secolo, epoca in cui Domenico da Piacenza, Antonio Cornazzano e Guglielmo Ebreo da Pesaro registrarono e formalizzarono nei loro trattati le prassi di danza quattrocentesche.

Pratica e teorizzazione del ballo nobile nelle corti padane, di Urbino e di Napoli sono dunque l’oggetto dell’indagine proposta, che si estende al contesto repubblicano fiorentino a motivo dell’analoga funzione rappresentativa che questo rivestì nelle feste d’età laurenziana e dei contatti del Magnifico con Guglielmo Ebreo e con il fratello di quest’ultimo, Giuseppe, titolare di una scuola di danza nella città gigliata (pp. 165-166).

Nell’introduzione (pp. 17-24) Acone dichiara la volontà di attenersi alle testimonianze scritte e figurative inerenti alle esibizioni coreutiche per comprenderne le occasioni e le modalità d’esecuzione. Tenendo parimenti conto delle caratteristiche del quadro politico dell’epoca in esame, l’esercizio della danza quale rappresentazione artistica dell’ordine vigente a corte emerge così con chiarezza nella trattazione, e si evidenzia come in funzione di ciò fossero orchestrati nelle residenze dei principi gli spazi, le precedenze e i comportamenti dei danzatori. A determinare tale organizzazione del cosmo cortigiano fu un più ampio discorso sul valore del corpo, strumento della comunicazione della nobiltà dello spirito, ma anche misura del mondo, in un Rinascimento che andava ponendo l’uomo al centro dell’armonia terrestre, celeste, temporale e assoluta del creato.

Conseguentemente, Acone fa del corpo in movimento l’oggetto della sua indagine e rimarca l’importanza dell’esperienza pratica della danza quale metro di verifica della validità delle interpretazioni delle fonti, delle metodologie impiegate e finanche delle proposte ricostruttive delle prassi coreutiche rinascimentali. Tale approccio, secondo l’autrice, mantiene i piedi dello studioso ancorati alla “terra” della fattibilità esecutiva delle interpretazioni della documentazione e insieme ne guida il pensiero verso il “cielo” dell’aspirazione all’ideale e al “bello” che ispirò i maestri di ballo quattrocenteschi, consentendo così di dancer l’histoire (p. 24).

La prima parte del volume (pp. 25-79) propone un excursus storiografico da la tradition à la danse savante, ossia una contestualizzazione delle notizie sul ballo reperibili nei testi letterari dell’età precedente alla composizione dei trattati di danza – dalle ballate trecentesche alla Divina Commedia, agli intrattenimenti danzanti del Decameron, fino al Liber Saporecti di Simone Prudenzani (1415) –, volta a comprendere le varie declinazioni dei termini “ballo tondo”, “ridda”, “riddone”, “tresca”, “carola”, “rigoletto”. Tale percorso conduce il lettore fino al secolo XV quando, secondo Acone, queste forme tradizionali di danza vennero fatte proprie e normalizzate dalla società cortigiana, trovando posto nel cerimoniale delle feste principesche: entrate trionfali, banchetti, giostre, festeggiamenti nuziali. 

Alla metà del Quattrocento furono Domenico da Piacenza e Antonio Cornazzano a descrivere nel De arte saltandi et choreas ducendi e nel Libro dell’arte del danzare come durante la loro epoca si elaborò una teoria e una formalizzazione delle prassi coreutiche, creando le permesse per l’émergence du maître à danser, fenomeno cui è dedicata la parte seconda della pubblicazione (pp. 81-156). Ripercorrendo le carriere dei due maestri, Acone ne raccoglie le notizie biografiche, inquadra il loro ruolo nelle corti di Ferrara e di Milano e analizza il modo in cui essi cercarono di nobilitare il proprio operato nelle pagine dei rispettivi trattati; pagine efficacemente comparate con quelle del De pratica seu arte tripudii vulgare opusculum di Guglielmo Ebreo nella terza parte dell’opera (pp. 157-235). Qui si considera sotto una luce nuova la relazione tra danse et humanisme, valutando le possibili letture da parte dello stesso Guglielmo degli scritti umanistici e delle riflessioni coeve sulla Fisica e dell’Etica di Aristotele in vista di una definizione ipotetica della danza quale strumento di conoscenza esperienziale della misura del mondo, fondata sulla ripetizione dei gesti e sulla loro corrispondenza ai tempi e alle armonie musicali, oltre che agli spazi delle esibizioni. In questa attività conoscitiva l’uomo, servendosi al meglio della fisicità e dello spirito, può perfezionarli e giungere a un perfetto stato di salute, che Acone prova a riconsiderare anche in relazione alle attuali conoscenze fornite dalle neuroscienze sul rapporto corpo-intelletto-linguaggio e sulle benefiche sollecitazioni che vi possono giungere dalla musica e dal moto.

Nella quarta e ultima parte del saggio, è riunita un’ampia documentazione sulla danza: didascalie sceniche di sacre rappresentazioni fiorentine e immagini di affreschi, cassoni nuziali, deschi da parto, miniature, stampe.

Negli annexes del volume si pubblica, infine, una ricognizione dei testimoni manoscritti che tramandano le opere dei tre maestri di ballo (pp. 354-374) e la traduzione in francese dell’autobiografia artistica di Guglielmo Ebreo (375-382), edita nel 1983 da Alberto Gallo per «Studi musicali» (II, pp. 189-202).    

Il lettore rimane positivamente colpito dalla metodologia di ricerca impiegata. Se l’inquadramento della danza in una considerazione più ampia del mondo cortese e dell’apporto dell’Umanesimo alla discussione quattrocentesca sul posto dell’uomo nel cosmo risulta perfettamente funzionale alla definizione dell’oggetto di studio, ossia il corpo danzante nei contesti fisici e sociali dell’universo aristocratico italiano del primo Rinascimento, alcuni approfondimenti sui temi trattati sarebbero stati però graditi. È poco chiaro, ad esempio, come l’analisi dei cenni alle danze nei manoscritti delle sacre rappresentazioni fiorentine possa ampliare le conoscenze sul ballo nelle corti italiane, visto che tali spettacoli erano generalmente prodotti in contesti differenti da quelli delle residenze principesche e per finalità pedagogiche lontane dalle esigenze d’intrattenimento dei cortigiani. Le considerazioni sulle fonti iconografiche – Acone ne riunisce ben settantasei, fornendone sempre accuratamente l’indirizzo on line di riferimento – sembrano più descrittive che esplicative, talora poco propense a considerare il loro abito d’uso e di produzione. Anche il legame tra danza ed esibizioni di abilità cavalleresche, come giostre e tornei, sarebbe stato da indagare più puntualmente, magari in relazione alle contemporanee produzioni di trattati sulle arti militari, cui giustamente Acone fa riferimento. Si notano anche talune imprecisioni nell’analisi di alcune feste in cui la danza ebbe un ruolo eminente, come la mascherata mitologica ferrarese voluta da Leonello III d’Este nel 1433, analizzata nelle sue modalità esecutive da Domenico Giuseppe Lipani (Devota magnificenza. Lo spettacolo sacro a Ferrara nel secolo XV [1428-1505], Roma, Bulzoni, 2017) o la celebre Festa del Paradiso di Leonardo da Vinci, inscenata a Milano il 13 gennaio 1490, della quale Paola Ventrone (Modelli ideologici e culturali nel teatro milanese di età viscontea e sforzesca, in Prima di Carlo Borromeo. Lettere e arti a Milano nel primo Cinquecento, a cura di E. Bellini e A. Rovetta, Roma, Bulzoni, 2013, pp. 247-282) ha finemente analizzato gli interventi danzati, orchestrati per rappresentare un’ambasceria diplomatica.

L’assenza delle informazioni segnalate è, però, probabile indizio di una diversità di approccio storiografico all’arte coreutica, qui studiata maggiormente nelle sue valenze sociali e come oggetto di riflessione trattatistica. Il volume offre, pertanto, una lettura essenziale per comprendere il ruolo e la funzione sociale della danza e dei suoi maestri nell’Italia del Quattrocento. 



di Claudio Passera


Danser entre ciel et terre. Le maître à danser du Quattrocento, sa technique et son art

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