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Roger Chartier

Le migrazioni dei testi.
Scrivere e tradurre nel XVI e XVII secolo

Roma, Carocci, 161 pp., euro 16,00
ISBN 9788829000685

L’ultimo volume a firma di Roger Chartier, uno dei maggiori studiosi di storia del libro e della lettura, segue il percorso di mirate “migrazioni” testuali: pubblicazioni, rappresentazioni, traduzioni e adattamenti (queste le quattro categorie in cui sono suddivisi i rispettivi capitoli) di alcuni volumi storicamente rilevanti. Di ciascun processo Chartier identifica gli “attori”: dai copisti ai traduttori, dai censori agli editori, ossia tutti coloro che hanno dato il proprio contributo al testo materiale, senza mai perdere di vista il contesto nel quale tale testo si inscrive.

Attraverso la ricostruzione della vicenda storica delle opere prese in esame, si analizzano i valori etici ed estetici della letteratura e dell’editoria tra Sei e Settecento. Un ambito, questo, già affrontato in passato dallo studioso: si pensi a In scena e in pagina (Milano, Bonnard, 2001), saggio incentrato sul rapporto tra editoria e teatro, o a La mano dell’autore, la mente dello stampatore (Roma, Carrocci, 2015) dedicato al processo di pubblicazione nell’Europa di Antico regime.

Il percorso di ciascuna “migrazione” è complesso: al cambiamento di dispositivo corrisponde una modifica di codici e linguaggi al punto che la pubblicazione, la traduzione o l’adattamento risultano essere delle vere e proprie riscritture condizionate dal contesto in cui sono state realizzate e dai loro esecutori. Lo studioso, che si ricollega alla corrente storiografica dell’École des Annales, individua così con efficacia i nessi esistenti tra storia della cultura e storia sociale.

Un esempio è la Brevissima relazione della distruzione delle Indie, saggio storico di Bartolomé de Las Casas stampato per la prima volta a Siviglia nel 1552, che illustra le violenze perpetrate dagli spagnoli nei confronti degli indigeni. Nel primo capitolo Chartier ne segue le vicende editoriali fino ai primi decenni dell’Ottocento. Il testo fu ripubblicato almeno sette volte in diversi luoghi ed epoche. Così, mentre le traduzioni coeve evidenziano l’atteggiamento dispotico degli spagnoli e mentre l’edizione di Francoforte 1598 è corredata da incisioni che raffigurano gli indios come moderni martiri, la riedizione francese di un secolo dopo (Parigi, 1699) inserisce l’opera nel genere dei racconti di viaggio sulle bellezze del Nuovo Mondo, con titolo modificato ad hoc (La découverte des Indes Occidentales). Solo all’inizio dell’Ottocento il testo di Las Casas tornerà al suo significato originario di “denuncia”; non a caso all’epoca delle guerre di indipendenza delle colonie spagnole contro la madrepatria.

Il secondo capitolo narra le vicende della commedia Fuente Ovejuna di Lope de Vega, che porta in scena la rivolta avvenuta nel 1476 nell’omonima città andalusa, quando i cittadini si ribellarono al loro signore. Il drammaturgo attinge da una cronaca storica, da cui si discosta all’occorrenza al fine di rendere la narrazione più adatta alla rappresentazione. Mutato ad arte è lo stesso finale che, a favore della ricomposizione dell’equilibrio, condanna la ribellione all’autorità costituita.

Nel terzo capitolo è analizzato l’Oráculo manual y arte de prudencia del gesuita spagnolo Baltasar Gracián (1647), una raccolta di aforismi che offriva consigli utili per avere successo nella complessa società barocca. Amelot de La Houssaye, che tradusse il testo in francese, aggiunse un’accezione cortigiana all’opera, ripubblicata con l’eloquente titolo L’homme de cour (1684). Il volume circolò in tutta Europa in questa traduzione e con questo significato fino al 1730, anno in cui il gesuita Joseph de Courbeville ne realizzò un’altra, programmaticamente più “neutra” della precedente.

Il quarto capitolo indaga la Vida do grande Dom Quixote de la Mancha e do gordo Sancho Pança, opera per marionette su testo di Antônio José da Silva messa in scena nel 1733 al Teatro do Bairro Alto di Lisbona. Il testo si inscrive a pieno titolo tra i numerosi adattamenti teatrali della seconda parte dell’opera di Cervantes (1615), ma non è solo all’opera spagnola che il drammaturgo si ispira: quando don Chisciotte e Sancho arrivano sul Monte Parnaso l’exemplum è quello del viaggio sulla favolosa altura di Cesare Caporali (1582). Da Silva inserisce inoltre tratti comici che giocano con le caratteristiche del teatro di marionette di sughero di Lisbona (che avrebbero una certa somiglianza, non menzionata da Chartier, con i pupi siciliani). Il passaggio di genere da romanzo a opera teatrale, processo che ha interessato molti dei capolavori della letteratura mondiale, crea delle necessità strettamente collegate all’utilizzo pratico in cui l’autore dell’adattamento diviene autore di inserti propri.

L’ultimo saggio della raccolta costituisce un epilogo fuori tempo, quasi una parabola sul concetto stesso di autorialità, trattando del racconto scritto nel 1944 da Borges Pierre Menard (autore del Don Chisciotte). Lo scrittore argentino immaginò che un autore francese volesse riscrivere parte del capolavoro di Cervantes componendo non un altro Chisciotte ma il Chisciotte. È qui enunciata un’estetica creativa diversa da quella romantica basata sull’originalità a tutti i costi, là dove si pone l’attenzione sulle «relazioni mobili, instabili, fra i testi e i “nomi d’autore” ai quali sono attribuiti» (p. 97).

Chartier ci invita a non separare la storia dei testi dal loro contenuto, a tenere sempre presenti le modalità di circolazione e ad analizzare qualsiasi intervento su un’opera in chiave autoriale. L’importanza e il valore del testo scritto e dell’oggetto libro vanno ribaditi a gran voce oggi, in un mondo sempre più votato al virtuale, sia nell’atto di scrittura che in quello di lettura.

di Antonia Liberto


Le migrazioni dei testi

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