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William John Thomas Mitchell

Scienza delle immagini. Iconologia, cultura visuale ed estetica dei media


Monza, Johan & Levi, 2018, 276 pp., euro 27,00
ISBN 978-88-6010-199-0

«1) È possibile anche solo concepire una “scienza delle immagini”? […]. 2) Posto che esista una scienza delle immagini, di quale tipo di scienza dovrebbe trattarsi? Una scienza sperimentale come la fisica o la chimica, oppure storica come la paleontologia e la geologia? […]. 3) Se mai esistesse una scienza delle immagini, quale utilità avrebbe per le altre scienze?» (p. 34).

Sono queste le domande da cui traggono origine le riflessioni di William John Thomas Mitchell sui possibili metodi di osservazione e analisi delle immagini. Rispetto alla “via interpretativa” solitamente adottata per le arti e per le discipline umanistiche, ­lo studioso propone un’«indagine empirica» (p. 34) o, addirittura, una «modellazione astratta, razionale o persino matematica» (p. 34).

Il volume originale, dato alle stampe nel 2015 con la University of Chicago Press (Image Science. Iconology, Visual Culture and Media Aestetics), viene considerato un nuovo importante tassello per la “svolta” epistemologica della pictorial turn di cui Mitchell può essere ritenuto uno dei padri fondatori. Dalle prime analisi raccolte dallo studioso nel testo seminariale Picture Theory. Essays on Verbal and Visual Representation (1994), la Visual Culture ha visto l’emergere graduale di una nuova attenzione verso le forme iconiche anche in ambiente italiano: tra i contributi più consistenti e sistematici si segnalano quelli di Antonio Somaini e Andrea Pinotti, autori del recente volume Cultura visuale: immagini, sguardi, media, dispositivi (Torino, Einaudi, 2016).

La versione in lingua italiana del lavoro di Mitchell – la cui traduzione porta la firma di Federica Cavalletti – oltre a confermare la rilevanza del testo, consente a un pubblico più ampio di intraprendere, attraverso la lettura di sedici densi saggi, un viaggio lungo lo sviluppo delle forme iconiche ricco di rimandi da una disciplina all’altra: dalla pittura alla letteratura, dalla pubblicità alla filosofia. La scrittura, almeno nella versione italiana, si offre in una forma lessicale tutto sommato comprensibile per un pubblico di non addetti ai lavori.

Il volume si articola in due sezioni: Figure e Sfondi. Nella prima Mitchell propone di trattare le immagini come oggetti scientifici sottolineandone il funzionamento trasversale e interdisciplinare, capace di palesarne la centralità nei processi comunicativi. Nella seconda sezione le stesse immagini assumono consistenza nelle varie forme mediali che le ospitano e le incorporano. Si passa così dalle immagini migranti tra le varie discipline umanistiche alle icone che mostrano sé stesse alla luce di una nuova consistenza storica, inaugurando nuove forme sia di spettacolarità, sia di “spettatorialità”; nonché caricandosi, sulla ribalta dei più contemporanei teatri degli orrori, tanto di istanze propagandistiche quanto di condanna o di documentazione. Particolarmente interessante è la disamina sui Luoghi fondativi e spazi occupati (pp. 159-171), dove la dialettica figura-sfondo riporta all’ambiguità dei sistemi relazionali accolta nell’immagine gestaltica iconica del vaso di Rubin. «Di norma supponiamo sia una figura a occupare uno sfondo. Ma che succede quando lo sfondo stesso diventa la figura?» (p. 165)

È Mitchell stesso a tirare le fila delle sue riflessioni nella breve Coda. Per una scienza dolce delle immagini: «la scienza delle immagini proposta in questo libro è quella dell’“empirismo delicato” di Goethe e della “dolce scienza” di Blake […] che presenta la stessa attenzione all’osservatore e all’osservato, al soggetto e all’oggetto, ai quadri concettuali e ai dati empirici che essi organizzano» (p. 224). A due immagini viene affidato il compito di raccogliere le riflessioni sull’universo visuale, e non potrebbe essere altrimenti. Due «metapictures inattese» (p. 229) – a detta dello studioso stesso – quella della boxe e quella della saldatura colte nella loro dimensione estensoria e protesica mcluhaniana della mano e del braccio.

«Il guanto e la chiave inglese, allora, rappresentano il duplice ruolo della sfera delle immagini quale modalità di contatto tra persone e cose: 1) il suo ruolo di relazione intersoggettiva o comunicativa […]; 2) la sua funzione di relazione interoggettiva tra due cose, l’immagine e ciò che essa rappresenta, un rinsaldamento o un allentamento del legame rappresentazionale» (p. 229).


di Elisa Bianchi


La copertina

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