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Vincenzo Caporaletti

Introduzione alla teoria delle musiche audiotattili. Un paradigma per il mondo contemporaneo


Roma, Aracne Editrice, 2019, 380 pp., euro 26,00
ISBN 978-88-255-2091-0

La teoria delle musiche audiotattili si presenta come un modello per interpretare la realtà, la cognitività e le specificità culturali delle diverse musiche del mondo, sia scritte sia di tradizione orale o fissate su supporto fonografico. Il volume di Vincenzo Caporaletti si colloca in coda a un’ideale trilogia di monografie che parte da I processi improvvisativi nella musica: un approccio globale (Lucca, LIM, 2005) e prosegue con Swing e Groove: sui fondamenti estetici delle musiche audiotattili (Lucca, LIM, 2014), delineando un ampio lavoro di riflessione tassonomica compiuto dal musicologo.

Il saggio si articola in due parti: la prima più squisitamente teoretica e storica (Teorie) e la seconda (Ricerche) incardinata su cinque casi di studio corrispondenti ad altrettanti capitoli.

Nel primo capitolo Caporaletti, servendosi di strumenti estetici, antropologici e musicologici, descrive l’azione di un particolare medium cognitivo che chiama “principio audiotattile”. L’adozione di questa «funzione psico-corporea, nella sua identità non puramente materiale ma di medium che condiziona e indirizza gli esiti percettivi e cognitivi» (p. 41), come discriminante cognitiva permette di delineare una tassonomia delle musiche in base alla specifica efficacia formativa di conoscenza. Ci troviamo così davanti a una tripartizione fondamentale delle esperienze musicali: “musica di tradizione orale”, “musica di tradizione scritta” e “musiche audiotattili”. Quest’ultima categoria – di cui fanno parte anche il jazz, il rock, la musica pop e world – risulta essere la vera peculiarità dello studio del musicologo; essa, infatti, come spesso si ribadisce nel volume, permette di sottrarre il contesto speculativo alla consueta dicotomia oralità-scrittura. Quella di “musiche audiotattili” si identifica, così, come una vera e propria categoria antropologica, riconoscendo la centralità della consapevolezza culturale derivante dalla funzione del medium della registrazione-riproduzione fonografica; è proprio tale caratteristica, infatti, a essere assunta come tratto distintivo fondamentale tra le musiche di tradizione orale e le musiche audiotattili. Viene di conseguenza presentato un nuovo concetto determinato dagli esiti estetici dell’azione di riproduzione fonografica: quella cosiddetta Codifica Neo-auratica che conserva un implicito riferimento dialettico al concetto di “aura” di Walter Benjamin.

Il secondo capitolo, di taglio più filosofico, indaga la presenza della “matrice cognitiva audiotattile” nella storia della cultura occidentale, dalla metis pre-aristotelica alla dottrina «antivisiva» (p. 128) di Giambattista Vico. Si osserva, nell’alternarsi delle epoche storiche, un costante rapporto dialettico tra matrice cognitiva visiva e matrice cognitiva audiotattile, nel loro permeare l’arte e la scienza della modernità. Secondo l’autore, la matrice cognitiva visiva, della quale «il Metodo cartesiano […] è la distillazione quintessenziata» (p. 138), si contrappone, infatti, a «modi più arcaici di organizzazione della conoscenza» che si possono chiamare audiotattili.

La seconda parte, di carattere più strettamente musicologico, dimostra le applicazioni della teoria formalizzata dall’autore in diversi campi. In particolar modo, viene approfondito il rapporto tra composizione e improvvisazione, ponendo una distinzione fondamentale tra “improvvisazione” e “estemporizzazione”. Secondo l’autore, entrambe queste azioni di creazione testuale-musicale in tempo reale si devono distinguere in base al loro rapporto con il modello, scritto o concettuale (una linea melodica, una progressione di accordi, un ritmo, ecc.), che il musicista conserva come riferimento durante il processo di creazione: l’improvvisazione, rispetto all’estemporizzazione, agisce direttamente sul modello modificandolo o aggiungendogli elementi. Le tematiche trattate vanno dalla prassi settecentesca dei partimenti alla musica di Darius Milhaud, fino ad arrivare alla musica jazz e d’avanguardia post 1950. Questa parte della trattazione si chiude con un capitolo interamente legato alla teoria del ritmo, nell’ottica dell’adesione estetica alla categoria delle musiche audiotattili.

Il volume di Caporaletti è, in definitiva, un’opera importante per chiunque voglia occuparsi di improvvisazione, testualità ed etnomusicologia, con la nuova consapevolezza del superamento della (spesso anche criticata) dicotomia oralità-scrittura nella classificazione dell’universo musicale. In special modo, si troveranno nella seconda parte del volume importanti suggerimenti applicativi della teoria in relazione alle più diverse culture musicali, spaziando dalla musica “classica” al jazz, al progressive rock, fino alla musica sperimentale. Caporaletti – che certamente richiede al suo lettore un’alta attenzione nella lettura e una profonda consapevolezza teorica e pratica della materia – fornisce innumerevoli spunti di ricerca e, non di rado, mette in discussione alcune certezze proprie della musicologia costruita sulla centralità della notazione musicale.

Introduzione alla teoria delle musiche audiotattili è soprattutto uno strumento che si offre allo studioso per promuovere un processo di valorizzazione e di analisi di musiche che si trasmettono con mezzi e pratiche alternativi rispetto alla mera mediazione notazionale, e attraverso contesti sociali e antropologici che richiedono uno studio e una terminologia dedicati e specifici.


di Ludovico Peroni


La copertina

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