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Katia Ippaso

L’isola che c'era: grandi maestri al Teatro Ateneo (1980-1995)


Roma, Editoria & Spettacolo, 2019, 266 pp., euro 18,00
ISBN 9788832068054

Il volume di Katia Ippaso traccia l’attività del Teatro Ateneo dell’Università “La Sapienza” di Roma nel quindicennio che va dal 1980 fino al 1995: un periodo di grande vivacità e sperimentazione in cui, sotto la direzione di un instancabile Ferruccio Marotti, i giovani studenti poterono giovarsi di momenti di incontro teorico e pratico con alcuni dei più grandi sperimentatori di teatro a livello internazionale. Una pubblicazione che può essere intesa come approfondimento ideale de Il Teatro dell’Università di Roma 1935-1958. Crocevia di teoresi e pratiche teatrali (Roma, Bulzoni, 2016) di Maria Grazia Berlangieri, libro in cui si ripercorreva l’attività del teatro universitario fin dalla sua fondazione.

L’opera ha il merito di riscoprire e valorizzare un altro tassello di quella felice esperienza romana che fa parte delle “buone pratiche” da documentare a futura memoria. Fin dalla sua nascita sotto il regime fascista, il Teatro dell’Università di Roma era riuscito a costituire attorno a sé un gruppo di promettenti giovani destinati ad avere successo nel teatro italiano degli anni a venire: attori quali Anna Proclemer, Giulietta Masina, Mario Scaccia, Nico Pepe e Marcello Mastroianni; drammaturghi e intellettuali come Gerardo Guerrieri.

Oltre a quella nata sulle rive del Tevere si possono annoverare altre esperienze analoghe degli stessi anni: dal fiorentino Teatrino di via Laura, che vide tra i suoi animatori Paolo Poli, Ilaria Occhini, Giorgio Albertazzi e Franco Zeffirelli, al milieu teatrale padovano in cui De Bosio studiava e metteva in scena Ruzante e dove si formò anche Ludovico Zorzi. Esperienze circoscritte che ebbero vita travagliata e spesso breve. Il teatro universitario di Roma, cambiando negli anni nome, direzione e intenti, è l’unico che possa vantare una considerevole longevità, intrecciando il suo operato con la storia sociale e politica della capitale.

Il libro è diviso in tre corposi capitoli. Il primo e il terzo seguono una struttura simile: ogni paragrafo descrive un’esperienza. Se nel primo capitolo si susseguono testimonianze su approcci ed esiti degli incontri con i “maestri della scena”, nell’ultimo i protagonisti sono gli esponenti del cosiddetto “Nuovo Teatro”. Nel secondo capitolo, invece, Ippaso individua come elemento comune della riflessione teatrale degli artisti ospiti il ricorso alle opere di Shakespeare.

Una scrittura fluida, quella della studiosa, che mescola testimonianza, racconto personale e documenti al limite del distacco scientifico. L’autrice riesce sempre, nell’accavallarsi di date, a seguire il filo conduttore descrittivo-analitico del fenomeno in esame. Uno stile capace di evocare immagini vivide che rende il volume di piacevole lettura. Evitando l’asettica cronologia, il testo raccoglie la traccia di un recente passato e lo restituisce all’oggi.

Lo squilibrio tra il primo e il terzo capitolo (centoquindici pagine vs trentasei) concentra l’attenzione del lettore sulle prime esperienze del Teatro Ateneo: dalla “Scuola di drammaturgia” di Eduardo De Filippo (che ebbe tra i suoi ospiti Carmelo Bene) al contemporaneo laboratorio sulle azioni corporee di Grotowski  fino all’incontro con Peter Brook; dall’Odin Teatret e il suo fondatore Eugenio Barba a Dario Fo con uno studio sulla maschera di Arlecchino a partire dalla figura di Tristano Martinelli; da Peter Stein con i lavori filologici su Eschilo e Cechov a Anatolij Vasil’ev nel segno di un progetto didattico sperimentale su Ciascuno a modo suo di Pirandello.

Si passa poi ai citati “affondi” shakespeariani: Eduardo prova a Roma la sua versione della Tempesta (1984), che traduce in napoletano e fa registrare (vincendo le sue riserve in merito alla strumentazione tecnologica), dando vita a un esperimento unico in cui il grande artista napoletano presta la voce a tutti i personaggi. La registrazione, nata a scopo didattico nell’ambito del progetto del Teatro Ateneo “Scrittori tradotti da scrittori”, diviene un vero e proprio spettacolo grazie all’intensità recitativa di Eduardo. Stein viene invece sollecitato da Marotti a riflettere sul Tito Andronico, creando un laboratorio sui temi della violenza e della lotta per il potere inizialmente rivolto a studenti e giovani attori, poi aperto alla partecipazione di grandi nomi: Eros Pagni, Raf Vallone, Paolo Graziosi e Maddalena Crippa.

Anche il Macbeth di Carmelo Bene fu provato al Teatro Ateneo (1996). Di questa esperienza rimangono un copione e soprattutto un video in due parti realizzato da Maurizio Grande e prodotto dal Centro Ateneo, preziosa testimonianza del lavoro beniano di riscrittura del classico. Sulla stessa opera si misurò anche un Vittorio Gassman ormai sessantenne; del suo lavoro sono conservate settantadue ore di registrazione e due video. Infine, va ricordata la ricerca su tema shakespeariano di Leo De Berardinis: un’incursione che al Teatro di Via delle Scienze non passò inosservata, accompagnata da un seminario universitario sulla “dizione in versi” (di cui esiste un parziale documento video) tenuto con lo stampo anti-accademico della sua “Scuola Viva”.

Infine si mette in sequenza le esperienze degli anni 1988-1995, testimoniando la continua attenzione di Marotti nel portare alla Sapienza i gruppi di ricerca più innovativi. Dal 1988 sono di casa nel teatro romano Magazzini Criminali, il gruppo formato da Marion D’Amburgo, Sandro Lombardi e Federico Tiezzi; Carlo Quartucci, già studente presso il Teatro Ateneo; e Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, con la loro poetica fatta di gesti per riflettere sul concetto di attesa.

Il volume termina qui. La storia romana di un centro di sperimentazione e studio legato all’Università è la prova che il legame a doppio filo tra studio e pratica teatrale può esistere e avere risultati eccellenti. Quella tra teoria e pratica scenica in Italia è una congiuntura che, ad oggi, non ha ancora sviluppato del tutto le sue potenzialità: il teatro di ateneo continua a esistere, sotto svariate molteplici forme, mediante gruppi isolati che a dispetto di ostacoli burocratici da qualche anno hanno cominciato a fare rete.


di Antonia Liberto


La copertina

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