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Franco Perrelli

Filosofie moderne del dramma antico


Bari, Edizioni di Pagina, 2019, 120 pp., euro 13
ISBN 978-88-7470-698-3

Il nuovo volume di Franco Perrelli raccoglie contributi editi rivisti e aggiornati e un inedito. «Il filo che collega questi saggi è la fitta interferenza estetica tra filosofia e drammaturgia, ma l’anima del filo è l’irradiazione costante del teatro classico nel pensiero e nell’immaginario scenico» (p. 7). Nella prefazione si anticipa la critica che potrebbe essere rivolta a questo tipo di indagine, sulla scorta degli studi di Jean-Pierre Vernant, ritenendo ideologica a priori l’esegesi filosofica della tragedia greca ma comunque foriera di sollecitazioni sul piano della speculazione estetica e della creatività. Principio condivisibile.

Nel primo saggio (pp. 11-20) è riproposta la vexata quaestio della catarsi aristotelica. Confrontando i riferimenti alla katharsis della tragedia (Poetica, 1449b, 24-28) e della musica (Politica, VIII) l’attenzione è focalizzata sulla fruizione dello spettacolo. Perrelli applica i due stadi della fruizione dell’arte – emotiva e cognitiva – teorizzati da Hans-Georg Gadamer in Verità e metodo (1960).

Partendo dalle fonti antiche sulla skené greca (De Architectura di Vitruvio, V.6.8; Onomasticon di Polluce, VI.131), nel secondo contributo (pp. 21-37) si indaga l’uso dei periatti ripercorrendo il funzionamento “prodigioso” di queste macchine illustrato nei Commentari di Egnazio Danti e nell’Adone di Giovan Battista Marino. La “maraviglia” dei periaktoi è enfatizzata nella Pratica di fabricar scene e machine ne’ teatri di Nicola Sabbatini (1637). Lo studioso analizza, in specie, la estesa introduzione all’edizione svizzero-francese del trattato dell’architetto pesarese firmata da Louis Jouvet (1942): una «apologia del teatro e della macchineria, della passione del mestiere della scena» (p. 26). Elena Povoledo, nella prefazione all’edizione romana della Pratica (1955), pur riconoscendo il merito di Sabbatini di aver dedicato la giusta attenzione alla meccanica teatrale, riconduce l’opera dell’architetto a una realtà provinciale, quella di Pesaro. Non paragonabile, a dire della studiosa, alle esperienze di Firenze e di Parma. Si pensi, infine, al Discours de la méthode di René Descartes (1637). «Attraverso la concretezza dei meccanismi scenici, Sabbatini ricompone la medesima scala universale richiamata da Descartes (fuoco, acqua, aria, astri, cieli), che, fondata sull’esistenza di Dio creatore, s’incrocia con l’opera dell’uomo» (p. 37). 

Il terzo saggio (pp. 39-51) si sofferma su Lessing teorico della tragedia. A partire dalle recensioni della Merope di Scipione Maffei (1713) e della Mérope di Voltaire (1743) nella Drammaturgia d’Amburgo Lessing mette in luce come Euripide fosse estraneo al coup de théâtre dell’agnizione presente nelle tragedie di Maffei e Voltaire. Rifacendosi inoltre al trattato Sulla poesia drammatica (1758) di Denis Diderot, il filosofo sottolinea la componente diegetica alla base della dinamica drammatica. Dalla conoscenza del mythos, reso noto dai prologhi informativi euripidei, sarebbe scaturita la giusta “tensione” teatrale. La drammaturgia sofoclea in cui riaffiora il passato ed erompe la catastrofe inaspettata confluirebbe poi in Ibsen. Quella euripidea in cui lo stupore è sostituito dall’immedesimazione si ritroverebbe in Brecht.  

È denso e complesso il contributo sull’Antigone di Kierkegaard (pp. 53-72). Lo scritto dedicato all’eroina sofoclea in Enten-Eller (1843) è un «abbozzo drammatico» (p. 55) in cui il patimento (liden) della protagonista non è riconducibile all’ambito del ghenos e della polis, bensì è interiore. In questo senso la “nuova Antigone” offre inusitate aperture drammaturgiche moderne. L’Antigone kierkegaardiana è introflessa. La sua incomunicabilità sarà il seme del dramma sia in Ibsen (Hedda Gabler in primis) sia in Strindberg.

Anche Hegel nella Fenomenologia dello Spirito si sofferma sull’Antigone greca che aveva precedentemente tradotto. Centrale qui è lo scontro tra stato e famiglia, legge umana e legge divina, uomini e donne, come è messo in valore nell’inedito quinto saggio (pp. 73-95). Antigone e Creonte si ritengono interpreti autentici di una legge oggettiva: ne deriva un dramma dell’incomunicabilità in chiave epocale secondo Hegel, individuale in Kierkegaard. Il conflitto tragico tra due sistemi di leggi struttura la tragedia moderna. Si pensi a Casa di Bambola di Ibsen. Il precursore tragico di Nora è Antigone. 

Chiude il volume L’Orestea di Strindberg (pp. 97-118) in cui la tragedia Il padre è intesa come una Orestea naturalistica. Nelle intenzioni dell’autore l’opera faceva parte di una trilogia sul tema del matriarcato pensata nella scia degli studi dell’etnologo francese Charles Letourneau. Così la Laura di Strindberg è una potenziale Clitemnestra e rappresenta la conflittuale questione dell’emancipazione femminile, cruciale per l’epoca.

Un volume breve e denso, in cui concinnitas e gravitas necessitano di una lettura attenta. Una pubblicazione rivolta agli specialisti che verranno stimolati da «idee non essenziali perché fondate, bensì perché suggestive e dinamiche» (p. 7).


di Diana Perego


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