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Music, Text, and Culture in Ancient Greece

A cura di Tom Phillips, Armand D’Angour

Oxford, Oxford University Press, 2018, 279 pp., £ 65,00
ISBN 9780198794462

Il volume a cura di Tom Phillips e Armand D’Angour ripropone la vexata quaestio della relazione tra musica e poesia nell’antica Grecia. L’indagine è rivolta con apprezzabile sensibilità performativa sia ai poemata, siano essi inni o liriche, sia ai testi teorici antichi nei quali è trattata questa profonda interazione. Lo studio si pone quindi sulla scia dell’opera Apollo’s Lyre. Greek Music and Music Theory in Antiquity and the Middle Ages (Lincoln, University of Nebraska Press, 2000) di Thomas Mathiesen.

Il testo si compone di due parti: Interpretation (pp. 17-135) e Theory, Reception, Contexts (pp. 139-255). Nella prima sezione sono proposte letture originali che evidenziano la musicalità delle poesie di autori noti come Omero e Pindaro e meno celebri come Mesomede. In Mesomedes’ Hymn to the Sun: The Precipitation of Logos in the Melos Stelios Psaroudakes evidenzia in modo convincente la componente musicale nell’inno del poeta cretese del I sec. d.C. È noto che inni, imenei, threnoi, peana e ditirambi fossero cantati e accompagnati dalla musica.

Se da un lato emergono colori sonori differenti nei componimenti poetici, dall’altro è elemento comune il connubio melos-logos. Un rapporto ontologico nella cultura greca che, se decodificato, aiuta nella conoscenza non solo del significato profondo delle opere ma anche dell’effetto emotivo sul pubblico. Aspetto non secondario. Va in questa direzione il contributo di Oliver Thomas Music in Euripides’ Medea (pp. 99-120). Una operazione complessa che necessita una comprensibile prudenza data la difficoltà nella ricostruzione degli aspetti musicali nei testi poetici e drammatici.

Nella seconda parte i saggi si concentrano sul potere riconosciuto e criticato della musica nelle opere teoriche degli antichi. Platone (Anastasia Erasmia Peponi, Lyric Atmospheres: Plato and Mimetic Evanescence, pp. 163-181), Aristotele (Pierre Destrée, Aristotle on Music for Leisure, pp. 183-202), Plutarco (Andrew Barker, Disreputable Music: A Performance, a Defence, and their Intertextual and Intermedial Resonances. Plutarch Quaest. conv. 704c4-705b6, pp. 233-255) e altri scrittori-filosofi del periodo ellenistico e imperiale riconoscono le implicazioni etiche della musica. Costante è infatti la preoccupazione degli antichi di comprendere e quindi di controllare l’effetto psicagogico della techne musikè.  

Sulla base del presupposto opinabile che il testo teatrale non sia poetico mancano nel volume indagini specifiche sulla relazione tra dramma greco e musica. Fa eccezione il saggio di Naomi Weissnche sull’accompagnamento musicale della syrinx nelle tragedie di Euripide (Hearing the Syrinx in Euripidean Tragedy, pp. 139-162). Ricordiamo della stessa autrice il recente volume The Music of Tragedy. Performance and Imagination in Euripidean Theater (Oakland, University of California Press, 2018) sulla componente armonica della drammaturgia euripidea.

Del resto il legame musica-teatro nella civiltà greca è genetico: si pensi alla complessa questione delle origini. L’importanza della fruizione uditiva del dramma è inoltre comprovata sia dall’esigenza di una acustica (φωνή) adeguata nell’edificazione dei theatra, sia dalla sensibilità per la sonorità, intesa come μελοποιία, presente nei testi. Come è noto, Aristotele nella Poetica afferma che la musica è l’ornamento maggiore della tragedia (ἡ μελοποιία μέγιστον τῶν ἡδυσμάτων, Arist. Poet. 1450b 16) e una delle sue parti costitutive. Non solo nei drammi antichi erano suonati la lira, la cetra e l’aulòs, ma la stessa drammaturgia includeva parti recitate negli episodi e parti cantate negli stasimi. Anche la parola stessa sia tragica sia comica aveva e conserva ancora oggi la commuovente musicalità della poesia.

Chiudono il volume una ricca bibliografia aggiornata e l’indice dei nomi. 



di Diana Perego


La copertina

cast indice del volume


 



 
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