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Il mito di Diana nella cultura delle corti. Arte letteratura musica

A cura di Giovanni Barberi Squarotti, Annarita Colturato e Clara Goria

Firenze, Olschki, 2018, 456 pp., euro 39,00
ISBN 9788822265357

Dopo un approfondimento su Le cacce reali nell’Europa dei principi la collana “La civiltà delle corti” del Centro Studi delle Residenze Reali Sabaude prosegue con un volume dedicato a Diana, sotto il cui nume sorse, poco dopo la metà del Seicento, la Venaria Reale di Torino. Grazie al programma iconografico stilato da Emanuele Tesauro – responsabile dell’ideazione dei cicli decorativi per le residenze ducali e degli apparati effimeri per gli eventi festivi – la reggia divenne il “racconto” per immagini del mito della Dea e della sua trasfigurazione sub allegoria. Divinità lunare protettrice della caccia, Diana occupava in quegli stessi anni un posto di rilievo nel linguaggio metaforico condiviso dalle corti europee di Antico Regime. Grazie alle sue virtù appariva adatta a trasmettere alcuni princìpi cardine della autorappresentazione del potere: l’integrità morale del principe, la sovranità come prerogativa congenita e connaturata alla classe regnante, l’uso legittimo della forza.

Da qua lo sguardo multidisciplinare e attento all’Europa adottato nei saggi raccolti da Giovanni Barberi Squarotti, Annarita Colturato e Clara Goria. Un’indagine attenta alla fortuna del mito nella lunga durata, come dimostra la prima sezione del volume, Dall’antichità alla civiltà delle corti, e l’ultima, Sguardi tra Sette e Novecento. Vi si affrontano tematiche come il rapporto della Dea con la luna nella letteratura antica (Gioachino Chiarini); la sua presenza nelle opere di Boccaccio (Luigi Surdich); il suo carattere ambiguo, legato alla morte e alle potenze della notte, ma anche alla contemplazione e alla sapienza filosofica, senza dimenticare l’identificazione con Lucina, patrona delle nascite e delle nutrici (Rinaldo Rinaldi). Divinità proteiforme, nel primo Cinquecento Diana fu iscritta entro più ampi programmi di rappresentazione astrologica sia in virtù del ricordato legame con la luna, sia come simbolo dell’acqua. Eccola allora dipinta da Peruzzi alla Farnesina nell’oroscopo del mecenate Agostino Chigi e inserita da Raffaello nelle invenzioni per i mosaici della cappella della famiglia senese in Santa Maria del Popolo a Roma. Protagonista di imponenti apparati pittorici, divenne tutrice della castità della badessa Giovanna da Piacenza e si trasfigurò in chiave filosofica e contemplativa: da oggetto di ardite identificazioni con la Trinità e con la Vergine in emblema della sapienza esoterica nella ricerca spirituale della verità (Stefania Lapenta).

La sua fortuna proseguì nel Sette-Ottocento affascinando, ad esempio, Foscolo e Leopardi (Francesca Fedi), ma anche i ritrattisti francesi come dimostrano i molti quadri «en diane» (Alessandro Malinverni). A lei si ispirò un interprete come Pompeo Batoni che, in sintonia con il mondo poetico dell’Arcadia e con la cultura antiquaria del tempo, attinse al mito per quadri da stanza, pitture di storia, dipinti di paesaggio (Liliana Barroero). E nonostante le aspre critiche ai soggetti mitologici e la polemica romantica a favore di una più autentica modernizzazione del genere storico, la ritroviamo nelle pitture di Felice Giani per le dimore patrizie tra Faenza, Forlì e Bologna e nelle creazioni dei giovani artisti piemontesi di cultura accademica (Monica Tomiato). Continuando nel tempo a prestarsi ad attualizzazioni, riscritture e variazioni fino alle odierne trasposizioni pop (Michele Dantini).

Le variazioni del mito intrigarono dunque gli artisti su più fronti, come dimostrano le indagini della seconda sezione: Le corti italiane e la corte di Francia. Il motivo del bagno con le ninfe, del disvelamento e della seduzione del corpo femminile, la rappresentazione degli “affetti” e il tema delle metamorfosi, tra cui quella di Atteone, ben si adattavano ai modelli etico-comportamentali di quel mondo cortigiano nel quale erano ancora vivi gli ideali cavallereschi di impronta medievale. Basti pensare al tema eroico-amoroso riletto in chiave cortigiana da Parmigianino nella Rocca Sanvitale di Fontanellato (Elisabetta Fadda) o alle tipologie, più misteriose ed esoteriche, che nacquero nella Firenze di Francesco I dall’unione tra la Diana Efesia, la Dea Natura e antiche divinità femminili come Cibele e Iside (Valentina Conticelli). Ma la reinvenzione del mito passò anche attraverso gli apparati iconografici per le residenze del Lazio (Patrizia Tosini) e per la Francia di Luigi XIII (Delphine Trébosc e Céline Bohnert), mentre spicca la sua assenza nel mecenatismo estense (Sonia Cavicchioli).

A questi modelli, superandoli, si ispirò la reggia di Diana alla Venaria Reale. La cosa non sorprende. Nel presentarsi sulla scacchiera europea i Savoia scelsero la Dea come emblema della loro identità dinastica e politica. Casta e cacciatrice, evocava la virtù e la pietas religiosa dei “principi guerrieri” che “offrivano” il proprio stato alla cristianità come baluardo contro le eresie d’Oltralpe. La Venaria non era solo una residenza dall’erudito decoro classicheggiante, ma «una sorta di breviario per emblemi con funzione etica e politica» (p. X) che si dispiegava, attraverso oltre un centinaio di immagini, dalle decorazioni degli interni (Giovanni Barberi Squarotti e Clara Gloria) a quelle dei giardini (Paolo Cornaglia), per essere ripreso e amplificato nelle altre residenze sabaude (Sara Martinetti).

Ma il fascino di Diana si manifestò anche in un altro imprescindibile capitolo della cultura di Antico Regime: quello dei balletti di corte (basti evocare il nome di Viganò) e dell’opera in musica cui offriva la possibilità di introdurre effetti scenici sorprendenti. Un mito che si adattava a una favola boschereccia come Diana schernita, messa in scena a Roma nel 1629 (Michele Curtis); a un dramma per musica come La Calisto di Cavalli, rappresentato a Venezia nel 1651; al ventaglio di generi del Grand Siècle, spesso concepiti in contrapposizione ai modelli italiani (Jean Duron). Lo stesso mito era utilizzato per presenziare nozze di alto rango in Spagna (Leonardo J. Waisman) o per presiedere al mondo dei morti nella tradizione popolare (Febo Guizzi).

In conclusione, un libro che approccia in maniera originale e interdisciplinare il mito di Diana, sottolineandone il significato nella lunga durata. La ricerca di riscritture e attualizzazioni in diversi ambiti culturali (pittorico, scultoreo, letterario, filosofico, performativo) restituisce la complessità delle differenti, possibili chiavi di lettura.



di Lorena Vallieri


La copertina

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