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Avignon 1968 et le Living Theatre. Mémoires d’une révolution

A cura di Émeline Jouve

Montpellier, Deuxième époque, 2018, 232 pp., euro 19,00
ISBN 978-2-37769-036-7

I moti sociali e politici del maggio 1968 ebbero forse in Francia il loro apice e, a seguito delle manifestazioni parigine, registrarono una tensione ideologica particolare durante il XXII Festival d’Avignone tenutosi a luglio. Ponendo al centro gli spettacoli presentati in quell’occasione dal Living Theatre, questo volume intende rievocare gli eventi dalla memoria dei partecipanti e confrontarli con testimonianze attuali. 

Gli interventi qui pubblicati sono divisi in due parti principali: Mémoire(s) / Chroniques de spect-acteurs e Héritage(s) / Récits de re-créateurs. In apertura viene esposta la Définition du projet, seguita da una cronologia che ripercorre i fatti a partire dalla nascita del Festival di Vilar (1947). La Définition comprende la Declaration del Gruppo americano (pp. 27-28) emessa in seguito alla sospensione delle rappresentazioni. Del resto il libro è un continuo raffronto (se non scontro) fra i sostenitori del creatore del TNP e i suoi avversari riguardo alla partecipazione della compagnia di Julian Beck e Judith Malina

Attorno all’evento più significativo dell’edizione 1968, Paradise now (rappresentato in luglio), si intrecciano ricordi, opinioni e riflessioni che, oltre alla ricostruzione degli avvenimenti, mirano a fornirne un bilancio. Una valutazione aperta ai risultati delle tante iniziative sorte in Francia proprio nel cinquantenario, per ricordare quel momento “rivoluzionario” nato dall’incontro fra l’esperienza contestatrice del Living e l’istituzione vilariana. Il riepilogo si trova in Conclusions en devenir, appunti per un consuntivo rinviato al futuro. Il Cahier fotografico illustra i protagonisti degli spettacoli (Antigone, Mysteries and Smaller Pieces e Paradise now) e i loro spettatori.   

I ventidue testimoni della Sezione Mémoire(s) alternano punti di vista discordanti o affini, in una vasta gamma di sfumature. Così Philippa Wehle, allora studentessa americana ricercatrice sul Théâtre National Populaire, rammenta la propria posizione, divisa fra l’ammirazione del patron del Festival e l’originalità provocatoria del Living. Pure non avendo visto lo spettacolo, Wehle ricorda come il pubblico uscisse «désemparé par ce spectacle qui n’avait pasa de début, de milieu ni de fin» (p. 37). Un attore del Living, Hans Echnaton Chano, racconta lo svolgimento delle prove di Paradise now, l’intrecciarsi con gli altri spettacoli e le tre rappresentazioni programmate e poi interrotte. 

La lunga ricostruzione di Melly Touzoul Puaux, con osservazioni circostanziate sulle due parti (coautrice d’un documento cronologico sui fatti di quel periodo cruciale), comprende coraggiose affermazioni su ciò che pensa del gruppo: «Selon nous, le Living était devenu une troupe en déshérence qui ne savait plus quoi dire, ni dans quelle réalité elle était» (p. 66). Lucien Attoun ricorda la fede e l’entusiasmo d’una spettatrice che, chiamata dagli attori a improvvisare, non voleva smettere. La sua conclusione indica in Judith la vera anima del gruppo e giudica che «pour moi, après Antigone, le Living s’est perdu» (p. 74). 

Contro Vilar, nota Claude Eveno, si schieravano coloro che avevano rifiutato le scelte politiche del Partito comunista francese in collusione con quello sovietico. Il fatto che Vilar «empechait le public sans billet de rentrer dans les Carmes, mes copains et moi-même ne l’avons évidemment pas supporté […]. Paradise now était une épreuve au sens positif du mot, on vivait une sensation intense, à tout point de vue, physique, mental» (pp. 78-80). Per Jean-Guy Lecat, «68 à Avignon c’est la queue de Mai 68, c’est la fin d’un rêve. Quand on voit le Living, expulsé par le maire et obligé de partir avant la fin du Festival, on se dit vraiment que c’est la fin d’un rêve» (p. 81). L’intervista del contestatore più influente, Jean-Jacques Lebel (autore di Procès du Festival d’Avignon. Supermarché de la culture, Paris, Belfond, 1968), è fra le più estese e spazia dai motivi dello spostamento dell’impegno da Parigi ad Avignone alle ragioni dell’attacco violento alle istituzioni. Interrogato sul suo ruolo di istigatore presso il Living, Lebel chiarisce la propria distanza dall’utopia nonviolenta di Beck e Malina: «Radical… subversif… ce n’est pas synonyme de “révolutionnaire”. Révolutionnaire c’est la transformation de la société» (p. 109). 

Fra i testimoni di Héritage(s) mi soffermo su Brad Burgess, l’ultimo direttore del Living Theatre, in quanto rettifica molte impressioni negative sul rapporto di Beck con Vilar: «Judith a toujours été très claire sur le fait que Jean Vilar et Julien s’étaient mis d’accord sur le départ de la compagnie et que le Living n’en voulait pas du tout à Jean Vilar. […] La compagnie est restée très amie avec Vilar» (p. 185). Inoltre auspica la persistenza dello spirito di rinnovamento che Paradise now aveva saputo infondere sulla scena e nel pubblico. Jacques Téphany riflette lucidamente sull’esasperazione dei protagonisti dell’epoca e in Vilar riconferma l’amarezza per le incomprensioni verso la sua disponibilità indiscutibile. 

Olivier Py, direttore in carica del Festival, parla del suo spettacolo L’Énigme Vilar, dato nel 2006 per ricordare, ma soprattutto per capire meglio, le idee e la personalità del fondatore. L’attore Philippe Caubère ricorda con equilibrio e passione l’esperienza avignonese che lo confermò nella vocazione artistica. Quale autore del testo Avignon 1968, ha voluto rappresentarvi il conflitto Jean Vilar-Julien Beck, tanto che «je souhaitais mettre Vilar et Beck à égalité dans le drame» (p. 220). 

La Bibliografia, vasta e puntuale, manca purtroppo delle voci straniere importanti, anche italiane, che pure a suo tempo l’arricchirono, quali i saggi di Franco Quadri (1970), di Franco Ruffini (1986), di Marco De Marinis (1987). 

Nell’insieme, i contributi inediti rivelano aspetti e confronti inattesi, grazie a quanti nel vivere quegli avvenimenti ne restarono impressionati: molti personaggi e fatti rievocati acquistano rilievo e tonalità definite, altrimenti irrecuperabili dai documenti dell’informazione corrente. 


di Gianni Poli


La copertina

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