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Grand Opera Outside Paris. Opera on the Move in Nineteenth-Century Europe

A cura di Jens Hesselager

New York, Routledge, 2018, XIV + 236 pp., £ 105,00
ISBN 9781138202016

La serie degli “Ashgate Interdisciplinary Studies in Opera” accoglie il nuovo volume curato da Jens Hesselager, in cui si affronta per la prima volta il tema della diffusione del Grand Opéra parigino nell’Europa del XIX secolo. Undici contributi, suddivisi in quattro macro-sezioni: frutto del convegno Nineteenth-Century Grand Opera Outside Paris tenutosi all’Università di Copenhagen nel 2014 nel quadro del più ampio progetto di ricerca Opera on the Move: Transnational Practices and Touring Artists in the Long 19th Century Norden.

Per la sezione Places, Laura Moeckli riflette sull’esperienza del Theater auf dem Blömlein di Basilea negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento. Qui la presenza del repertorio parigino sottolineava una spaccatura tra circoli conservatori e radicali, sul filo dei timori (degli uni) e dell’entusiasmo (degli altri) per i sentimenti rivoluzionari associati alla grandiosità del genere grandoperistico. Karin Hallgren si occupa invece del Kunglinga Dramatiska Teatern di Stoccolma, ponendo in parallelo le modalità di finanziamento del teatro e la scelta del repertorio. Si individua così un processo di “imborghesimento” dell’istituzione e della cultura musicale nella capitale svedese coincidente con la fortuna delle opere di Auber e Meyerbeer a partire dagli anni ’30, in sostituzione del repertorio gluckiano tradizionalmente associato agli interessi di re Gustavo III. Il mercato editoriale locale immise arrangiamenti e riduzioni della Muette de Portici e dell’Africaine “prima della prima”, favorendo i processi di acquisizione culturale del repertorio da parte del pubblico borghese attraverso pratiche musicali legate alla socialità domestica.

La sezione Works comprende tre studi sull’allestimento di specifici titoli operistici in nuovi contesti. Sarah Hibberd indaga una produzione del Gustave III di Auber andata in scena al Covent Garden di Londra nel 1833, sullo sfondo del coevo dibattito inglese tra drama (di pertinenza legale dei soli teatri reali) e spectacle (insieme di “generi” affidato ai teatri minori). Del medesimo titolo di Auber si occupa Carolin Hauck, che analizza un’esecuzione dell’opera (ribattezzata Die Ballnacht) al teatro di corte di Weimar per il compleanno della granduchessa Maria Pawlowna, il 16 febbraio 1836. A fronte delle risicate forze produttive locali, si riscontrano in quell’adattamento modifiche culturalmente “significanti” che riguardano sia il libretto (cassazione del regicidio), sia la musica (un nuovo, “lieto” finale composto da Johann Nepomuk Hummel). Owe Ander esamina La Juive di Fromental Halévy andata in scena a Stoccolma nel 1866, evidenziando come la scelta del tenore di fama internazionale Joseph Tichatscheck per la parte di Eléazar rispondesse a una precisa ricerca di “autenticità”, a sua volta legata a un processo di istituzionalizzazione del Kungliga Teatern nel circuito dei principali teatri operistici internazionali.

La sezione Characters si apre con un contributo di Jens Hesselager dedicato alla versione danese del Robert le Diable di Meyerbeer (Robert af Normandiet), andata in scena al Det Kongelige Teater di Copenhagen a partire dal 28 ottobre 1833. Lo studioso discute l’efficacia del personaggio di Bertram affidato al baritono Giovanni Battista Cetti: applicando i concetti di plot-character e voice-character elaborati da Carolyn Abbate e Roger Parker, individua le cause dell’insuccesso di quella produzione in una “minore spettacolarità” dovuta alla trasformazione dei recitativi semplici in declamazioni moraleggianti. Ulla-Britta Broman-Kananen analizza le produzioni de La Muette de Portici e Les Huguenots andate in scena nel 1877 rispettivamente allo Svenska Teatern e al Suomen Kansallisteatteri di Helsinki. A partire dalle tracce documentarie delle due performance, la studiosa ricostruisce un processo di negoziazione che carica i rispettivi protagonisti di tratti associati all’identità nazionale finlandese: tratti descritti dal “fennomane” Petter Kumpulainen in una petizione per un teatro nazionale bilingue presentata alla Dieta Finlandese nel febbraio dello stesso anno. Anne Kauppala propone un’indagine sulla messinscena de La Juive all’Opera Nazionale Finlandese nel 1925: la scelta del titolo fu fortemente voluta da Wäinö Sola, tenore tra i più importanti del panorama locale, in occasione del ventennale della propria carriera. Animato da ideologie nazionaliste e anti-semite, Sola si incaricò della traduzione del libretto a partire dalla versione tedesca di Karl August von Lichtenstein, ne curò la realizzazione scenica e interpretò Eléazar, caricando il ruolo di stereotipi gestuali che appiattivano l’ebraismo a fanatismo religioso.

I tre contributi che chiudono il volume, raccolti in Responses, sottolineano ulteriormente il legame tra l’acquisizione culturale del Grand Opéra e i processi di formazione di un’identità nazionale. Luísa Cymbron descrive i primi approcci ottocenteschi dei compositori portoghesi al genere parigino, in relazione al forte interesse dei letterati del Paese per i modelli di Scott e Hugo. Le opere di Sá Noronha (Arco de Sant’Ana, dal romanzo di Almeida Garrett, 1867; Tagir, 1876), Miguel Ângelo Pereira (Eurico, dal romanzo di Alexandre Herculano, 1870) e Alfredo Keil (Dona Branca, 1888) testimoniano il progressivo ingresso di elementi grandoperistici nell’orizzonte culturale portoghese fino alla loro acquisizione come tratti genuinamente “nazionali”. Emanuele Bonomi propone una panoramica della produzione operistica nella Russia del secondo Ottocento, con particolare attenzione per Kroatka, ili Sopernitsï (La fanciulla croata, o Le Rivali) del compositore danese Otto Johann Anton Dütsch, su libretto di Nikolai Kulikov (San Pietroburgo, 1860). Infine, Carlos María Solare ricostruisce la genesi di El dúo de “La Africana”, zarzuela di Manuel Fernández Caballero su libretto di Miguel Echegaray andata in scena al Teatro Apollo di Madrid il 13 maggio 1893. Lo studioso si concentra in particolare sulla trama (lo scontro tra musica spagnola e straniera, in cui a vincere è la prima) e sulla presenza di musica di Meyerbeer nella partitura, elementi che decretarono l’immensa fortuna della zarzuela fino al 1929, anno in cui il teatro madrileno fu demolito. 

A fronte dell’eterogeneità delle metodologie adottate sono rintracciabili nel volume alcune linee fondamentali. Ci si muove nell’ambito di una storiografia “decentralizzata” per esplorare il potenziale «of a decentralised view of the history of grand opera, focusing on questions of cultural transfer, re-contextualisation, reception, reactions and responses» (pp. 3-4). La forte attenzione per i contesti di “destinazione” (come li definisce Hesselager preferendo questo termine a “ricezione”) da un lato allarga i confini degli studi sul Grand Opéra, includendo campi geografici finora poco o punto esplorati. Dall’altro, consente o implica l’impiego di lenti più potenti, capaci di includere «consideration of the specific occasion of performance, the location and design of the performance space, the contribution of the audience to the event, and the social and symbolic rituals of the event» (N. Till, The Operatic Event: Opera Houses and Opera Audiences, in The Cambridge Companion to Opera Studies, a cura di N. T., Cambridge, Cambridge University Press, 2012, pp. 70-94: 71). 

Si badi: “storiografia”, non “storia della ricezione” del Grand Opéra. Il presente volume sembra voler superare quella dualità tra Geschichte e Rezeptionsgeschichte che Carl Dahlhaus tracciava (almeno apparentemente) nel suo Grundlagen der Musikgeschichte (Köln, Hans Gerig, 1977). Non è un caso che il nome dell’eminente musicologo tedesco non sia qui mai citato: al suo posto troviamo, quale puntello teorico più o meno esplicito, l’histoire croisée della recente formulazione di Michael Werner e Bénédicte Zimmermann (cfr. Beyond Comparison: “Histoire Croisée” and the Challenge of Reflexivity, «History and Theory», XLV, 2006, 1, pp. 30-50). Più in generale, sullo sfondo emergono idee quali “movimento”, “dinamismo”, “negoziazione”, come del resto denuncia la locuzione on the move del titolo del volume e del progetto di ricerca da cui esso è nato.

L’approccio funziona e reca frutti succosi. Si noti la frequenza con cui, nei contesti geografico-culturali presi in esame, l’appropriazione del Grand Opéra sia passata attraverso una precedente “traduzione” da modelli italiani (specie per la musica) o, più spesso, tedeschi. Oppure, si consideri il proficuo approfondimento delle relazioni tra ideali politici, forme di gestione e finanziamento dei teatri e fortuna del genere.


di Daniele Palma


La copertina

cast indice del volume


 



 
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