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Giuliano Danieli

La musica nel mecenatismo di Ippolito II d’Este


Lucca, De Sono-LIM, 2018, 234 pp., 25,00 euro
ISBN 978-88-7096-829-3

«Nel panorama degli studi sul mecenatismo musicale cinquecentesco la figura del cardinale Ippolito II d'Este (1509-72) è stata fino a oggi inspiegabilmente trascurata» (p. XIII). Con queste parole si apre l’Introduzione al volume del giovane musicologo Giuliano Danieli. Dottorando presso il londinese King’s College, la sua tesi di laurea discussa nel 2014 con Franco Piperno all’Università la Sapienza di Roma vede ora luce nella collana De Sono-Tesi (LIM).

L’indagine si basa su una ricerca condotta nel fondo estense dell’Archivio di stato di Modena, in particolare sui libri contabili di Ippolito II e sulla corrispondenza con la famiglia. Si tratta, per ammissione dello stesso autore, di un lavoro non esaustivo: la relativa lacunosità del materiale documentario «potrebbe essere colmata tramite l’esplorazione di altri fondi e archivi» (p. XIX), qui opportunamente segnalati.

Seguendo puntuali coordinate di metodo(cfr. per es. F. Piperno, L'immagine del duca. Musica e spettacolo alla corte di Guidubaldo II duca d'Urbino, Firenze, Olschki, 2001),Danieli adotta la prospettiva della “musica nella storia”, considerando «i dati musicali […] quali documenti che, opportunamente raffrontati con il ventaglio delle altre attività artistiche patrocinate, chiarifichino le strategie politiche e di autopromozione del mecenate» (p. XV). Un approccio ben evidente nella struttura del volume a partire da una ricognizione approfondita della vita culturale alla corte di Ippolito, musicale e non solo. 

Il primo capitolo registra una sintetica biografia del cardinale articolata in tre nuclei portanti: gli anni della formazione contraddistinti dagli stimoli intellettuali offerti della fervida corte ferrarese; l’ascesa politica con i numerosi viaggi oltralpe e la decisiva influenza della corte dei Valois; la crisi dell’ultimo periodo, sullo sfondo delle guerre di religione in Francia, conclusasi con il ritiro dalla scena politica. 

Il secondo si concentra sulle sfarzose dimore di cui il cardinale dispose nel corso della sua vita, tra Ferrara, Roma e la Francia. Le residenze nobiliari, come si sa, erano parte integrante del progetto di autopromozione del signore, emblema della sua personalità e del suo potere. Il gusto personale del cardinale, pur senza rinnegare la tradizione ferrarese, miscelò le mode francesi e la passione antiquaria acquisita a Roma: una strategia «chiaramente dovuta alla […] volontà di Ippolito di consegnare al mondo un’immagine di sé per alcuni tratti indipendente da quella del suo casato» (p. 23). Le prospettive che orientarono le sue scelte in ambito musicale trovano numerose corrispondenze con quelle evidenziate in ambito architettonico seguendo una parabola che ricalca la periodizzazione proposta nel primo capitolo: la progressiva emancipazione dalle origini familiari, la ricerca di una autonomia che passa dapprima per le ibridazioni stilistiche e poi ricorre alla collaborazione di «professionisti in grado di rifrangere sul cardinale la loro piena eccezionalità» (p. 41).

Con il terzo capitolo si entra nel vivo delle occasioni spettacolari di cui Ippolito fu promotore con particolare attenzione all’elemento musicale. Se le ville descritte nelle pagine precedenti ospitarono splendidi banchetti e rappresentazioni teatrali – eventi privati offerti a un pubblico selezionatissimo, – le strade di Roma e il fiume Saona a Lione fecero da cornice ad alcune feste pubbliche allestite dal cardinale con grande sfarzo e dispiego di energie.

Dedicato ai numerosi viaggi intrapresi da costui con la sua corte, il capitolo quarto registra la descrizione delle accoglienze riservatagli di volta in volta. Si parla inoltre della consuetudine di elargire ai musici somme cospicue; il che – avverte Danieli – non deve ingannare lo studioso sui gusti del principe: il dono è più un omaggio alla corte che un segno di apprezzamento per lo spettacolo. Nell’ultimo paragrafo si ripercorrono gli spostamenti dei musici al servizio di Ippolito per poi arrivare al cuore dell’indagine. 

Dei musici della corte di Ippolito (capitolo quinto) si ricostruisce numero e provenienza (pp. 96-118); il loro trattamento economico e i privilegi di cui godevano (pp. 118-125); le mansioni che assolvevano nella sfera pubblica e privata (pp. 131-138). Il tutto corredato da corpose tabelle e grafici che ordinano i dati archivistici. Per il repertorio privato, Danieli può solo formulare ipotesi: «che cosa venisse eseguito nei palazzi del cardinale non si riesce a evincere, purtroppo, da alcun inventario dei libri da lui appartenuti» (p. 132). Quanto al repertorio sacro-istituzionale della cappella cardinalizia rimangono alcune partiture a lui dedicate (capitolo sesto): singoli mottetti di Jacquet de Mantua, Cristóbal de Morales, Giovanni Battista Corvo, Nicola Vicentino, nonché il Primo libro di mottetti a cinque, sei e sette voci di Giovanni Pierluigi da Palestrina. L’esiguità di questo corpus non ridimensiona la portata del mecenatismo dell’Este. Non solo: tutte le forme di intrattenimento promosse da Ippolito furono caratterizzate dalla «centralità del momento performativo» (pp. 35 e 173).

Grazie a una ricca documentazione d’archivio, il volume offre un rilevante contributo alla conoscenza di Ippolito II d’Este «mediatore non solo politico, ma anche culturale fra Roma, Ferrara e i territori d’oltralpe» (p. 198); nonché, più in generale, all’approfondimento del sistema produttivo e del ruolo della musica nelle strategie promozionali del principe in età rinascimentale.


di Giulia Sarno


La copertina

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