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Carlo Goldoni

Scenari per la Comédie-Italienne

A cura di Andrea Fabiano

Venezia, Marsilio, 2017, pp. 400, 24,00 euro
ISBN 978-88-317-2724-2

Pubblichiamo una recensione di Siro Ferrone al libro a cura di Andrea Fabiano in occasione della prossima presentazione del volume al Teatro della Pergola di Firenze (24 ottobre 2018, Libri a teatro). Si veda anche la recensione di Lorenzo Galletti al volume.


Riportiamo qui di seguito un estratto, a nostro avviso significativo, della bella Introduzione di Andrea Fabiano al volume da lui stesso curato: «Nel disegnare l’incerto perimetro dell’autorialità goldoniana in questo periodo (ma il discorso funziona anche per altri momenti cerniera come quello d’esordio al San Samuele o come nel corso dell’ultimo soggiorno romano), è necessario considerare anche che le diverse testimonianze indicano scritture a quattro e più mani in cui Goldoni e gli attori lavorano insieme alla composizione drammaturgica dell’oggetto spettacolare, di cui la versione teatrale scritta è assente o frammentaria. […] Impossibile chiaramente misurare l’apporto quantitativo del Goldoni, ma è evidente invece quello qualitativo che permette il cambiamento in positivo della ricezione, testimonianza di una vera e propria scrittura a quattro mani. Esiste […]  una circolarità della scrittura goldoniana di questo periodo, nel suo riattivare antichi canovacci e vecchie maschere, nel far riemergere la memoria profonda della “commedia dell’arte”, circolarità con l’apprendistato d’autore realizzato in compagnia del Truffaldino Sacco al San Samuele di Venezia; circolarità che si concretizza proprio nella rinnovata opzione della redazione a più mani e a più voci, nella commistione con la scrittura teatrale degli attori, nella scelta dell’opzione della redazione a più mani e a più voci, nella commistione con la scrittura teatrale degli attori, nella scelta dell’opzione della concertazione d’autore» (pp. 29-32).

Lo studioso giunge quindi a fornire una lettura in qualche modo “manierista” del rapporto fra lo scrittore e l’attore di riferimento, Felice Sacchi «detto anche Felicino Sacchetto/Sacchetti […] un giovane – nato nel 1735 – che studia attentamente il suo omonimo, il celebre Antonio Sacco, non in quanto rimpiazzo della stessa compagnia, ma dalla posizione dello spettatore che prende appunti. Si tratta quindi di un imitatore sfrontato, che probabilmente gioca anche sull’ambiguità del nome, un attento lettore delle capacità recitative di Antonio di cui seleziona “tutto il buono” per costruirsi un “generico di cose graziose” di cui servirsi, rivelando quindi come la recitazione del grande Truffaldino avesse ormai fatto scuola, costituendo una maniera alla Antonio Sacco, una stilizzazione riciclabile ed esportabile con successo» (p. 32). Fabiano commenta poi precisando che l’assunzione di questo Sacco n. 2 non deve essere ricondotta alla volontà di Goldoni di replicare l’immagine del Sacco d’antan, quanto piuttosto all’intenzione di mettere in scena uno strumento vivente capace di «decostruire il repertorio dell’Arte del San Samuele, dando così vita ad una diversa tonalità drammatica di tipo manieristico, attraverso un’eco o un riflesso che restituisse in maniera anomala l’oggetto». L’assunzione in scena di questo attore sarebbe dunque la rappresentazione parodica di «una vecchia maniera di far teatro» (p. 34).  Ipotesi intelligente da verificare su altri testi goldoniani coevi nella convinzione che, comunque, lo strumento parodico sarà il principio progressivamente dominante del teatro che dopo verrà.

                                                     

di Siro Ferrone


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