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Mirella Schino

L’età dei maestri. Appia, Craig, Stanislavskij, Mejerchol’d, Copeau, Artaud e gli altri


Roma, Viella, 2017, 330 pp., euro 29,00
ISBN 9788867288113

Per il teatro i primi decenni del Novecento hanno rappresentato un cambiamento epocale che determinò il tramonto di una cultura dello spettacolo durata oltre tre secoli, sostituita da nuovi sistemi creativi e produttivi, valori, relazioni con il pubblico e con il potere. Una rivoluzione connessa con le grandi aspettative economiche, politiche e sociali che caratterizzarono la coeva storia europea e che ebbe tra i protagonisti alcuni degli artisti più noti della storia teatrale: Adolphe Appia, Edward Gordon Craig, Kostantin Stanislavskij, Vsevolod Mejerchol’d, Max Reinhardt, Georg Fuchs, Jacques Coupeau, Antonin Artaud e molti altri.

Siamo di fronte a uno dei momenti più discussi del Novecento, sia per quel che riguarda la pratica teatrale, ovvero l’operato dei cosiddetti maestri, sia per gli studi storici sul teatro, sia, più in generale, per la storia della cultura. Lecito domandarsi perché Mirella Schino, a oltre dieci anni dalla pubblicazione de La nascita della regia teatrale (2003), abbia deciso di tornare su quell’età. La risposta si trova sin dalle prime pagine del volume che qui si presenta. L’autrice procede secondo una convincente, inedita prospettiva. Ciò che viene privilegiato non sono le teorie, i metodi e le poetiche, ma quel complesso e imprescindibile sistema di interazioni che crea l’evento teatrale e che, riprendendo un concetto della filosofia buddista, Schino definisce «rete d’Indra» (p. 16). In altre parole: «il rapporto con la Storia, le biografie, le passioni, le strutture sociali e gli spettacoli in quanto nodi di relazioni – tra attore e attore, tra attori e maestri, tra spettacolo e pubblico […], quelle che i maestri hanno avuto tra di loro, con la loro età, e con il loro mondo particolare – il teatro – con la sua storia e con la sua specificità» (pp. 9-10).

Lo sguardo della studiosa, opportunamente, si allarga anche al più ampio orizzonte della storia. Non a caso il volume è stato accolto nella collana «La storia. Temi» della casa editrice Viella, che sempre più si sta affermando come un punto di riferimento imprescindibile per la qualità delle sue pubblicazioni. L’autrice si interroga sui fatti, le tendenze culturali, le esigenze dello spirito di quell’epoca che, se da una parte hanno determinato le scelte degli artisti, dall’altra aiutano a meglio comprendere la mentalità degli spettatori.

È questo uno dei nodi centrali delle riflessioni di Schino: «perché il pubblico di tutto il mondo, sia quello favorevole al cambiamento, sia quello incline alla tradizione, ha imparato così rapidamente a conoscere i loro nomi, li ha additati come maestri del nuovo? Come mai questo pubblico generico sembra comprendere agevolmente teorie e linguaggi che a noi suonano spesso misteriosi e astrusi?» (p. 19). Interrogativi non secondari, che chiamano in causa lo stretto legame tra storia e teatro, tra passato e presente. Il loro rapporto è un nodo storiografico essenziale, ma anche «un rischio enorme, perché determina una forma mentis che poi corriamo il rischio di applicare al passato. Può far appiattire l’immagine di un teatro morto sul profilo di un teatro vivo, fino a che le differenze non scompaiono» (pp. 299-300). Il pericolo dell’anacronismo è sempre in agguato.

Un altro pregio del libro è la capacità di affrontare la complessità degli argomenti trattati con un linguaggio chiaro, di piacevole lettura, che si rivolge agli specialisti della disciplina e agli appassionati. Le pagine scorrono come in un racconto che narra di spettacoli, romanzi, biografie, guerre e rivoluzioni, facendo finalmente riemergere quel ricco e sfuggente intreccio di relazioni che costituisce «la zona liquida del teatro» (p. 11). 


di Lorena Vallieri


La copertina

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