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Gerardo Tocchini

Arte e politica nella cultura dei Lumi. Diderot, Rousseau e la critica dell'antico regime artistico


Roma, Carocci, 2016, 392 pp., euro 36,00
ISBN 978-88-430-8499-9

In una società in cui «i generi di vertice del sistema delle belle arti» erano «il veicolo privilegiato di glorificazione dei due poteri, il temporale e il sacro, messi al servizio della perpetua ritrasmissione del principio d’autorità […] la pittura di storia veniva considerata depositaria di asserti che non ammettevano repliche» (p. 279): in questo passo significativo del suo libro Gerardo Tocchini sottolinea un aspetto significativo della cultura dei Lumi. Da una parte l’aspirazione a un’intelligenza razionale del mondo e della sua storia; dall’altra la difficoltà a superare i freni di una cultura ancorata a molti dogmi santificati dall’Antico regime che neanche la Rivoluzione sarà capace di estirpare.

La sfida alle convenzioni figurative e plastiche lanciata dall’Illuminismo, come il correlato dibattito analitico e storiografico intorno alle fonti (soprattutto a quelle figurative) costituiscono gli oggetti principali dello studio pubblicato in questo libro. L’autore si serve di fonti scritte e iconografiche “primarie”, per discutere una questione di grande importanza per la comprensione della storia europea. Nell’analizzare il punto di vista di Diderot intorno all’«opera capillare di travisamento e di mistificazione della morale naturale» (p. 281), Tocchini sottolinea il peso negativo che per l’intellettuale avevano discipline quali «teatro lirico e di declamazione, letteratura, poesia, belle arti. Tutte unite nel ritrasmettere formule di educazione a un’esistenza  sottomessa e servile», destinata in questo modo a perdere «il gusto degli avvenimenti reali dell’esistenza» (ibid.). E come il libro precisa, non diversamente avveniva nel repertorio dei teatri parigini del tempo (Opéra e Comédie Française). Proprio nel riverbero che riesce a individuare fra le formulazioni teoriche dei philosophes e i risultati della produzione figurativa, ma anche teatrale e letteraria del tempo, consiste uno degli aspetti interessanti di questo lavoro.

Certamente, la premessa basilare da tenere presente – e che Tocchini bene sottolinea – è la natura del compito che la cultura dei Lumi assegnava  agli artisti: prima di tutto «commuovere, certo, ma anche istruire il pubblico, farlo discutere, aiutarlo a chiarirsi le idee» (p. 287). Dall’altra parte del fronte intellettuale, colui che è chiamato a interpretare e giudicare l’opera – è il caso di Diderot – partirà «dalla descrizione dei fenomeni per poi preoccuparsi degli effetti […] sullo spettatore [evitando] il più possibile di astrarre, di enunciare concetti derivati da grandi sistemi, di assecondare o anche solo di contraddire una norma» (p. 161). Un principio, questo, che sarà ampiamente disatteso dalla storiografia artistica destinata a operare nei secoli a venire. Vizio immortale che ancora oggi ci affatica non poco.

Tocchini sottolinea come «il vero significato storico del discorso critico di Diderot a proposito dell’intero sistema delle arti d’immaginazione» (p. 163) oltrepassi di molto la discussione sulle belle arti per toccare e incidere sul tessuto di immagini, simboli e pregiudizi che sosteneva la cultura di Antico regime. Tutti, e non solo le élites, potevano apprezzare e valutare le opere d’arte: bastava essere – sono parole del filosofo – «una persona curiosa, amante delle cose belle, per nulla introdotta ai misteri delle belle arti, rischiarata dai lumi della propria ragione, da un po’ di precisione di spirito e nel gusto, frutto delle diverse e piacevoli impressioni che l’animo avrà ricevuto dalla vista di differenti opere e delle riflessioni che ne sarebbero seguite» (p. 166). Se questo principio può essere considerato l’anticamera di un superficiale voyeurismo che ancora circola tra le parole e le azioni di alcuni critici d’arte “militanti” d’altro canto questo può anche essere considerato un monito premonitore nei confronti del gergo endogamico di molti specialisti.

Storicizzando le tesi del filosofo del XVIII secolo, Tocchini lascia cadere anche qualche fondata allusione al nostro presente: «Nessun avrebbe dovuto arrendersi di fronte a quel discorso d’autorità che nel giudizio sull’arte sovente assumeva l’aspetto insidioso e umiliante dell’imitazione passiva e dell’autocensura, del conformismo alle decisioni prese dei grandi aristocratici, di ricchi confortati da artisti in palese stato di soggezione, ma anche di tutti coloro che passavano per essere esperti» (p. 167, il corsivo è mio). Il valore di questo libro – così ricco di suggestioni da non potere essere avvilito da troppe parafrasi del recensore – consiste nello sguardo felicemente “strabico” fra una cultura storica profondamente radicata nella lettura delle fonti e una passione critica di non comune intelligenza.



di Siro Ferrone


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