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Giancarlo Mazzoli

Il chaos e le sue architetture. Trenta studi su Seneca tragico


Palermo, Palumbo, 2016, 520 pp., euro 59,20
ISBN 9788868893347

Il volume ripropone saggi già editi (con una eccezione), aggiornati e sistematizzati per uno studio approfondito del corpus tragico più significativo della letteratura latina. Mazzoli ha il merito di individuare nella produzione di Seneca tragediografo un sistema organico complementare alla sua produzione filosofica. In questo modo lo studioso fornisce una risposta esauriente all’annosa questione sulla difficile conciliabilità tra la prosa morale e la poesia tragica senecane.

Gli scritti sono suddivisi in cinque sezioni: Poetica e ideologia (pp. 13-132), Strutture e azione (pp. 133-217), Drammi e personaggi (pp. 219-379); Due momenti della fortuna antica (pp. 381-413) ed Epilogo (e riepilogo) (pp. 415-451).

Poetica e ideologia comprende nove analisi tematiche e retoriche delle tragedie. Si esplora il concetto di “sublime” (cap. 1). È negli scritti di Seneca filosofo, in cui risalta la sublimità dell’animo sereno, che viene rilevato l’humus della sua produzione teatrale; ma nelle tragedie il sublime muta di segno compiendosi nel nefas. Il secondo capitolo riguarda l’utilizzo della poesia come strumento di admonitio che può essere adoperato dall’institutio filosofica a vantaggio dei proficientes, ovvero di coloro che percorrevano la strada della saggezza. Si tratta della teoria del carmen etico che si affaccia anche nella drammaturgia tragica del filosofo, giustificando il suo ricorso a uno stile sentenzioso. Secondo Mazzoli, la tragedia senecana è «un’operazione radicalmente inversa (ma non antagonistica!) alla costruzione filosofica» (p. 45); è la pars destruens che identifica i vizi da rimuovere, la tappa preliminare da cui prende avvio il cammino del proficiens verso la saggezza.

Si esamina poi la posizione del filosofo sul mito e la storia ricorrendo alla tradizione della scuola stoica (cap. 3). Seneca di norma condanna il mito in quanto fomentatore di deprecabili superstizioni, rifiutando l’allegoresi proposta dal veterostoicismo. La rinuncia all’ermeneutica mitologica è un’aporia solo apparente che Mazzoli supera illustrando l’alternativa proposta dal filosofo definita dallo studioso “rifondazione semantica”. Alla storia è riservata un’elaborazione simile, nell’ottica di un’attribuzione di senso morale operata dall’esegeta. Questo è uno degli argomenti attraverso cui si giunge a sanare la più vasta aporia della problematica coesistenza di Seneca morale con Seneca tragico.

Nel quarto capitolo si sonda l’essenza del tragico senecano focalizzandosi sulla rappresentazione dell’ira. Mazzoli parla di tragoedia contexta, forte della coesione tra gli aspetti drammaturgici ed etici. Si analizza inoltre (cap. 5) l’adynaton, dispositivo retorico ideale per l’anticipazione e la rappresentazione della catastrofe finale delle tragedie, dipingendo immagini di chaos, furor e morte che rievocano l’ecpirosi della fisica stoica. Sempre con l’obiettivo di dimostrare la complementarietà degli scritti morali e di quelli tragici, il sesto capitolo confronta il sistema di natura descritto dalla prosa filosofica con l’antinatura dominante la poesia tragica, concepita come assenza di cosmos, di virtus nonché di mediocritas. Il settimo è dedicato alla concezione della pace, sia nella sfera politica e pubblica, sia in quella interiore e privata, quest’ultima decisamente preponderante. L’idea di pace delle opere in prosa si trasforma, nelle tragedie, nella guerra, presente ancora una volta sia a livello politico (guerra civile o tra popoli), sia a livello personale (guerra con sé stessi). Nell’ottavo capitolo Mazzoli dimostra che l’Hercules Oetaeus è un’imitatio Senecae imperfetta, giacché utilizza le categorie drammaturgiche di error e culpa in maniera incoerente rispetto al sistema tragico edificato dal filosofo. L’ultimo scritto della prima parte illustra il concetto di sacrum della filosofia senecana e il suo degenerare in scelus nelle tragedie che si confermano regno del chaos e di rituali nefasti.

Nella seconda parte, articolata in quattro capitoli, si legge un’indagine approfondita dei moduli strutturali dei drammi (prologhi, epiloghi, cori, ruoli dei personaggi). L’ampia sezione centrale approfondisce ciascuna tragedia, escluso l’Hercules Oetaeus. Analisi strutturali, lessicali, tematiche e metriche da cui si ricavano dati probanti per tracciare una preziosa cronologia delle tragedie: dalla «prima maniera ad andamento lineare ed aperto» (Troades, Oedipus, Phaedra), passando per l’esperimento incompiuto ma significativo delle Phoenissae, arrivando infine a una maniera «più matura, a strutturazione circolare, governata dal principio della simmetria speculare» (Agamemnon, Hercules furens, Medea, Thyestes) (p. 266).

Tra i dieci capitoli della terza parte si segnala il contributo inedito sull’Agamemnon, in cui si riconsidera il dibattito sull’archetipo eschileo dimostrando quanto questo abbia influito su Seneca. Il cap. 10 è dedicato all’analisi di alcuni luoghi critici puntuali (Ag. vv. 13, 457, 898), nonché alla disamina di due “nomi parlanti” che costituisce un piccolo sondaggio sulla densità semantica della scrittura senecana: Eurybates (in Ag. v. 391) e Taurus (in Phaedr. vv. 168, 382, 906).

La quarta parte riguarda due esempi di ricezione di Seneca filosofo e drammaturgo tra il IV e il VI secolo. Si parla dell’In Rufinum di Claudio Claudiano, il cui proemio recupera il terzo coro della Phaedra; nonché della Consolatio philosophiae di Boezio, dove si riscontrano influenze della Phaedra, dell’Hercules furens e dell’Hercules Oetaeus.

La quinta e ultima parte registra due capitoli: nel primo si torna sul leitmotiv di tutto il volume: il termine chaos indagato nelle sue molteplici ricorrenze, accezioni e funzioni di lessema tragico, senza trascurare il suo significato nella dottrina stoica. Nel secondo si propone un sondaggio sull’imagery teatrale senecana, per capire come venga concepito filosoficamente quel nefas che diventerà more tragico.


di Arianna Capirossi


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