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Theatre Research International, vol. 42, n. 1, marzo 2017
in association with the International Federation for Theatre Research

96 pp.
ISSN 0307-8833

Estinta, o quasi, la “vertigine” della nota, l’assillo di dover registrare nello spazio a pie’ di pagina le referenze disponibili su un dato argomento, lo studioso contemporaneo può volgersi sereno alle possibilità di reperimento di testi che oggi offrono i motori di ricerca, i database specializzati, i social network intelligenti, come il fortunato academia.edu. Il tutto con buona pace dei direttori delle riviste scientifiche che guardano talvolta perplessi la parcellizzazione del loro lavoro editoriale.

In Editorial? (pp. 1-4) Paul Rae riflette sul senso stesso del suo scritto che, molto probabilmente, avrà pochi lettori. Resta che la funzione principale dell’editorialista è quella di individuare i punti di contatto tra un saggio e l’altro. Affinità tematiche che, in questo numero, sono collegate all’uso e abuso in teatro del “passato”, al ruolo della violenza in relazione alla performance, alla capacità di significazione dei luoghi dello spettacolo.

In From India to India. The Performative Unworlding of Literature (pp. 5-19) Rashna Darius Nicholson ricostruisce le tracce del passaggio tra gli orientalisti indiani ed europei del mito di Savitri, tratto dal poema epico Mahābhārata e incentrato sul tema della fedeltà coniugale, provando a valutarne le ricadute sulla scena teatrale della seconda metà del Novecento.

Joanna Mansbridge (The Zanne: Male Belly Dancers and Queer Modernity in Contemporary Turkey, pp. 20-36) dopo un preambolo storicizzante riflette sul successo degli spettacoli di danza del ventre maschile nell’Impero Ottomano, si sofferma sul declino del genere e sul suo rifiorire odierno in alcune aree della Turchia urbanizzate e economicamente floride: le stesse in cui l’AKP, il partito turco islamico conservatore ha raccolto maggiori consensi.

In Restating the Scene of Foundation: Establishing Israeli Statehood and Culture in National Collection by Public Movement (pp. 37-54) Daphna Ben Shaul analizza National Collection, una performance, realizzata nel 2015 a Tel Aviv dal gruppo di ricerca teatrale Public Movement, che inizia con una marcia per le vie della città dal luogo della proclamazione dell’indipendenza dello Stato di Israele (1948) e giunge al Museum of Art. Qui il corteo dei performers depone uno dei quadri che nel giorno della dichiarazione fecero da sfondo alle foto ufficiali e ai filmati della firma degli atti. Immagine irrisolta di un evento simbolico bisognoso di essere storicizzato e riconsiderato.

Della performance come ponte tra passato e presente si occupa anche Ed Charlton. In Apartheid Acting Out: Trauma, Confession and the Melancholy of Theatre in Yael Farber’s “He Left Quietly” (pp. 55-71), Charlton prende in considerazione gli spettacoli dell’attore sudafricano Duma Kumalo: condannato a morte nel 1984 quale membro del gruppo di protesta Sharpeville Six, poi graziato e rilasciato in seguito alle elezioni democratiche del 1994. Dal 2002 Kumalo si esibisce in He Left Quietly, uno spettacolo in cui rivive il trauma della persecuzione e della carcerazione per motivi politici, rievocando la crudeltà della sua esperienza per mezzo della melanconia.

Alle declinazioni più remote di un passato non estinto ci conduce infine Absence, Presence, Indexicality: The Mise en Scène of the Heart of Neolithic Orkney (pp. 72-90) di Jonathan W. Marshall che considera le potenzialità evocative del Cerchio di Brodgar, monumento neolitico situato a Stenness sulle isole Orcadi in Scozia. Lo studioso indaga le suggestioni che inducono il visitatore a ricostruire mentalmente forme, significato e funzioni del sito archeologico, pur ignorando i rituali che vi si svolgevano. 

Chiudono il fascicolo due utili strumenti: Book Reviews (pp. 91-109), con le recensioni dei principali studi in lingua inglese di argomento teatrale, e Book Received (pp. 111-112), con le segnalazioni delle ultime pubblicazioni di area anglosassone.


di Claudio Passera


La copertina

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