drammaturgia.it
Home | Cinema | Teatro | Opera e concerti | Danza | Arte | Racconti e... | Televisione | Libri | Riviste
Punto sul vivo | Segnal@zioni | Saggi | Profili-interviste | Link | Contatti

cerca in vai


Bianco e nero, a. LXXVIII, n. 586, settembre-dicembre 2016
Rivista quadrimestrale del Centro Sperimentale di Cinematografia

A cura di Mariapia Comand e Stephen Gundle

159 pp., euro 22,00
ISSN 0394-008X

A undici anni dalla sua scomparsa, la storica rivista del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dedica l’ultimo numero del 2016 ad Alida Valli, grande interprete che ha attraversato le alterne fasi della storia sociale e culturale italiana. Il presente volume esce in occasione della donazione del Fondo Alida Valli al CSC, un’acquisizione importante per studiosi e storici del cinema in grado di offrire numerosi spunti per ricerche future.

Marcello Seregni ripercorre, con riferimento a documenti scritti e a fonti promozionali dell’epoca, la vicenda produttiva e la ricezione de Il feroce Saladino (Mario Bonnard, 1937), il primo film in cui l’attrice ha recitato abbandonando il proprio nome nobiliare e riscuotendo un largo successo di pubblico e di critica.

Raffaele De Berti analizza l’immagine dell’attrice promossa dalle riviste di cinema e in generale dalla stampa tra gli anni Trenta e l’immediato dopoguerra, quando numerosi servizi fotografici, approfondimenti biografici e interviste istituiscono una relazione tra il personaggio cinematografico e la nascente figura divistica. Secondo De Berti, nelle pagine illustrate «la rappresentazione della Valli […] riassume in sé le contraddizioni del tempo rispetto al fenomeno divistico» (p. 31), in bilico tra la fascinazione per il modello estero di diva all’americana e l’identificazione dell’attrice con l’immaginario femminile nazionale mediante i ruoli di moglie e madre.

Francesco Pitassio, focalizzandosi sul contesto della cultura cinematografica del secondo dopoguerra, rileva significative divergenze tra la rappresentazione visiva della Valli nelle riviste e il suo effettivo impiego sulle scene. Se nell’ultima fase del fascismo la diva è promotrice di un tipo di bellezza italiana lontana dai caratteri mediterranei, nel mutato panorama del secondo dopoguerra Valli pare collocarsi ai margini delle principali tendenze volte da un lato alla «ridefinizione delle tipologie divistiche» e dall’altro alla «valorizzazione dell’autenticità» (p. 45) (si pensi alla Magnani).

Lola Breaux si concentra sul periodo hollywoodiano dell’attrice segnato dalla collaborazione con il produttore Selznick, dedicando un’analisi testuale ai ruoli della Valli ne Il caso Paradine (Alfred Hitchcock, 1947) e ne Il terzo uomo (Carol Reed, 1949) in rapporto all’immaginario divistico creato intorno a lei.

Mariapaola Pierini propone di considerare il periodo americano della diva (e la sua ricezione nel contesto italiano) a partire dal modo in cui questo viene raccontato e interpretato nella rubrica curata dal marito dell’attrice Oscar de Mejo per la rivista «Fotogrammi» tra il gennaio 1947 e il marzo 1949.

Giovanna Maina delinea la fase più matura della carriera dell’attrice quando, come avviene per altre colleghe italiane, prende parte a produzioni di genere horror e thriller in grado di riconfigurarne il corpo «alla luce di determinati immaginari culturali e rapporti di genere» (p. 80). Da Occhi senza volto (Georges Franju, 1959) al caso emblematico di Suspiria (Dario Argento, 1977), la studiosa evidenzia una non comune inclinazione della Valli a mettersi alla prova, accettando di interpretare figure controverse e problematiche.

La sezione dedicata ai saggi si chiude con il contributo di Federico Vitella che approfondisce i caratteri del fandom italiano nell’ambito del vasto culto divistico della Valli sviluppatosi durante il fascismo. Lo studioso esamina un cospicuo corpus di lettere di suoi ammiratori risalenti al quinquennio 1937-1941, registrando espressioni di ammirazione, proposte di amicizia, richieste di fotografie autografate e, addirittura, domande di donazioni caritatevoli.

Nella sezione Focus, Cristina Colet prende in esame alcune interpretazioni che hanno segnato la carriera dell’attrice, dimostrandone le doti recitative, la notevole capacità di immedesimarsi nei propri personaggi e di lavorare in sinergia con partner maschili quali Amedeo Nazzari, Carlo Ninchi e Fosco Giachetti.

Meris Nicoletto si occupa del caso Valli nel contesto della promozione di una moda nazionale attuata dagli anni Trenta anche dall’industria cinematografica: sebbene inizialmente l’abbigliamento dell’attrice non sia stato gradito dal pubblico e dalla critica, in seguito il suo look viene a tal punto valorizzato dai costumisti da diventare un modello di riferimento per nuove tendenze.

Lucia Cardone, a partire da lettere e documenti privati, dà conto dei rapporti di amicizia e di affettuosa collaborazione tra la Valli e un gruppo di donne (su tutte la sua ammiratrice Bibi Campanella) che la sostennero negli anni dando vita a una importante rete di relazioni femminili.

In Appendice, Laura Pompei si occupa di illustrare il contenuto del Fondo Alida Valli per tipologie documentali, mentre Mariana Cipriani presenta il relativo corpus fotografico, contenente anche numerosi scatti della sfera privata dell’attrice, che la raffigurano con familiari e amici.

Chiude il corposo volume un excursus di Gian Piero Brunetta incentrato sul modo in cui le riviste illustrate hanno rappresentato la Valli nelle loro copertine. Si individua un «processo di divinizzazione […] continuamente interrotto» (p. 154) nell’alternanza di raffigurazioni che ne esaltano la fotogenia e che la ritraggono in contesti quotidiani.



di Eleonora Sforzi


La copertina

cast indice del volume


 



 
Firenze University Press
+39 0552743051 - fax +39 0552743058
Borgo Albizi, 28 - 50122 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
© Firenze University Press 2013