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Sara Soncini

Forms of conflict. Contemporary Wars on the British Stage


Exeter, University of Exeter Press, 2015, 314 pp., 39 euro
ISBN 9780859899949

Il volume di Sara Soncini è uno studio accurato sulle strategie formali degli spettacoli teatrali inglesi a tema bellico degli ultimi due decenni. Un corpus non trascurabile di rappresentazioni in ambito sia indipendente che mainstream. Da Far Away (2000), Drunk Enough to Say I love you? (2006) e Seven Jewish Children (2009) di Caryl Churchill a Product (2005) di Mark Ravenhill; da Yesterday Was a Weird Day (2005) della compagnia Look Left, Look Right a Pornography (2007) di Simon Stephen.

Uno dei tratti caratteristici delle nuove forme di conflitto è il progressivo «offuscamento delle distinzioni tra guerra […] e violazione dei diritti umani su larga scala» (p. 2, mia la traduzione). Ciò porta a ridefinire il concetto stesso di guerra che non è «più uno status di eccezione, ma un modus vivendi» (p. 3, d’ora in avanti tutte le traduzioni sono mie). Un mutamento che il teatro contemporaneo registra e tematizza. Così, in teatro, la guerra, pur costituendo il tema portante, diventa invisibile, viene estromessa dal palco. Se la prima guerra del Golfo è stata accompagnata da una certa reticenza, con le eccezioni di The Gulf Between Us (1992) di Trevor Griffith e di In the Heart of America (1994) di Naomi Wallace, per i conflitti del nuovo millennio sono da ricordare anzitutto i lavori dei citati Churchill, Ravenhill e Stephen.

La rappresentazione dei nuovi conflitti comporta scelte etiche: l’onestà diventa spesso un tema centrale. Non sono pochi i teatranti per i quali, per raccontare le guerre iper-mediatizzate della contemporaneità, occorre avviare un lavoro di “demistificazione”. Si pensi all’intervista-manifesto rilasciata dal drammaturgo David Hare al «The Guardian». Emblematici sono i verbatim plays del Tricycle Theatre: The Permanent Way (2003) e Stuff Happens (2004) del già citato David Hare; Justifying War: Scenes from the Hutton Inquiry (2003), Bloody Sunday: Scenes from the Saville Inquiry (2005) e Called to Account (2007) di Richard Norton-Taylor; Guantanamo: “Honour Bound to Defend Freedom” (2004) di Nicolas Kent e Sacha Wares; My Name is Rachel Corrie (2005) di Alan Rickman

Sempre più centrali, d’altronde, sono i valori della parola e del vissuto personale, al punto da dar forma, sostiene l’autrice, a una vera e propria retorica della testimonianza, figlia del cinema e del teatro documentari. Alla base di tale tendenza vi è una crescente fiducia nella «memoria individuale quale depositaria di narrazioni alternative» (p. 109): la figura del testimone è una specie di «risorsa contro la totale smaterializzazione dei fatti e le lampanti inadeguatezze epistemologiche dei documenti» (p. 110). Pertengono al filone della “memoria” tre spettacoli nati in risposta agli attentati terroristici di Londra: il ciclo Shoot/Get Treasure/Repeat (2008) di Mark Ravenhill, Yesterday Was a Weird Day: Reflections on July 7th 2005 (2005) di Look Left, Look Right e Talking to Terrorists (2005) di Robin Soan.

Un altro aspetto caratterizzante delle “nuove guerre” è la mancanza di comunicazione tra i contendenti: nelle guerre globali una semplice distorsione comunicativa può essere alla base del conflitto. Di qui l’importanza crescente della figura del traduttore. L’attacco in Iraq ha «assestato un colpo finale e fatale alla nozione tradizionale di traduzione come trasferimento di un contenuto semantico e del traduttore come un canale neutro» (p. 163). Come nelle istituzioni belliche, in teatro il ruolo di traduttori e interpreti diventa centrale: si pensi a Attempts on Her Life (1997) di Martin Crimp e alla Iron Curtain Trilogy di David Edgar (The Shape of the Table, 1990; Pentecost, 1994; The Prisoner’s Dilemma, 2001). A questi spettacoli si ispirano, più o meno direttamente, il già citato Pornography, Homebody/Kabul (2001) di Tony Kushner e Betrayed (2010) di George Packer.

La reinvenzione del teatro documentario in Gran Bretagna e l’ampia circolazione raggiunta dalle nuove drammaturgie a cavallo tra i due millenni ha saputo non solo rappresentare in maniera efficace i conflitti, latenti e non, degli ultimi venti anni, ma anche stimolare un proficuo dibattito. Il libro, innestando abilmente le analisi delle singole performances su una base teorica interdisciplinare e compatta, vuole ribadire il ruolo del teatro nell’interpretazione della realtà politica in cui viviamo: una constatazione che è anche, allo stesso tempo, una speranza.



di Raffaele Pavoni


La copertina

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